venerdì 24 agosto 2012

It's not UK

Differenza d'altitudine tra i miei occhi e i tuoi,
che seppero farmi mancare l'ossigeno
quando con i desideri m'avvicinai a te.

Nel tempo scrivesti sulla pelle
storie che non esistevano, allora.
Cicatrici mute,
che imparai a conoscere volendoti bene.

E quella frase lasciata a metà,
come un invito a venirmi a prendere il resto.
Che tenevi stretto tra i denti
come il tuo unico nutrimento.

Riposando, non sapevo se quella calma
fosse il verde di un prato o l'azzurro dell'acqua.
Ma non importava, perchè entrambi erano occhi tuoi.

E mai risveglio fu più incerto nella sua bellezza
di quando quella volta ti amai in inglese,
prima di volarti via.

martedì 21 agosto 2012

Ubiquità temporale

Ci sono molte donne che io non sono. E altrettante ragazzine che io non sono stata.
Mi è chiaro più che mai guardando le foto degli altri. Tempi che si mischiano mostrandomi l'oggi di un'età che per me era ieri. Il dove, il come, il cosa i ventenni fanno nel tempo presente.
Sullo sfondo, la scenografia di una Milano che è lì com'è sempre stata, come io la ricordo. Con i suoi palazzi fatti proprio in quel modo, i colori privi di dubbi, la cura indifferente. Altezzosa e mesta, fredda e vecchia la mia città.
Pensavo di non ricordare più. Di aver salvato solo alcuni fotogrammi, spesso gli stessi di una macchina fotografica che andava a pellicola per necessità e non per feticismo.
E invece subito m'invade la sensazione dello stare insieme al compagno, al complice, al giovane esploratore, immersi in quello che sembrava tutto.
Le mie scelte sono sempre state, per la me di oggi, un po' opinabili in fatto di compagnia maschile. Così rassicuranti, spesso brillanti più per l'intelletto che per l'indole, così presentabili.
Di allora, dei miei diciotto o vent'anni ricordo soprattutto questa Milano sicura. Spiritualmente elitaria, se possibile. E dall'altra parte della linea da non valicare, che neanche vedevo, la paura. La minaccia. Gli uomini sporchi, che non avevano nulla da perdere, che non lasciavano intentata l'occasione di aggredirti verbalmente con le loro fantasie. Occhi bassi, orecchie distratte, e passare via come se non esistessero. Ma intanto il cuore batteva forte, nei passi o nella corsa a cui qualcuno mi ha costretto. Questa Milano la temevo, e odiavo il fatto che le lasciassi limitare la mia azione.
Per anni sono uscita con lo stesso gruppo di amici, ogni venerdì e sabato. C'è stato un periodo in cui tutte le settimane facevo dolci per loro. Mi piaceva invalidare la proprietà commutativa con gli ingredienti: gli stessi addendi davano ogni volta una somma diversa. A volte il posto per mangiarli c'era, sul tavolo di quello che chiamavamo l'ufficio. Che poi un ufficio era, in effetti. Del padre di uno di loro. Altre volte capitava che li mangiassimo in piedi per strada, o a casa di qualcuno.
Era tutto semplice. Ogni cosa si faceva ancora prima di averla pensata. Le opzioni erano tante, e il tempo rendeva possibile il non doverne scartare nessuna, o quasi.
I marciapiedi di Milano - mi accorgo ora vedendoli in foto - sono come solo lei li sa trattare. Quello che succede sul loro asfalto si riconosce al volo, come se fossero parte di un film già visto ma non ancora girato. La pietra dei suoi palazzi, il disegno delle facciate. L'odore della pioggia che riesci a sentire anche solo con il pensiero.
Di tutto questo non si accorge chi continua ad abitare quel luogo e quel tempo.
Chi non è cambiato come ho fatto io in questi sette e passa anni.
Chi non è costretto, ora, a rendersi conto che di quel mondo non fa più parte. Anche se vorrebbe non avere interrotto i rapporti con esso, solo per mettersi insieme a un'esperienza diversa che l'ha infine tradito.
C'è ancora una possibilità, Milano? Come ti troverò, invecchiata come me di qualche anno ma con le stesse energie di un tempo? Da te voglio tornare da donna che ti ama, e che solo adesso sa che non si stancherà delle tue rughe. Che riderà con tenerezza del tuo sforzo di essere sempre perfetta nonostante i tuoi abitanti. Che inveiscono contro il tuo rassicurante grigiore, la pioggia che non dà tregua. Quell'essere sempre tutta bagnata e impietosa, che quando arriva il weekend va via quel poco sole che ti aveva preso in giro mentre dovevi stare rinchiuso a studiare o a lavorare. Quei manichini che dall'alto dei loro privilegi in carta velina popolano i tuoi bei locali pretenziosi, contraltare dei ragazzi che si siedono per terra nei pressi dei Navigli mentre fumano sigarette arrotolate intorno al vero tabacco e bevono birra dalle bottiglie.
Non so se, non so quando ritroverò quella città.
Più di ogni altra cosa vorrei ritrovare me, e benchè si dica che non è il cambiamento di scenario a guarire certe infezioni dell'animo, io so che Milano un po' mi ha in sè. E so che posso riapplicare i suoi tessuti ai miei, innestandoli come piante per far ricrescere i germogli di quello che ero allora, da qualche parte immersa.
Là e ora, qua e ieri allo stesso modo. In ubiquità temporale.


sabato 18 agosto 2012

Me ne andavo da quella Roma...

E avevi tra le tue fauci volgari il solito ghigno beffardo,
lì ad aspettarmi come se non ci fosse nessun altro paio d'occhi su cui accanirti.
Li volevi allagare, subito, senza indugi.
E ci sei riuscita, brutta bestia, come sempre.
Non mi resta che innalzare il mio sorriso ancora fresco su una palafitta,
per impedirti di farmelo bagnare e arruginire
come hai già fatto con altri miei ingranaggi.
Per l'ultima volta ti grido contro nel caldo estivo.

Mamma Roma, addio.

venerdì 17 agosto 2012

Miracle notes

C'è, nel pezzo che sto ascoltando, un momento brevissimo, lungo non più di sette secondi, che questa notte mi ha fatta sua. E' il cuore di una sequenza in cui la musica si toglie le scarpe della sua voce perentoria per accarezzare l'idea che l'ha, probabilmente, originata. Poi torna a gonfiarsi ancora un paio di volte, prima di attutirsi nella bassa marea del finale. Sono ripassata sul minuto che costruisce quella sezione del brano per almeno una ventina di volte, mentre me ne stavo al buio completo, nel mio piccolo letto della casa al lago, a rigirarmi da ferma tra le sensazioni che mi evocava.
La magia di quei secondi nasce dal senso di malinconica ineluttabilità che una frase musicale può essere in grado di suggerire.
Userò questa sensazione per scrivere, probabilmente questa notte stessa, quando il buio scenderà nuovamente accompagnando una perfetta solitudine.
Splendido, dunque, poter fruire del prodotto finito per generare altro, ma ciò su cui mi sono soffermata poco fa, lasciando appendere lo sguardo alla gamba della poltrona che mi sta a fianco e allontanandolo dal libro che sto leggendo, non è la bellezza del brano musicale o l'amore per quel brevissimo passaggio per se. E' invece una sorta d'invidia per chi ha creato quel pezzo, delineata più precisamente in un desiderio di retroazione al momento in cui è stato concepito.
Avrei voluto esserci.
Sentire come e perché, dopo quanti tentativi, dopo quali discorsi di note fosse venuta alla luce quella frase di pochi secondi. Quattro accordi che racchiudono potenzialità infinite di filiazione creativa successiva. Che sia solo una vibrazione, una sensazione, un pensiero, un racconto o il tema di un intero romanzo o di un film poco importa. Questo dipende solo da chi li riceve e dalle sue intenzioni. Meglio, dipende dalla sua incapacità di opporvisi - e io, inutile dirlo, non ne ho alcuna.
E allora ho collegato questa volontà di ritorno all'origine a ciò che riguarda il mio fare fotografie, o il mio scrivere. E' sempre nel momento della creazione - dello scatto o della stesura - che trovo il senso del fare. Il risultato m'interessa solo come summa finale di tutto quello che ho messo in ciò che stavo facendo, ma non c'è autocompiacimento. Non mi do nessuna pacca sulle spalle per ciò che ho appena ultimato. Non m'interessa neanche più di tanto mostrarlo agli altri, se non alle persone delle quali ritengo importante il parere. Del resto, il mio è un modo molto egoista di creare, anche perché so bene da quale taciuta esigenza esso origini.
Dell'arte m'interessa l'atto creativo. Il parto che segue la gestazione. L'attimo in cui l'idea - niente più che uno schizzo veloce - si mette in moto autonomamente e, senza alcuna indicazione di percorso da parte dell'organismo ospite, gli mostra un luogo del quale non conosceva nemmeno l'esistenza.
Non è vero che tutto è già stato scritto, e se anche così fosse sopravviverebbe comunque l'unicità della genesi. Per questo irrido le copiature e l'imitazione, perché laddove il risultato fosse simile o persino uguale, nulla potrebbe mai togliere a chi ha creato un'opera per primo la sua originalità, intesa in senso stretto come nascita.
A chi segue non resta che guardare la fotografia. Il quadro. Le parole sul foglio. Senza sapere, senza possedere l'atto creativo. Come non avvertire un senso d'incompletezza? Come evitare di mettere in campo un sistema d'interpretazioni personali? Che non hanno nulla di sbagliato, sia chiaro, ma sono altro. Io invece voglio proprio quella cosa lì. Quella di quel momento, di quel luogo non mentale. Certo, di una parte non indifferente della faccenda s'impadronisce il talento, che pochi possiedono. Ma anche solo la sensibilità può costituire un buon lasciapassare, almeno da uditori.
E così, parlando di udire, ora mi ritrovo con questi sette secondi di musica, sui quali continuo a ripassare come un ladro farebbe davanti alle vetrine di una banca che non ha potuto rapinare. E al quale non resta che fantasticare su come avrebbe speso la refurtiva. Magari provando a raccontarlo, perdendosi nel buio dei vicoli di una nuova storia.


Cesare Picco - Miracle Road (3'16" - 3'22")

domenica 29 luglio 2012

Interior, by Michael Ackerman

- Photography is about being awaken and fresh. There must be a never-ending surprise, else it's not mysterious enough.
- It's not the content of an image to make it personal. It's the need that makes it personal.
- A good picture is something that puts the observer right where it was taken. Nothing else in between.
- Trust yourself to be less loud. Believe that being lighter rather than dramatic could be stronger.
- Trust more life and reality rather than aesthetics and concepts. Concepts always make me suspicious. Sometimes pictures are too much about fulfilling an idea.
- I have to believe a picture to like it. It can be very strong, but if the heart is not in it, it's useless.
- Photography is not about projects. You have one only project and it's life. What you like, what you love, what moves you, what obsesses you. Let the pictures teach you what is important for you and what is not.
- You may meet people several times before taking a portrait of them. You could need to know from experience what you were blind to.
- An image can be something drunk in by the camera. Open the shutter and let the image in.

(Michael Ackerman)


Una settimana di workshop in Toscana al TPW, con lui e altre nove persone provenienti da mezzo mondo.
Michael è una persona strana, e probabilmente il meno adatto all'insegnamento canonico tra tutti i fotografi che ho conosciuto. Non si palesa mai prima di pranzo. Non gli piace essere fotografato, né tantomeno rivedersi. Parla lentamente, intervallando le frasi con un modo di respirare tutto suo. Come se avesse bisogno di riprendere fiato mentre pensa a quello che dice.
Con lui si è trattato più di una lettura fra le righe, tra i gesti, gli sguardi. La prima cosa che mi ha colpito di lui sono stati gli occhi. Sono come coltelli, assorbono e rimandano la luce in un modo che raramente ho visto in vita mia. Solo incontrandolo ho capito come abbia potuto scattare certe foto.
A dispetto di quanto si possa pensare guardando i suoi lavori, non è un impavido. Nel pericolo ci si mette per oscura necessità. Un privilegio silenzioso quello dell'ascoltare i suoi racconti. Foto sulle quali ho lavorato d'immaginazione per anni diventavano, con le sue parole, intere storie di vita.
L'ho ritratto al volo l'ultimo giorno, appena prima di lasciare il palazzo del Municipio di San Quirico d'Orcia, dove facevamo lezione.



L'ultimo giorno tutti avevano un'aria leggera, intenti a preparare lo slideshow finale o a godersi un pomeriggio di relax dopo la settimana impegnativa del workshop.
A me scoppiava la testa dal male, la pastiglia ferma all'altezza dell'esofago, impegnato come sempre a rallentarne la corsa verso effetti benefici. Non mi veniva di stare nella stessa stanza con Michael, nè di ridere e divertirmi. Perché non trovavo proprio niente di leggero in quello che mi attraversava la mente da qualche giorno. Non avevo mai staccato del tutto con il pensiero delle trappole che mi erano state tese nella vita fuori da quel bozzolo incerto. Il veleno altrui aveva continuato ad infiltrarsi in me come fa la pioggia in certe case vecchie, punteggiando di muffa i muri bianchi.
Mi sono immersa nel workshop in maniera discontinua, disturbata, abortita, tarpata, per diversi motivi. Ho scattato con l'impressione di rimanere ferma allo stesso punto, sempre più profondamente solcato. Mi sono sentita persa, senza una direzione precisa. 
Guardavo le mie belle, giuste e probabilmente inutili foto, e mi veniva da pensare che dovessero rimanere nella cantina della mia persona, come se non valessero altro se non lo spazio e il tempo di un piatto di nouvelle cuisine. Sapete no, con quelle loro presentazioni pretenziose e perfette, colorate come serve, ma ingenerose, viventi solo per il breve momento in cui si consumano. Che durano lo spazio di un passo, o il tempo necessario a pronunciarne l'intenzione.
Non so se avessi ragione oppure se a ricoprirmi fosse solo un manto di dubbio e negatività. Se fossi soltanto stanca di me stessa.
Ne pubblico qualcuna, a conclusione di un racconto forse ancora da vivere.

Marco, al corso con me, amico da anni e mio alter ego al maschile.








Diego, assistente, voce ampia di confronto.



Valeria, modella rubata all'altro corso, delicata e intensa.







Diane, compagna di corso americana, donna meravigliosa. Coraggiosa, animata da un'energia disarmante.


 




Infine io, in un autoritratto fra i diversi che mi sono fatta. L'unico che reputo vero.


lunedì 16 luglio 2012

Colpi di.

Il peso di tutto un anno abbassa le mie spalle ogni giorno di qualche centimetro. Accade sempre, in questo periodo in cui serve quell'introvabile ultimo colpo di reni.
Non è su questo tavolo in ufficio, su questa sedia, e nemmeno sulla stessa accoppiata nella mia casa, davanti a pixel più gradevoli. Non è nelle facce che mi circondano qui, imposte e indifferenti. Non è in questa città e negli anni che le ho dato. Non è nelle delusioni che sono rotolate nella mia direzione come manciate di biglie annerite dal mio entusiasmo. Non è in un silenzio che si fa sentire. E nemmeno nell'attesa perpetua che proietta i desideri su un muro di gomma. Non sta nel terremoto imminente dell'incontro con Ackerman, nè nei chilometri che mi separano dalle riflessioni che ne seguiranno. Non si trova nemmeno nella coscienza pulita. E non è certo nello specchiarsi nei dolori altrui, che raffreddano il corpo nel contatto come correnti improvvise sotto la superficie dell'acqua.
Sta invece nel brevissimo istante di uno sguardo che sostiene pur seduto e timidamente affranto, o nella voce di una canzone fatta esplodere nell'aria solo perchè tu ne possa sorridere. Nelle parole giuste e dure di chi ti vuole bene e capisce il tuo valore. E' nel pregustare quel posto senza pretese, fatto di acqua e luci e sole e verde e ricordi a venire. Nei tuoi genitori che si addormentano alla fine di una giornata, la loro, e che vorresti non finisse mai. Nel non sentirsi soli a cercare il cambiamento che verrà. Nel profumo che ci si sente addosso da una vita e nel piacere di regalarlo a qualcuno, per un attimo infinito.
Nello scrivere queste parole pensando sottovoce a ognuno di voi, a loro e alle tante me. Che a colpi di reni, e di remi, avanziamo senza mai essere d'avanzo.

martedì 26 giugno 2012

Vento




VENTO

E' andare, finalmente.
Inalo la città in tutti i suoi palazzi, caldi nei colori e rumorosi nelle voci.
L'aria estiva non soffoca, limitandosi a inumidire appena l'incontro della pelle con la pelle, tra le pieghe del corpo.
I sampietrini fanno sobbalzare le ruote, loro sorelle quotidiane, e me con esse.
Tempo per me, tanto. Lo guardo e mi precede, pronto a farsi percorrere fino a non farsi più vedere, nel buio della notte che arriverà, silenziosa.
Ora tutto è brezza. Trapassa le maglie leggere del cotone e s'infila come un amante nelle aperture che vi scova, facendosi strada verso il mio corpo. Il bianco che mi veste si gonfia e si svuota veloce, sbatacchiando come una vela appena issata con la prua ancora al vento.
La strada è un liquido solido, il gioco di ombre e luci mimetizza il traffico che mi scorre intorno con moto ondoso regolare.
Tengo ben saldo il timone, con entrambe le mani.
Respiro profondamente, immersa nell'odore inconfondibile dell'acqua dolce.
Accosto leggermente e rallento un poco, controllo la superficie indisturbata della strada.
Via libera.
Il vento mi avvolge senza sospingermi troppo e, mollando la cima, lascio che mi si metta in poppa.
Ed è allora che, per un istante infinito, mi concedo di chiudere gli occhi.
Sono in barca. Nulla mi tocca se non il vento.
E il calore che sento è mio padre, che mi sta portando sul lago. Come ogni estate.


martedì 19 giugno 2012

Formaintera

Si dice che scappare non risolva i problemi, che andare in un posto diverso non lasci indietro i pensieri. Ma quando davanti a te si riversa l'intera gamma degli azzurri presenti in natura, tendi a lasciare ai luoghi comuni il tempo che trovano, per abbracciare invece quello in cui ti trovi.
Tre giorni a Formentera: ognuno con un peso diverso, ognuno imprescindibile parte dello stesso intero. Un'isola dove nonostante la novità degli scenari non ti senti mai smarrito, ma al contrario in stretto contatto con te stesso. Profumi di verde e folate di aria fresca che venano il calore del sole, canzoni con parole dimenticate su due ruote saltellanti sullo sterrato, colori saturi e autentici eppure incredibili, suoni silenziosi che estinguono miracolosamente il bisogno di altre note. Mare dalla purezza talmente arrogante da sembrare denso. Reticolati di sole disegnati sul fondo sabbioso, sospinti nella trafila di un'acqua appena vivace. Nuove e note voci, parole che escono e rientrano tracciando cerchi armoniosi e poligoni irregolari.
E poi loro, le fotografie: il motivo principale del mio viaggio. Il nudo come libertà di espressione e di movimento. Invenzioni raccontate in brevi serie, visioni ricreate in forma rettangolare, pattinate sul filo del rasoio. Con mano ferma o tuffata nel cuore, senza avvertire nient'altro che il magnetismo dell'idea da rappresentare che attrae lo sguardo a sè: non il freddo, non la salsedine, non la sabbia graffiante sul corpo, non il buio. Demoni danzanti che per una volta non fanno male, ma che anzi elargiscono adrenalina con innumerevoli colpi di coda. Segni di alleanza e gesti di potere si alternano formando un unico film, che scorre negli occhi senza tregua dopo la sua prima e definitiva impressione sulla pellicola, lasciando in tutti i suoi attori lunghe scie.
Al contempo turbata e rilassata, faccio ritorno al nuovo oggi. Ascolto una canzone, la prima da giorni, sul traghetto per Ibiza. Ed è un Caronte dolce che mi porta verso casa sull'ultima distesa salata. Respiro a tratti più consapevole o più selvatica, ma sopra ogni cosa più viva. Dopo l'isola sono meno isola, più intera nella mia forma. Formaintera.

giovedì 14 giugno 2012

Il pilota di aeroplani

Entra nella stanza, con quel suo passo un po' dinoccolato.
Uh, ma c'è qualcosa qui! Volete farmi lavorare...
Si dirige verso le cassette della posta interna e ne preleva una busta grigia, che finisce in cima alla piccola pila che si porta in braccio.
E' Alberto, il fattorino che ogni giorno passa due-tre volte per le consegne postali. Per lui da anni sono "Francischedda bedda", e anche se non abbiamo mai fatto una vera chiacchierata gli sono affezionata. Non nel modo in cui lo possono essere gli altri, che vedono sempre soltanto il suo fare giullaresco. Io lo guardo nei dettagli che mostra quando appoggia quei panni sullo schienale di una sedia immaginaria.
Come al suo arrivo la mattina, in moto, con la tuta. Poi si mette il vestito e la cravatta, ma si capisce che non gli appartengono. Oppure quando vado al quarto piano ed è il suo turno per sorvegliare l'ingresso. Se ne sta lì seduto, a guardare i monitor e a far scattare la porta con il metal detector. Quando mi intravede attraverso i vetri s'illumina, preparando una battuta di saluto, sempre diversa. Ma quell'espressione un po' dimessa e al contempo dignitosa non mi è sfuggita, ed è tardi per darmi a intendere spensieratezza. In quel volto e nei gesti vedo abnegazione, spirito di sacrificio, amore.
E' un brav'uomo Alberto, e come tanti indossa la maschera più brillante della malinconia. Chissà se da bambino sognava di fare il pilota di aeroplani.

lunedì 4 giugno 2012

Donna e motore

Sono qui davanti a un foglio bianco con il desiderio di annerirlo, ma con troppi - o troppo pochi - pensieri in testa per procedere con il mio naturale passo: spedito, certo, inarrestabile. Sarà che durante la mia parziale assenza da questo luogo che ho sempre considerato casa, ho fatto un piccolo viaggio in altri mondi, aprendomi a orizzonti che mi ritrovo ora a guardare nell'insieme. In tutto questo, può quindi avere senso scrivere semplicemente dello scrivere e del fare, senza lo scritto o il fatto.

Mai come nell'ultimo periodo ho spinto sull'acceleratore dell'apprendimento e della creatività, generati e accompagnati dagli stimoli più diversi. Il percorso non è stato lineare, e come tutte le esplorazioni più interessanti mi è parso lunghissimo, costellato di presenze vecchie e nuove, di riferimenti consolidati e sfide inedite. Ora faccio il punto con me stessa, in un momento intermedio di qualcosa che, in fondo, non troverà mai una fine se non in quella particolare certezza che il famoso detto abbina alle tasse.

Ho fotografato di nuovo, e con notevole frequenza, nonostante il periodo di pausa che avevo avuto l'ardire di impormi per ritrovare uno spirito sepolto da tanti penseri e sentimenti. La verità è che l'unica decisione sensata, quando si parla di attività creative, è quella di non decidere. Si segue l'impulso, e già questo coraggio può portare a qualcosa. Continuo a spingermi, a provare, a sperimentare, a mettermi in condizioni limite. Se ciò che ho fatto sia buono non spetta a me dirlo, e parleranno al posto mio i prossimi mesi, che si preannunciano quanto meno movimentati.
Inaspettatamente ho iniziato a studiare sceneggiatura, grazie a un progetto bellissimo che mi è capitato tra le mani e che non vedo l'ora di affrontare. Anche qui, l'incognita regna sovrana e ci sarà da sudare, ma sono molto stimolata e curiosa di vedere come andrà.
Mi sono infine tuffata, senza accorgermene, in una sorta di esercizio di scrittura di cui avete visto i frutti nei precedenti post e che apprezzo perchè ha affinato l'efficacia espressiva che desidero portare nei miei scritti futuri. Non intendo abbandonarlo, semmai inserirlo e amalgamarlo in un quadro generale più ampio, sul quale lavoro da qualche tempo.

L'effetto finale è che, in tutte queste costruzioni, mi pare di essermi dispersa. Come se avessi disseminato pezzi di me in ogni dove e avessi bisogno di una scopa grande abbastanza per riportarli sulla paletta. E' cosa normale, forse, quando si ha la fortuna di poter viaggiare su più binari; dunque non importa se a un certo punto mi sembrerà di dover divaricare inumanamente le gambe per giungere a tutte le mie destinazioni, perchè penso che l'elasticità sviluppata dai miei muscoli in questo tempo me lo consentirà.
Credo che, in ogni caso, la cosa più importante da fare sia continuare a viaggiare, perchè l'arte è quel motore che lavora dentro di te anche quando ti sembra di non tenerlo acceso. E anche quando, in fondo, artista non ti ci senti nemmeno.