martedì 26 giugno 2012

Vento




VENTO

E' andare, finalmente.
Inalo la città in tutti i suoi palazzi, caldi nei colori e rumorosi nelle voci.
L'aria estiva non soffoca, limitandosi a inumidire appena l'incontro della pelle con la pelle, tra le pieghe del corpo.
I sampietrini fanno sobbalzare le ruote, loro sorelle quotidiane, e me con esse.
Tempo per me, tanto. Lo guardo e mi precede, pronto a farsi percorrere fino a non farsi più vedere, nel buio della notte che arriverà, silenziosa.
Ora tutto è brezza. Trapassa le maglie leggere del cotone e s'infila come un amante nelle aperture che vi scova, facendosi strada verso il mio corpo. Il bianco che mi veste si gonfia e si svuota veloce, sbatacchiando come una vela appena issata con la prua ancora al vento.
La strada è un liquido solido, il gioco di ombre e luci mimetizza il traffico che mi scorre intorno con moto ondoso regolare.
Tengo ben saldo il timone, con entrambe le mani.
Respiro profondamente, immersa nell'odore inconfondibile dell'acqua dolce.
Accosto leggermente e rallento un poco, controllo la superficie indisturbata della strada.
Via libera.
Il vento mi avvolge senza sospingermi troppo e, mollando la cima, lascio che mi si metta in poppa.
Ed è allora che, per un istante infinito, mi concedo di chiudere gli occhi.
Sono in barca. Nulla mi tocca se non il vento.
E il calore che sento è mio padre, che mi sta portando sul lago. Come ogni estate.


lunedì 25 giugno 2012

Thorimbackstage

Risale a poco più di un mese fa il mio backstage per il servizio di Toni Thorimbert a Claudio Santamaria, pubblicato su Riders Magazine di giugno. Un pomeriggio molto divertente, passato tra una pescheria del centro storico di Roma e scorrazzamenti su un vecchio motorino a Campo de' Fiori.
Toni straordinario e generoso come sempre, Claudio davvero simpatico e disponibile.
Trovate qui il post di Toni nel suo blog con le immagini pubblicate e qualche mia foto di backstage, a cui ne aggiungo altre qui sotto.

Grazie Toni!

Cliccare per ingrandire.






















martedì 19 giugno 2012

Formaintera

Si dice che scappare non risolva i problemi, che andare in un posto diverso non lasci indietro i pensieri. Ma quando davanti a te si riversa l'intera gamma degli azzurri presenti in natura, tendi a lasciare ai luoghi comuni il tempo che trovano, per abbracciare invece quello in cui ti trovi.
Tre giorni a Formentera: ognuno con un peso diverso, ognuno imprescindibile parte dello stesso intero. Un'isola dove nonostante la novità degli scenari non ti senti mai smarrito, ma al contrario in stretto contatto con te stesso. Profumi di verde e folate di aria fresca che venano il calore del sole, canzoni con parole dimenticate su due ruote saltellanti sullo sterrato, colori saturi e autentici eppure incredibili, suoni silenziosi che estinguono miracolosamente il bisogno di altre note. Mare dalla purezza talmente arrogante da sembrare denso. Reticolati di sole disegnati sul fondo sabbioso, sospinti nella trafila di un'acqua appena vivace. Nuove e note voci, parole che escono e rientrano tracciando cerchi armoniosi e poligoni irregolari.
E poi loro, le fotografie: il motivo principale del mio viaggio. Il nudo come libertà di espressione e di movimento. Invenzioni raccontate in brevi serie, visioni ricreate in forma rettangolare, pattinate sul filo del rasoio. Con mano ferma o tuffata nel cuore, senza avvertire nient'altro che il magnetismo dell'idea da rappresentare che attrae lo sguardo a sè: non il freddo, non la salsedine, non la sabbia graffiante sul corpo, non il buio. Demoni danzanti che per una volta non fanno male, ma che anzi elargiscono adrenalina con innumerevoli colpi di coda. Segni di alleanza e gesti di potere si alternano formando un unico film, che scorre negli occhi senza tregua dopo la sua prima e definitiva impressione sulla pellicola, lasciando in tutti i suoi attori lunghe scie.
Al contempo turbata e rilassata, faccio ritorno al nuovo oggi. Ascolto una canzone, la prima da giorni, sul traghetto per Ibiza. Ed è un Caronte dolce che mi porta verso casa sull'ultima distesa salata. Respiro a tratti più consapevole o più selvatica, ma sopra ogni cosa più viva. Dopo l'isola sono meno isola, più intera nella mia forma. Formaintera.

giovedì 14 giugno 2012

Il pilota di aeroplani

Entra nella stanza, con quel suo passo un po' dinoccolato.
Uh, ma c'è qualcosa qui! Volete farmi lavorare...
Si dirige verso le cassette della posta interna e ne preleva una busta grigia, che finisce in cima alla piccola pila che si porta in braccio.
E' Alberto, il fattorino che ogni giorno passa due-tre volte per le consegne postali. Per lui da anni sono "Francischedda bedda", e anche se non abbiamo mai fatto una vera chiacchierata gli sono affezionata. Non nel modo in cui lo possono essere gli altri, che vedono sempre soltanto il suo fare giullaresco. Io lo guardo nei dettagli che mostra quando appoggia quei panni sullo schienale di una sedia immaginaria.
Come al suo arrivo la mattina, in moto, con la tuta. Poi si mette il vestito e la cravatta, ma si capisce che non gli appartengono. Oppure quando vado al quarto piano ed è il suo turno per sorvegliare l'ingresso. Se ne sta lì seduto, a guardare i monitor e a far scattare la porta con il metal detector. Quando mi intravede attraverso i vetri s'illumina, preparando una battuta di saluto, sempre diversa. Ma quell'espressione un po' dimessa e al contempo dignitosa non mi è sfuggita, ed è tardi per darmi a intendere spensieratezza. In quel volto e nei gesti vedo abnegazione, spirito di sacrificio, amore.
E' un brav'uomo Alberto, e come tanti indossa la maschera più brillante della malinconia. Chissà se da bambino sognava di fare il pilota di aeroplani.

lunedì 4 giugno 2012

Donna e motore

Sono qui davanti a un foglio bianco con il desiderio di annerirlo, ma con troppi - o troppo pochi - pensieri in testa per procedere con il mio naturale passo: spedito, certo, inarrestabile. Sarà che durante la mia parziale assenza da questo luogo che ho sempre considerato casa, ho fatto un piccolo viaggio in altri mondi, aprendomi a orizzonti che mi ritrovo ora a guardare nell'insieme. In tutto questo, può quindi avere senso scrivere semplicemente dello scrivere e del fare, senza lo scritto o il fatto.

Mai come nell'ultimo periodo ho spinto sull'acceleratore dell'apprendimento e della creatività, generati e accompagnati dagli stimoli più diversi. Il percorso non è stato lineare, e come tutte le esplorazioni più interessanti mi è parso lunghissimo, costellato di presenze vecchie e nuove, di riferimenti consolidati e sfide inedite. Ora faccio il punto con me stessa, in un momento intermedio di qualcosa che, in fondo, non troverà mai una fine se non in quella particolare certezza che il famoso detto abbina alle tasse.

Ho fotografato di nuovo, e con notevole frequenza, nonostante il periodo di pausa che avevo avuto l'ardire di impormi per ritrovare uno spirito sepolto da tanti penseri e sentimenti. La verità è che l'unica decisione sensata, quando si parla di attività creative, è quella di non decidere. Si segue l'impulso, e già questo coraggio può portare a qualcosa. Continuo a spingermi, a provare, a sperimentare, a mettermi in condizioni limite. Se ciò che ho fatto sia buono non spetta a me dirlo, e parleranno al posto mio i prossimi mesi, che si preannunciano quanto meno movimentati.
Inaspettatamente ho iniziato a studiare sceneggiatura, grazie a un progetto bellissimo che mi è capitato tra le mani e che non vedo l'ora di affrontare. Anche qui, l'incognita regna sovrana e ci sarà da sudare, ma sono molto stimolata e curiosa di vedere come andrà.
Mi sono infine tuffata, senza accorgermene, in una sorta di esercizio di scrittura di cui avete visto i frutti nei precedenti post e che apprezzo perchè ha affinato l'efficacia espressiva che desidero portare nei miei scritti futuri. Non intendo abbandonarlo, semmai inserirlo e amalgamarlo in un quadro generale più ampio, sul quale lavoro da qualche tempo.

L'effetto finale è che, in tutte queste costruzioni, mi pare di essermi dispersa. Come se avessi disseminato pezzi di me in ogni dove e avessi bisogno di una scopa grande abbastanza per riportarli sulla paletta. E' cosa normale, forse, quando si ha la fortuna di poter viaggiare su più binari; dunque non importa se a un certo punto mi sembrerà di dover divaricare inumanamente le gambe per giungere a tutte le mie destinazioni, perchè penso che l'elasticità sviluppata dai miei muscoli in questo tempo me lo consentirà.
Credo che, in ogni caso, la cosa più importante da fare sia continuare a viaggiare, perchè l'arte è quel motore che lavora dentro di te anche quando ti sembra di non tenerlo acceso. E anche quando, in fondo, artista non ti ci senti nemmeno.