domenica 31 luglio 2011

TPW 2011

Bisogno di fare silenzio, adesso. Solo due musiche hanno il permesso di romperlo: A light so dim dei Black Heart Procession e Il cigno dal Carnevale degli animali di Saint Saens. Ognuna ha una storia e questo sarà il mio modo di raccontarvi il TPW di quest'anno. Vi parlerò di ciò che ho recepito, di Anders, delle persone che ho incontrato, delle fotografie che ho fatto.


A LIGHT SO DIM

Provo a tornare nel pozzo lungo il quale mi sono calata negli ultimi cinque giorni. Intorno a me nè buio nè luce, ma una penombra nella quale scorrono immagini forti, parlanti. In esse non c'è nè esasperazione nè contenimento, nè cupezza nè gioiosità: nulla è classificabile univocamente, perché tutto è sogno, visione, demoni, fantasia, mistero. Quelle fotografie sono eterne perché provocano altre domande invece di fornire risposte. E' una dimensione senza geografia nè orologi, dove e quando ogni rappresentazione è possibile e i concetti di definizione e giudizio non trovano ragione d'essere. Si tratta semmai di richiami, bisbigli, echi scomposti, guizzi improvvisi del nostro essere profondo.


A light so dim è stato l'accompagnamento musicale dello slideshow finale, che come lo scorso anno è stato un momento di grande emozione e coesione del gruppo. Surprised by the unpredictable era il titolo del workshop di Anders Petersen e devo dire che ha mantenuto ben più di quanto promesso. Di seguito alcuni dei miei appunti, che lascio così come li ho presi per far sì che rimanga intatto nella mia mente il suono della voce chiara e squillante di Anders, come in un film in lingua originale.

Photography is not about answers but about questions. And even when you find answers you have to question those answers.
Photography is not about being nice: photography is cutting. You have to be sharp like a razor blade. Be horrible, in a human way. Be stupid. Leave obviousness and go for emotion in an animalistic, primitive way. You have to photograph like a dog, be on your knees. Be a thief of what surrounds you, get rid of safety, sharpen your pyramid and get to the acme where the tension is. And act.
Don't complicate things, keep it simple and straight. Don't think.
Be very strong or even very weak. Be naive, be afraid. Put in your pictures your longings, your dreams and nightmares.
Keep a close distance when taking pictures: teach yourself to be inside and outside things at the same time.
Tear down, destroy and re-build beauty. Don't be seduced by the beauty of a woman or man. The spectator shouldn't be invited by beauty, but by the magic, by your demons.
Be cruel, true to yourself, honest to the world. Go down in the dirt to find the vitamins there. You just have to trust yourself and something extraordinary will happen. You have to understand you are unique.


ANDERS PETERSEN

Ha sessantasei anni, è svedese e parla inglese con un accento un po' duro. Quando analizza le foto ha una serie di formule tutte sue, che noi abbiamo imparato rapidamente e che inevitabilmente ora fanno parte anche del nostro vocabolario quotidiano. I suoi movimenti sono insoliti, è come se fosse in una costante torsione, il suo corpo si tende e si piega continuamente, ai limiti del grottesco. Le sue espressioni facciali sono uno spettacolo, le sue esclamazioni indimenticabili. Ogni volta che qualcosa in una foto lo colpisce è come se all'improvviso scoprisse qualcosa che non aveva mai conosciuto prima: si lascia sorprendere e con istinto fulmineo capisce se una foto funzioni oppure no.


Tutti noi ci siamo affezionati moltissimo a lui, era un po' come uno zio. Piuttosto che separarcene ci saremmo attaccati chi a un polpaccio chi a un braccio... Ha uno sguardo penetrante: mentre parla - ma anche quando è in silenzio - i suoi occhi esercitano un magnetismo irresistibile. La sua capacità di osservare e la sua sensibilità sono fuori dal comune. E' estremamente aperto, ascolta moltissimo, sa calarsi nelle storie e accogliere la visione altrui pur rimanendo sempre coerente con se stesso. E' una delle persone più autenticamente "di pancia" che abbia mai incontrato. Gli voglio bene e lui lo sa.


LA CLASSE

Quest'anno eravamo in tredici, un numero decisamente alto per un workshop di questo tipo, in cui si va molto in profondità nel lavoro individuale. Sette uomini e sei donne; sette italiani e sei stranieri provenienti da Turchia, Estonia, Brasile, Norvegia. Età dai 17 ai 50 anni. Un gruppo quindi eterogeneo ma straordinariamente coeso. Marco C. e Marco O. li conoscevo già bene, mentre dei nuovi ho legato in modo particolare con Sara, architetto di Roma che tra l'altro abita a due passi da me e con la quale potrò continuare a vedermi. Anche con Valeria, coetanea di Milano, ho trovato una bella sintonia e c'incontreremo sicuramente ancora. 
Ecco la foto di gruppo che abbiamo scattato l'ultimo giorno, mentre teniamo in mano dei cartelli con scritte tutte le frasi che Anders usava per commentare i lavori (cliccare per ingrandire).


Oltre ai compagni di corso, voglio qui parlare anche dell'assistente del nostro gruppo, Mika. Essendo sempre presa dal lavoro, non abbiamo avuto modo di parlare moltissimo, ma ci sono bastati pochi gesti e parole per capirci. Con lei è nato uno di quegli amori che non si possono spiegare perchè non hanno una ragione precisa. A volte nella vita gli incontri più speciali nascono quasi dal nulla, grazie a un'intuizione improvvisa. Avremmo voluto fare il ritratto per il mio progetto dei Musi, ma non abbiamo avuto il tempo materiale e la tranquillità che meritava. A settembre tornerà a vivere a New York, dove fa da assistente a un fotografo, ma prima di allora ci rivedremo sicuramente per le foto e molto altro. Mi dispiace non poterla frequentare facilmente, ma per me è già bellissimo averla conosciuta. Eccoci, prima della partenza.



THE FEVER

Durante i primi due giorni Anders ha letto i nostri portfoli con grande attenzione, ascoltando la nostra presentazione. Ho mostrato alcuni miei più recenti lavori, nei quali mi ritrovo di più, raccontando il mio rapporto con i soggetti o come fossero nate le foto. Mi ha fatto le debite critiche, e alla fine mi ha detto questo.

You have the fever. Not many people have that kind of fever, that vibration you have in telling stories and feelings through images. People actually train to have that fever, without reaching it. You have talent.


FAKE PLASTIC TREES - WITHIN #4

All'ora del tramonto di venerdì, prima della proiezione, ho scattato il terzo Within: Marco. La musica scelta da lui è un pezzo dei Radiohead, Fake plastic trees. La location era splendida, una specie di rimessa degli attrezzi da giardino con un lato a tutta vetrata. Ho fatto sedere il mio soggetto per terra, appoggiato a delle assi di legno. Questo ritratto non è stato semplice, perchè conosco Marco abbastanza bene e so che questo è un periodo piuttosto difficile per lui, per svariate ragioni. L'avevo già fotografato un paio di sere prima, ma questo caso era molto diverso, almeno per me. Essendo un fotografo professionista, conosce molto bene le dinamiche del ritratto ed è stato come se lui fosse in un certo senso sempre dietro all'obiettivo con me, invece che davanti ad esso. La luce era fantastica, la location anche, la musica era la sua, io c'ero al 100%... ma non sono certa che l'esperimento sia riuscito. Voglio dire, le foto ci sono, non ho alcun dubbio, anche se non le ho ancora portate a sviluppare. E credo che siano anche belle. Però non sono sicura che ci fosse pienamente lui e, di conseguenza, il noi che cerco in questo progetto. Vedremo tra qualche giorno. Ho smaltito le sensazioni di questo ritratto standomene da sola per un po' nel grande giardino del monastero, finchè non è sceso il sole dietro le colline alla mia destra.


ANDERS E JULIA - WITHIN #3

Per tutta la settimana è stata a Cortona anche la fidanzata di Anders, Julia, una svedese con il viso da giapponese. Ricorda lontanamente Bjork, come tipo. Erano bellissimi da vedere insieme. Il primo giorno ho chiesto ad Anders di posare per il mio progetto Within. L'idea - che peraltro molti di voi ancora non conoscono - gli è piaciuta molto e ha acconsentito. Ho voluto aspettare la tranquillità dell'ultima sera, anche per poter mettere in pratica gli insegnamenti della settimana. E così, dopo la proiezione finale e il brindisi di rito, si è reso disponibile per le foto. Inaspettatamente si è unita a noi due anche Julia e a quel punto ho realizzato che il ritratto one-to-one sarebbe diventato one-to-two. Ho scelto la semplicità di un muro all'interno della grande sala della proiezione - se c'è una pecca enorme in quell'edificio è la qualità indecente dell'illuminazione artificiale, quasi del tutto al neon - e ho portato con me il Mac per la musica e la macchina analogica con le pellicole. Qualche ora prima avevo chiesto ad Anders che musica gli piacesse e mi ha risposto "I love listening to cello". Qualcuno di voi saprà del mio amore per il violoncello, ragion per cui il mio iTunes ne era discretamente fornito. Avevo quindi selezionato alcuni brani abbastanza vivaci, che secondo me potevano ben adattarsi a lui, e come unico pezzo lento ho inserito Il cigno di Saint Saens, nella versione suonata dal celebre violoncellista Yo-Yo Ma. Appena ho capito che li avrei ritratti insieme, non ho avuto dubbi e ho fatto partire proprio quella musica. L'acustica della sala era tale per cui la scarsa potenza delle casse del mio Mac venisse in realtà enormemente amplificata. Immaginate quindi questa grande sala, con una luce abbastanza fioca e uniforme, due sedie contro il muro, il silenzio di rito da me imposto durante gli scatti, questa musica stupenda e davanti a me Anders e Julia. Otto minuti per una trentina di scatti in tutto. Lui ascoltava ad occhi chiusi, e la sola cosa che ha detto è stata "This is really a beautiful music. What you are doing is very difficult, my friend. Very difficult to picture this". Julia guardava un po' in basso e un po' me, per poi alzare timidamente lo sguardo su di lui, che la cingeva con il braccio. Ricordo con precisione uno scatto, che potrebbe essere quello che sceglierò per il progetto, in cui mi sono spostata di fianco a lei in modo da avere sulla stessa linea anche Anders. Stavo fotografando la mano di lui sul braccio di lei, quando d'un tratto lui ha guardato in macchina. In quell'istante brevissimo ho spostato il fuoco su di lui e ho scattato. Sono tornata in posizione frontale e ho fatto qualche altra foto, lasciandomi il trentaseiesimo fotogramma libero. La sessione a due era finita e lei si era alzata, ma lui era rimasto ancora un istante seduto per finire di ascoltare la musica. Mi sono quindi avvicinata mentre stavamo ringraziandoci reciprocamente e ho alzato di nuovo la macchina per quell'ultimo scatto. Lui mi stava già guardando e avrei potuto premere il pulsante dell'otturatore, ma ho voluto osare e mettere in pratica uno dei consigli che ci ha dato in settimana: provare, a un certo punto, a fare o far fare qualcosa d'insolito al soggetto. Qualcosa di inaspettato, che induca in lui una reazione. Senza staccare la macchina dal viso ho allungato una mano verso di lui, che l'ha presa e stretta nella sua. A quel punto ho scattato. Mi ha detto "Take care", entrambi mi hanno ringraziato e chiesto di mandargli poi le foto. Ho chiuso la porta della grande sala, mi sono lasciata cadere sulla sedia con ancora la musica che andava e ho pianto a lungo. Lo faccio ancora ogni volta che la sento.

lunedì 4 luglio 2011

Rock on!

Sono le 5.50 del mattino di lunedì, ma se vogliamo anche notte fonda di domenica. Scrivo ora perchè domani non sarà più lo stesso. Ho la musica bassissima, ma c'è, come sempre: suona Oren Lavie. Ho chiacchierato tutta notte e delirato allegramente con Anna e Jules, dopo aver provato un'emozione intensa e inaspettata nel leggere il post di Toni su Claudio. Prendete questi pensieri con il beneficio dell'orario (ma ha senso quest'espressione? boh, prendete anch'essa con il beneficio dell'orario), ma ciò che ho letto mi è arrivato dritto come un fuso. Come ogni volta che Toni si esprime, del resto - e non lo dico per piaggeria.
Io non posso dire di conoscere Claudio così bene, il mio è più un averlo intuito, una questione di sintonia, un ascolto partito da lontano e avvicinatosi in tempi recenti. Il ritratto che ne ha fatto Toni - e parlo sia di quello a parole che in foto - mi è sembrato totalmente in linea con quanto ho intravisto in questo cavallo ancora un po' imbizzarrito, per riprendere la metafora usata nel post.
Sì, mi mancherà.
Sì, ci si rivedrà.
Sì, ci si sentirà.
Però quando uno parte, parte. Non è mai la stessa cosa, seppur abitassimo anche prima in città diverse. E in questo strano dispiacere, in realtà temperato dall'idea di saperlo felice e nel suo elemento a Barcellona, c'è però una certezza che mi fa sorridere: il fatto che manterrà sempre quella freschezza che gli è propria, la sana incoscienza, quell'essere un po' cazzaro e un po' saggio, proprio con quel sorriso che campeggia nella foto di Toni. Abbiamo in sospeso delle fotografie da scattare per un mio progetto e anche prima di averle fatte io me lo immagino già mentre si esalta ascoltando gli AC/DC a tutto volume. Che adesso quel ragazzo avrà anche le spalle dritte, ma sempre rock rimane.

martedì 21 giugno 2011

"Yes, that's it"

Intervista del fotografo Frank Horvat a Sarah Moon, una delle mie più apprezzate figure di riferimento. Molti i temi toccati, uno dei quali mi è particolarmente vicino ora che mi appresto a partecipare al workshop "Surprised by the unpredictable" di Anders Petersen al TPW.

martedì 7 giugno 2011

Michel (rac)Comte

Pacco per me, questa mattina. Amazon.it scritto sul cartone. Apro, estraggo il pesante Michel Comte - Thirty years and five minutes già con l'acquolina in bocca. Qualche giorno fa sono andata a vedere la sua mostra alla Triennale ed è stata un'autentica goduria. Ottantasei fotografie (più una stanzetta coi provini di vari servizi a celebrities), delle quali conoscevo già la maggior parte ma che non avevo mai visto stampate in quelle dimensioni. Ben tredici immagini hanno come co-protagonista la sigaretta, in perfetto stile nineties. E' stato anche un po' un tuffo nel passato, perchè alcune di quelle immagini le avevo scoperte ai tempi in cui furono pubblicate per la prima volta. Ahimè, la mia collezione di Vogue Italia dal 1991 in poi è finita al macero grazie all'insistenza di mio padre, che non sapeva più dove mettere tutte quelle copie di cui non capiva il valore - ok, lo ammetto: ho perso quelle foto per mia negligenza nel non ritagliarmi almeno i redazionali... ma ero giovane e stupida (ora sono rimasta solo stupida e lo considero un complimento). Comunque, torniamo al libro. Non sono qui per raccontarlo - chiunque lo voglia vedere e apprezzare, come senz'altro merita, lo può acquistare - quanto per commentare un fatto che riscontro praticamente ogni volta che leggo la biografia di un artista famoso. E' tutta gente che molto spesso non cresce con il background necessario alla professione in cui avrà poi successo, ma (solo) con una grande e innata passione per qualcosa; a quel punto, un genitore o una figura simile fornisce all'artista in erba uno strumento per sviluppare il suo talento. Fin qui tutto bene. Poi succede questo: "La prima occasione gliela offre, nel 1979, Franca Sozzani che lo impiegherà regolarmente per Lei e Per Lui". "Prima occasione" e "Franca Sozzani" nella stessa frase come ci sono finiti?! Questo buco temporale tra quando sta solo scattando un po' di foto e quando finisce alla corte della bionda signora come lo riempiamo?! E pensare che è lo stesso ragazzo che ha rifiutato un posto da assistente per David Bailey. Sia chiaro, non sto discutendo nè i modi nè il talento... però porca paletta, raccontalo come ci sei arrivato, almeno in un libro con il tuo nome stampato a caratteri cubitali! Ah già, non fa figo abbastanza. E non è per sapere come si fa, perchè sicuramente è un insieme di cose ben note a tutti - talento, gavetta e una bella botta alla dea bendata - ma perchè a me (e a buona parte del mondo, a giudicare da quel discreto business che si chiama editoria) piacciono le storie e queste persone ne hanno da vendere... E invece no, tutti a dare notizie scarne, fredda cronaca, elenchi di mostre/pubblicazioni ecc. Tizio nasce a X nel 19xx, poi si trasferisce a Y, dove conosce Caio e comincia a frequentare Sempronio. Diventa assistente di Richard Avedon. Espone al Moma. Dal suo primo matrimonio gli nasce Gesù. E così via. Raccontare gente, raccontare...

venerdì 3 giugno 2011

Collezionismo di curiosità

Gli uomini che inseguono una moltitudine di donne possono facilmente essere distinti in due categorie. Gli uni cercano in tutte le donne la donna dei loro sogni, un’idea soggettiva e sempre uguale. Gli altri sono mossi dal desiderio di impadronirsi dell’infinita varietà del mondo femminile oggettivo. L’ossessione dei primi è lirica: nelle donne essi cercano se stessi, il proprio ideale, e sono sempre e continuamente delusi perchè l’ideale, com’è noto, è ciò che non è mai possibile trovare. Poichè la delusione che li spinge da una donna all’altra dà alla loro incostanza una sorta di scusa romantica, molte donne sentimentali sono commosse dalla loro ostinata poligamia. 
L’altra ossessione è un’ossessione epica e in essa le donne non trovano nulla di commovente: l’uomo non proietta sulle donne alcun ideale soggettivo, perciò ogni cosa lo interessa e nulla può deluderlo. E proprio questa incapacità di rimanere delusi ha in sé qualcosa di scandaloso. Agli occhi della gente, l’ossessione del donnaiolo epico appare senza riscatto (senza il riscatto della delusione). Poichè il donnaiolo lirico insegue sempre lo stesso tipo di donna, nessuno si accorge che egli cambia amante; gli amici gli causano continui malintesi, perchè non sono capaci di distinguere le sue amiche e le chiamano tutte con lo stesso nome. Nella loro caccia alla conoscenza, i donnaioli epici si allontanano sempre di più dalla bellezza femminile convenzionale, della quale si stancano presto, e finiscono irrimediabilmente per diventare dei collezionisti di curiosità.


(da "L'insostenibile leggerezza dell'essere", Milan Kundera)

mercoledì 4 maggio 2011

1:46 a.m.

L'equilibrio mentale è come la media matematica: non ha alcuna valenza reale.

venerdì 22 aprile 2011

Le rassicuranti mura di casa

Stasera ho passato un'oretta in compagnia dei video di Jan Švankmajer: l'ho trovato assolutamente geniale. Non spendo altre parole e lascio spazio alle immagini.



mercoledì 9 marzo 2011

Io e le formiche

Oggi mi è arrivato il pacco dei libri su musica e cinema. Mi sembra Natale. Li sfoglio impaziente cercando di capire da quale voglia cominciare: non so decidere. Intanto, mi concedo un po' del già iniziato Verbale scritto di Bruno Munari, perfetto per le piccole pause. Questa cosa, ad esempio, l'ho sempre pensata, guardando le formiche.

Guardo la processione delle formiche
tra erba e sassi nel loro sentiero privato
loro non mi vedono
non sanno che esisto
vanno continuamente avanti e indietro
in due colonne ordinate
chi porta un frammento di foglia
chi si ferma a chiacchierare con le antenne di un'altra formica
secondo i programmi della loro collettività.
Mi volto a guardare verso il cielo
per vedere se c'è qualche essere gigantesco e invisibile
come io sono per le formiche
che mi sta osservando ma che io non vedo
non vedo nessuno
ma non posso sapere se c'è o se non c'è.

(B. Munari)

lunedì 7 marzo 2011

Interiors

Sono per i post brevi, ultimamente. E' tardi e devo riposare, se non voglio che questa settimana finisca (di nuovo) in un bagno di sangue. Però voglio ricordarmelo il giorno in cui ho rivisto Interiors di W. Allen. E' un film che ha press'a poco la mia età, e proprio ora che ho trentadue anni lo guardo e lo ascolto provando con esso una profonda affinità. Un contributo dello stesso regista, per chi di voi non avesse presente di cosa tratti.


Una delle cose che mi hanno colpito di più è la totale assenza di musica durante tutta la pellicola. Nemmeno sui titoli. Il solo rumore è quello del mare agitato e grigio. Quanto sentite sono le vicende umane delle protagoniste, quanto vere e ricorrenti esse possono essere nella vita di ognuno di noi. Il bisogno di controllare ogni cosa diventa nevrosi. Le conflittualità, le invidie, le frustrazioni, i sensi di colpa, i meccanismi che portano ad auto-punirsi e ad autocommiserarsi. Non ho mai pensato a come possano sentirsi le persone come Joey, incapace di esprimere quello che sente, né in grado di riconoscerlo. Ci sono un paio di passaggi molto intensi in cui lei parla proprio di questo e del modo in cui sente le emozioni esploderle dentro senza saperle esternare. E poi c'è Renata, interpretata da una fantastica Diane Keaton, che, è vero, sarà sempre uguale a se stessa ma qui la trovo particolarmente nella parte. All'inizio, appena dopo il passaggio ripreso nel video, dice: "Il risultato è la mia paralisi creativa". Ecco, io mi ci sono molto ritrovata in questa frase, perché è la situazione che spesso provo stando qui a Roma.
Le atmosfere di questo film, il cui titolo è così incredibilmente adatto e denso di significati, mi sono sembrate terribilmente reali. Pesanti, scolorite, spoglie, lente, imbrogliate l'una sull'altra. Questi interni che cercano di uscire allo scoperto con rabbia, senza mai riuscirci appieno se non provocando spaccature, ferimenti, tragedie. Non è cinema: è vita intima, interiore.

mercoledì 16 febbraio 2011

L'orologio in rosso

In giornate come questa scriverei un intero libro. Nonostante la luce al neon, la presenza dei colleghi nella stanza e un lavoro aberrante che si avvicina inesorabile come l'alta marea, cerco di ritornare là fuori, sul ponte Cavour; a quando, qualche ora fa, ero.

Finalmente a Roma piove e io trovo, nella calma rilassata del mio camminare sotto queste gocce, il perfetto accordo con il mio interno. "Com'è musicale tutto questo", penso. Sul ponte Cavour il vento soffia sempre, cambiando direzione ogni secondo. Ciocche di capelli si alzano come tirate da fili invisibili, finendomi immancabilmente sul viso, impedendomi la vista e prendendo pieghe inusuali. A volte capita che i capelli mi facciano sentire estranea a me stessa: basta che si sposti la riga, anche di poco, e percepisco un netto cambiamento sul mio cranio. Come se avessi confuso il sale con lo zucchero. Ora, mentre cammino sotto l'ombrello, vedo i miei riccioli volarmi davanti agli occhi e sento la gonna alzarsi a scoprire le gambe rosso fuoco. Questa mattina ho indossato il mio colore preferito e lo sento scaldarmi il pensiero anche da sotto la giacca. Le note di un pianoforte mi ticchettano nelle orecchie con sincopata regolarità, prima ancora che possa scoprire che il pezzo che sto ascoltando, adesso per la prima volta, s'intitola proprio L'orologio.