Scatto per il progetto Within da ormai quattro anni. Volti su volti, incontro su incontro, e di ognuno ricordo tutto. A un certo punto, due anni fa, pensavo di averlo concluso. Invece era solo sospeso. Non dico che sia finito ora, perché voglio proseguire, ma sono giunta senza dubbio a un punto fondamentale. In senso letterale, delle fondamenta: le mie. Pensando alle persone da ritrarre, ho capito che nonostante avessi pensato, per varie ragioni, di tenere la famiglia fuori dal progetto, in realtà proprio quello sarebbe stato un tassello immancabile. E così ho fissato due date, il 28 e 29 marzo, sabato e domenica. Papà le ha segnate sulla sua agendina, con la stilografica, come un impegno di quelli veri. Non appena l'ho proposto, i miei si sono subito dedicati alla scelta del brano musicale che avrebbe dettato i loro ritratti, ed era proprio lì che li volevo. Nella mia famiglia la musica è sempre stata una presenza importante, una passione, una cultura tramandata. Le prime idee sono state istintive, riferite a brani che ascoltano in questo periodo. Poi, sentendosi chiamati a una scelta che rappresentasse al meglio la loro essenza, hanno trovato i loro brani. E sono così loro, in effetti.
Papà è stato il primo, sabato pomeriggio. Ci siamo messi in sala, dove lui ascolta sempre la musica e dove sapevo per esperienza che a una certa ora sarebbe arrivato un fascio di luce calda contro la libreria. Dura pochi minuti, bisogna essere svelti. Il sole in discesa sull'orizzonte arriva da destra, lungo la via perpendicolare a quella dell'edificio e s'infila come in un corridoio attraverso la grande vetrata.
Come ogni buon intenditore, mio padre non si era accontentato del brano ma ha scelto anche l'esecutore preferito. Gustav Mahler, Sinfonia N. 4 diretta da Abbado. Perché ho il cd in cui dirige Fritz Reiner, ma la fa un po' troppo veloce... preferisco come la prende Abbado. E siccome il cd non ce l'aveva, si era scaricato un video da Youtube. Dunque in sala c'eravamo io, la macchina fotografica, mio padre e il video con Abbado che sbacchettava l'orchestra.
Contrariamente a quanto mi aspettassi, non c'era in mio padre alcun imbarazzo o reticenza davanti all'obiettivo. Si è subito messo a disposizione, fin dal primo momento, come se non avesse fatto altro nella vita che posare per un ritratto. Era lì con me, non con la macchina. Ho iniziato a scattare, e senza che glielo avessi domandato, mi ha detto cosa significasse quella musica per lui.
Quando l'ascolto vedo il cielo dello Zimbabwe. Mi ricordo che guardavo le palme, altissime, del giardino dei Bhana, e la musica sembrava ampliare ancora di più l'altezza del cielo contro quelle palme.
Aveva quarant'anni, ai tempi di quel ricordo. Ora ne ha sessantotto, sono almeno trent'anni che ascolta quella musica e l'ha portata a me, nel mio progetto. Una certa responsabilità, ma di quelle belle da portare.
Abbiamo scattato per un'oretta. Ha fatto tutto quello che è tipico di lui, e io ho ripreso i suoi gesti, il suo canto, il suo riso. Ma anche qualcosa che non avevo mai avuto modo di soffermarmi a guardare, a raccogliere, a riconoscere in lui. Mio padre diverso. Forse non più solo mio padre, ma l'uomo.
Una nuvola ha coperto il sole proprio nell'ora in cui l'aspettavo, e abbiamo concluso. Sono tornata nella mia vecchia stanza a guardare quanto avevo fatto, e dopo una decina di minuti, all'improvviso, sento mio padre chiamarmi dalla sala. C'è la luce, vieni! Velocemente riaccende Abbado, io riprendo la macchina fotografica in mano, lo faccio sedere contro la grande libreria su cui si staglia il fascio di luce e scatto per una decina di minuti. Non era più neanche questione della musica, né della luce in sé e per sé... era questione di momento, di presenza. Le foto brillavano, oscure e vibranti.
Mamma l'ho ritratta il giorno seguente, di mattina, nel suo atelier. La stanza che era di mio fratello è diventata il posto dove lei dipinge. Pennelli, tele e colori a non finire. Dmitri Shostakovic, Concerto per pianoforte N. 2. Al contrario di mio padre, lei ascoltava quel brano da poco tempo. Anche questa musica è così tanto rappresentativa di lei da bastare come ritratto anche da sola. È fatta di tanti elementi diversi, passaggi in maggiore e in minore, una costruzione musicale grandiosa, da ascoltare e riascoltare sperando di non impararla mai a memoria. Un cerchio che si chiude perfettamente, ha detto giustamente lei.
I suoi occhi sfuggivano, rapiti la musica. Catturarli non era facile, lei era lì con tutta se stessa ma fluttuava. Mio padre aveva sempre lo sguardo inchiodato in camera, così com'è lui, ben piantato e terreno. Allo stesso e opposto modo mia madre svolazzava, inseguendo la creatività della musica e la propria. E poi lei è cantante, la musica ce l'ha proprio dentro e la fa uscire sempre, anche quando gira per casa. Cantava anche durante il ritratto, come fosse lei stessa un pianoforte o un violino.
Per la prima volta nella mia vita mi sono commossa fotografando. Ci siamo commosse entrambe. Molte immagini, specie quelle leggermente mosse dove i dettagli si perdono, evidenziano le nostre somiglianze fisiche ed espressive. Ricorderò sempre il suo sorriso finale, e non perché stia in una fotografia.
L'editing di quei due set non l'ho ancora fatto, anche se da quanto ho visto mi sembrano le foto migliori di tutto il progetto. Certe cose vanno lasciate un po' lì a decantare.
L'altro giorno ero in treno, c'era uno splendido sole e ho pensato bene di riascoltare quelle due musiche. Mi sono ritrovata con gli occhi bagnati. Certe cose diventano intoccabili, e ormai metto in conto di avere quella reazione ogni volta che le riascolterò. Proprio in quel vagone ho capito perché quei due set fossero così importanti e cosa significassero per me. Quando ho proposto ai miei di fare le foto per il progetto, ho riposto una grande aspettativa nelle loro scelte musicali, e non solo perché ritenevo che potessero essere qualitativamente eccellenti, data la loro cultura. Io in realtà volevo che loro mi lasciassero un segno preciso di quello che erano e che erano sempre stati. Quando ascolto quelle due musiche io vedo precisamente la nostra famiglia, il nostro passato e il nostro essere, il mondo in cui sono cresciuta, quello che loro mi hanno trasmesso. E per me avere fatto delle fotografie che rappresentano tutto questo - il momento attuale e quello del tempo che scorre da sempre nelle nostre vite insieme - è qualcosa di importantissimo, bello e terribile al tempo stesso. Solo adesso ho inteso come la fotografia possa essere morte e vita, qualcosa che congelando uccide e nel contempo rende eterno il suo oggetto. Sentire tutto questo è ben diverso dal capirlo solamente.
Mi è diventato chiaro che facendo questo progetto io ricerco tante piccole parti di me stessa, se ci sono, nelle musiche degli altri - e quindi, in loro. Che poi è quello che fa un fotografo: cercare e possibilmente trovare una zona d'intersezione tra se stesso e l'altro, e rappresentarlo al meglio. La musica è la chiave, ma gli spazi che apre sono tutti da esplorare.
In fotografia, f/64 è il valore di minima apertura del diaframma. Massimo dettaglio, visione profonda.
domenica 12 aprile 2015
martedì 20 gennaio 2015
Di moderni abusi
Per molti versi, si stava meglio quando i social non esistevano. Se non altro perché le occasioni di imbattersi in due parole decisamente abusate nell'ultimo decennio erano nettamente inferiori e strettamente legate alle frequentazioni dirette, che, si sa, sono senz'altro più selezionate di quelle offerte dal diramarsi dei collegamenti virtuali. Le due parole sono disagio e genio.
La prima, gramigna del gergo giovanile che si attorciglia al parlato come un ricciolo attorno al dito. Vezzo annoiato, il più delle volte impertinente (nel senso di non-pertinente), una sorta di posa. Una volta ero in fila all'uscita d'imbarco in aeroporto. Credo si trattasse di una destinazione vacanziera, perché sulla tratta serale Roma-Milano non c'erano mai ragazzine con le unghie dipinte di azzurro che tra un risolino e l'altro ripetessero "che disagio!" a qualunque sollecitazione il loro orecchio percepisse. E io ricordo di aver pensato qualcosa del tipo ma cosa ne sai tu del disagio, ragazzina viziata, stupida oca egocentrica. Non sono mai morbida quando incontro, se non la stupidità, almeno le sue gratuite manifestazioni.
Disagio. Sentimento del sentirsi fuori posto, fuori corrente, fuori ascolto. In realtà è una parola che mi piace, di quelle che racchiudono interi mondi in poche lettere. Non ce ne sono tante di parole così, sono come termini eletti, perché esprimono non solo concetti ma anche stati d'animo. Beh, molti sono stati gli artisti e gli scrittori del disagio, e sembra che nelle loro opere si sia identificato un numero via via maggiore di persone. La mia percezione è che però non si tratti solo di una questione empatica, di identificazione e similitudine. Mi pare che spesso il tutto diventi atteggiamento autoconsolatorio, un crogiolarsi e glorificare la condizione di chi sta più in basso, a lato, comunque da un'altra parte della via. E allora il disagio è diventato pop. Una celebrazione invece che qualcosa di ombroso e relegato alle caverne interiori di ognuno. Fenomeno a tratti irritante, ma senz'altro interessante.
La seconda parola: genio. Mi sono spesso interrogata sul suo senso, quando qualcuno me la metteva sotto il naso associandola ad espressioni tutt'altro che geniali. Era come se qualcuno venisse da me con una macchinina e mi dicesse guarda che belle linee, che colore fiammante... poi quando la guidi è davvero il massimo. Di che cosa stiamo parlando? Non ti sei accorto che è solo un giocattolo? È come se queste persone girassero con degli occhiali deformanti nel cervello. Questo fatto di abusare delle parole è la manifestazione di un'allucinazione collettiva.
E a proposito di genio, credo di essere giunta alla mia personale conclusione. Il genio è colui che supera i propri pensieri attraverso le azioni. Quante volte si sentono riflessioni profonde, si leggono punti di vista rivoluzionari, si partecipa a momenti vibranti di promesse... e poi ci si scontra con realtà mille volte più bieche, basse, che vanno completamente da un'altra parte. Coloro che indossano gli occhiali allucinogeni confondono la sublimazione dell'azione con l'elevazione del pensiero. Per questo i geni sono davvero pochi. Perché tutti sono troppo bravi a raccontarsela, senza far seguire azioni o prodotti degni del pensiero che li avrebbe potuti generare. Invece troppo spesso vale come geniale il colpo, la boutade, l'intuizione. Quella non è che una scintilla, a cui dovrebbe seguire un incendio e non lo scoppio di un petardo da cortile.
Recentemente, ad Amsterdam, ho visto una bellissima mostra di Araki, il fotografo giapponese noto soprattutto per le sue immagini erotiche. Per la prima volta davanti a una serie di fotografie mi è venuto da piangere. Per la verità toccante, la straordinaria capacità di esposizione di sé, ben lontana dalla mera esibizione. Attraverso quelle immagini potevi sentire il suo pensiero, il suo cuore, il suo disagio. Il bondage, le modelle, certo. Ma soprattutto le foto della vita con la moglie, poi morta di cancro. Quelle del gatto. La metropolitana. Le composizioni di fiori e bambole rotte. Una serialità e una devozione incredibili. Non c'era quel malcelato atteggiamento autoconsolatorio volto a provocare compassione. Era la sua voce che diceva "eccomi, io sono questo, questo è il mio mondo reale e di fantasia", per quanto disorientante esso potesse essere. Non era sublimazione del disagio, ma fulgida rappresentazione di un'essenza. Araki è un genio perché non ti delude con uno scollamento tra pensiero e azione. Le sue fotografie riescono a stare al passo con la sua umanità e, infatti, toccano proprio dove lui muore. Perché tutte le opere di un vero artista sono al tempo stesso vita e morte, e non a caso questa è una dicotomia trasversale a ogni lavoro di Araki. Senza prepotenza, anzi con la delicatezza dirompente di chi ha davvero coraggio della propria verità.
Nessuno ha colpa di non arrivare a tutto questo; è soltanto un dono molto raro.
La prima, gramigna del gergo giovanile che si attorciglia al parlato come un ricciolo attorno al dito. Vezzo annoiato, il più delle volte impertinente (nel senso di non-pertinente), una sorta di posa. Una volta ero in fila all'uscita d'imbarco in aeroporto. Credo si trattasse di una destinazione vacanziera, perché sulla tratta serale Roma-Milano non c'erano mai ragazzine con le unghie dipinte di azzurro che tra un risolino e l'altro ripetessero "che disagio!" a qualunque sollecitazione il loro orecchio percepisse. E io ricordo di aver pensato qualcosa del tipo ma cosa ne sai tu del disagio, ragazzina viziata, stupida oca egocentrica. Non sono mai morbida quando incontro, se non la stupidità, almeno le sue gratuite manifestazioni.
Disagio. Sentimento del sentirsi fuori posto, fuori corrente, fuori ascolto. In realtà è una parola che mi piace, di quelle che racchiudono interi mondi in poche lettere. Non ce ne sono tante di parole così, sono come termini eletti, perché esprimono non solo concetti ma anche stati d'animo. Beh, molti sono stati gli artisti e gli scrittori del disagio, e sembra che nelle loro opere si sia identificato un numero via via maggiore di persone. La mia percezione è che però non si tratti solo di una questione empatica, di identificazione e similitudine. Mi pare che spesso il tutto diventi atteggiamento autoconsolatorio, un crogiolarsi e glorificare la condizione di chi sta più in basso, a lato, comunque da un'altra parte della via. E allora il disagio è diventato pop. Una celebrazione invece che qualcosa di ombroso e relegato alle caverne interiori di ognuno. Fenomeno a tratti irritante, ma senz'altro interessante.
La seconda parola: genio. Mi sono spesso interrogata sul suo senso, quando qualcuno me la metteva sotto il naso associandola ad espressioni tutt'altro che geniali. Era come se qualcuno venisse da me con una macchinina e mi dicesse guarda che belle linee, che colore fiammante... poi quando la guidi è davvero il massimo. Di che cosa stiamo parlando? Non ti sei accorto che è solo un giocattolo? È come se queste persone girassero con degli occhiali deformanti nel cervello. Questo fatto di abusare delle parole è la manifestazione di un'allucinazione collettiva.
E a proposito di genio, credo di essere giunta alla mia personale conclusione. Il genio è colui che supera i propri pensieri attraverso le azioni. Quante volte si sentono riflessioni profonde, si leggono punti di vista rivoluzionari, si partecipa a momenti vibranti di promesse... e poi ci si scontra con realtà mille volte più bieche, basse, che vanno completamente da un'altra parte. Coloro che indossano gli occhiali allucinogeni confondono la sublimazione dell'azione con l'elevazione del pensiero. Per questo i geni sono davvero pochi. Perché tutti sono troppo bravi a raccontarsela, senza far seguire azioni o prodotti degni del pensiero che li avrebbe potuti generare. Invece troppo spesso vale come geniale il colpo, la boutade, l'intuizione. Quella non è che una scintilla, a cui dovrebbe seguire un incendio e non lo scoppio di un petardo da cortile.
Recentemente, ad Amsterdam, ho visto una bellissima mostra di Araki, il fotografo giapponese noto soprattutto per le sue immagini erotiche. Per la prima volta davanti a una serie di fotografie mi è venuto da piangere. Per la verità toccante, la straordinaria capacità di esposizione di sé, ben lontana dalla mera esibizione. Attraverso quelle immagini potevi sentire il suo pensiero, il suo cuore, il suo disagio. Il bondage, le modelle, certo. Ma soprattutto le foto della vita con la moglie, poi morta di cancro. Quelle del gatto. La metropolitana. Le composizioni di fiori e bambole rotte. Una serialità e una devozione incredibili. Non c'era quel malcelato atteggiamento autoconsolatorio volto a provocare compassione. Era la sua voce che diceva "eccomi, io sono questo, questo è il mio mondo reale e di fantasia", per quanto disorientante esso potesse essere. Non era sublimazione del disagio, ma fulgida rappresentazione di un'essenza. Araki è un genio perché non ti delude con uno scollamento tra pensiero e azione. Le sue fotografie riescono a stare al passo con la sua umanità e, infatti, toccano proprio dove lui muore. Perché tutte le opere di un vero artista sono al tempo stesso vita e morte, e non a caso questa è una dicotomia trasversale a ogni lavoro di Araki. Senza prepotenza, anzi con la delicatezza dirompente di chi ha davvero coraggio della propria verità.
Nessuno ha colpa di non arrivare a tutto questo; è soltanto un dono molto raro.
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| Araki @ Foam Amsterdam - Polaroids wall (1 of 3) |
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| Araki @ Foam Amsterdam - Polaroids wall (detail) |
giovedì 15 gennaio 2015
La città dei silenzi rotti
Le grandi finestre dei palazzi affacciano sui canali come occhi senza palpebre.
La maggior parte delle case di Amsterdam manca di tende, persiane, tapparelle, grate. È tutto trasparente. I vetri più belli sono quelli più vecchi, un po' irregolari nella loro corsa verticale, e brillano d'imprecisione.
Amsterdam è una città d'argento, una fiaba a cielo aperto. Uno scenario da pellicola in bianconero. I colori naturali, dai freddi marroni scuri ai beige più cremosi, è bene goderseli dal vivo.
Non ho visitato una chiesa né un museo. Se hai poco più di due giorni, Amsterdam te la devi camminare. Procedi tenendoti il cappello sulla testa con una mano, il vento attraversa la lana fino alle orecchie.
Le vetrine del quartiere a luci rosse sono tutte vuote, le tende tirate. Solo i neon all'esterno sono accesi, attraenti promesse del nulla. Sarà stata l'ora del tè anche per le prostitute. I sex shop pullulano di attrezzi dalla foggia sinuosa e il tocco setoso, ma non hanno nulla di veramente carnale, niente che stimoli davvero l'immaginazione. Nei coffee shop l'odore di ganja è lontano come una voce che chiama a tavola da un'altra stanza, tutto è ben aerato, i muri decorati nei modi più fantasiosi. Un signore distinto vende laudano e assenzio in un legnoso negozio in pieno centro, avvolgendo le belle bottiglie in fogli di carta a fiori acquerellati.
Le persone girano anche senza berretto, spedite sulle loro biciclette con i freni a pedali. Non si fermano mai, è da loro che ti devi guardare quando attraversi il marciapiede. Senza luci, senza motore, non li vedi e non li senti. Di colpo si materializzano, da soli o in gruppo.
Fuori dal centro, il reticolato delle strade offre solo edifici inclinati, ognuno diverso dall'altro, e strade perfettamente pavimentate.
Ci si abitua in fretta a quel che di ovattato. Amsterdam é silenziosa ed elegante come una donna che porti a passeggio un cerbiatto. Non c'è segno di molestia, visiva o sonora. Tutto scorre sopra e sotto l'acqua che l'attraversa, ognuno va per la sua strada senza abbrutimento alcuno.
E mentre cammini tra queste vie in cui tutto sembra un delicato intreccio di morbida alienazione e rilassato libertinismo, insospettabile si fa strada un rombo nell'aria. Alzi la testa e nel giro di una decina di secondi ecco un aereo sorvolare basso la città. Cinque, dieci minuti e ne arriva un altro. Da sud-est verso nord-ovest, quasi sempre. Gli aerei sono la bussola della città, quando ti perdi basta aspettare che ne passi uno per capire da che parte andare.
Viene dall'alto l'unico suono forte di Amsterdam, il flusso che ne sovrasta i calmi equilibri. Ed è proprio qui, quando quelle grosse frecce si stagliano nel cielo nuvoloso, che la città mostra tutta la sua essenza di bianconero.
Scenario ideale per un moderno Fellini.
giovedì 8 gennaio 2015
The special need
The special need, lungometraggio di Carlo Zoratti, 2013.
C'è sempre da stare attenti quando si fa un post su un film, per non rovinare la visione a chi volesse procedere dopo la lettura. E non solo per quanto riguarda la trama, ma soprattutto per non prevaricare sulle emozioni altrui attraverso le proprie, che sono sempre un fatto personale che va a intessersi con il proprio vissuto. Ho deciso di parlare di The special need perché ha fatto risuonare domande che mi sono sempre fatta.Ho un cugino affetto da sindrome di down e, seppure con relativa incostanza, siamo cresciuti insieme. Tra un paio di mesi compirà trentotto anni, ma è solo un numero. Il suo spirito sembra essere lo stesso da sempre. È uno showman, gli piace stare al centro dell'attenzione, è divertente, una vera forza. Quando i miei nonni mancarono, si trasferì con la famiglia nell'appartamento che era stato il loro, di fianco a quello dei miei. La finestra della sua camera, al primo piano, affacciava sull'ingresso del palazzo. Spesso, rientrando, mi capitava di vederlo in piedi dietro il vetro chiuso, a guardare fuori. Serio. Come assente. Mi sono sempre chiesta a cosa pensasse in quei momenti, quando non era in mezzo alla gente a fare il brillante. In tutti i giorni dell'anno in cui non c'era qualcosa da festeggiare, nelle lunghe ore in cui non c'era nessuno in casa.
Ha sempre avuto un po' un debole per me, mi diceva che ero bellissima e che ero la sua sposa. Non moglie, ma sposa. Poi ha smesso. Ma quando lo faceva io me lo chiedevo lui che idea avesse dell'amore, della donna, della compagna. Cosa sentiva, la sua pulsione era uguale a quella di tutti gli altri? Quanto speciale, o normale, era il suo bisogno? Me lo chiedo ancora oggi. Non ho mai osato domandarlo a lui.
Quello di Zoratti è un documentario che ha come protagonista Enea, un trentenne autistico che intraprende un viaggio, fisico e interiore, insieme a due suoi cari amici. La meta è quella più appassionante, destabilizzante ed eternamente misteriosa: la donna. "Bisogno", recita il titolo. Perché non si tratta solo di un desiderio, ma di una vera e propria necessità, quella di ogni essere umano - e in questo caso di un maschio - di conoscere l'amore, viverlo e goderne, con tutta la confusione che è propria di questo universo così delicato. Enea è proteso, con gioiosa ed erodente curiosità, verso un mondo da cui si sente (ed è, di fatto) respinto. Nonostante tutto, i suoi slanci sono ostinati, la sua fede non è mai davvero rotta dalla frustrazione.
Disabile è la parola che utilizzano i suoi due amici per riferirsi alla sua condizione, ed è qualcosa di cui personalmente non so molto e su cui preferisco non avventurarmi troppo qui, ma il racconto molto ben fatto del film induce a porsi diverse domande in merito. Fino a che punto Enea è cosciente della propria diversità, quanto è in grado di conciliare dentro di sé le risposte che il mondo dà alle sue domande, sia quelle del corpo che quelle della mente? Perché il corpo domanda anche per un disabile. Credo che nessun istinto dell'essere umano capace d'intendere e di volere cessi di pulsare nonostante tutto, e men che meno lo fa quello che porta ognuno alla ricerca di un compagno di vita. Cos'è che vuole Enea? Perché cerca una donna, veramente? La risposta arriva da più parti, nel film. Come suggerisce una voce femminile, il bisogno speciale va ben oltre quello di "svuotare il sacco", sessualmente parlando. Al contrario, Enea vuole riempirsi. Vuole una donna da amare, baciare, tenere per mano. Una che sia la sua. Una compagna. Ed è spiazzante come questo gli sia chiaro, così come è chiaro che il suo bisogno non sia il frutto di un condizionamento socio-culturale: non cerca una donna perché è ciò che fanno tutti intorno a lui, ma perché è il suo istinto, il suo io profondo a chiederglielo. E la sua ricerca è di una tenerezza senza pietismi, toccante, delicata e sincera. Anche goffa, incerta, agrodolce.
Il salto che il film ha il merito di fare è l'estendere tutto questo oltre i confini della disabilità, rendendo in fondo tutti uguali nei loro dubbi, nel valore dell'esperienza e nel contatto d'amore. Una bella impresa, e che impresa.
domenica 4 gennaio 2015
36
Da ieri ho trentasei anni.
A quest'età mia madre andava a vivere in Zimbabwe con marito e figli. Un Paese di cui ho relativamente pochi ricordi, ma quei pochi sono vividissimi. Ho una foto di me che rido accartocciata in una tinozza di poco più di mezzo metro di diametro che mi contendo con mio fratello, che ride anche lui mostrando le gengive.
Lorenzo mi suona ora nelle orecchie, è questa la vita che sognavo da bambino? Credo di no, credo che questa vita non me la immaginassi nemmeno, quando stavo in quella tinozza. Non ho calcato le orme che pensavo mi avrebbero portato ad avere una famiglia mia, o una scrivania da cui guardare un panorama di vetro e cemento.
Non mi aspettavo di tornare bambina dopo trent'anni da allora, a non preoccuparmi di cosa farò da grande. Perché proprio grande non mi ci sento mai, nonostante gli anni che passano.
Dopo tanto silenzio ho ripreso a studiare il pianoforte seriamente. Da meno di un mese mi misuro con un compositore tra i più complessi, avanzo di battuta in battuta mandandole a memoria con la fame che mi è sempre stata propria.
E poi mi sono comprata una batteria elettronica. Usata, di Foligno. Mi piace l'idea degli oggetti che circolano di mano in mano. Mi arriva domani, e temo che lascerà poco spazio ad altro. Perché se c'è una cosa che non cambia con il tempo è la fissa che mi prende quando metto le mani, la testa o il cuore su qualcosa che mi interessa davvero.
Ho quasi finito il disegno per un nuovo tatuaggio, che presto troverà posto sul braccio che scrive.
Ho cambiato il colore dei capelli, dopo tanto tempo che li volevo così: rossi, come il mio colore interiore. Mi ci sento benissimo, mi danno la luce giusta.
Il mio volto tutto è cambiato. E non solo per i capelli, io parlo proprio di ossa e volumi. Qualche giorno fa, a casa dei miei per Natale, mio padre mi ha chiesto di dare un'occhiata a un vecchio back-up fatto sul pc di Roma, che ancora era salvato su un hard-disk esterno. Salvare quello che ancora interessa, il resto si cancella. Ho portato via tutti i miei oggetti che ancora erano rimasti in quella casa, il cordone è ormai tagliato. Guardando nell'hard-disk, ho aperto qualche cartella di vecchie foto e quasi non mi sono riconosciuta. Il triangolo polposo del viso da ragazzina ha lasciato il posto a zigomi più prominenti e un profilo sfilato, un volto da donna. È la prima volta che riesco a vedere due immagini sostanzialmente diverse di me, come mi succede sempre quando guardo le foto di mio padre da ragazzo.
Anche io sto cambiando, e mi viene da dire finalmente. L'idea dell'invecchiamento non è più soltanto questione di una rughetta o qualche capello bianco, è proprio trasformazione globale. Non sei più lì a guardare solo in avanti, senza sapere cosa il futuro ti porterà. Sei tu che ti porti le cose, sempre più. Il passaggio dal sistema in cui spesso subivi scelte, persone e ambienti, a un altro in cui sei tu a selezionare, decidere, costruire come anche distruggere, è sempre più completo. L'atteggiamento di attesa e aspettativa diventa un sentire le cose in mano, ed è lì che sei chiamato a tenere o lasciare andare. Sei sempre più tu e solo tu a determinarti.
Forse partirò presto. Il mio Zimbabwe dei trentasei potrebbe essere in un altro continente, con un'altra durata e tutt'altre modalità. Ed è proprio quella fibrosa incertezza dell'avere le cose in mano l'essenza di tutto.
A quest'età mia madre andava a vivere in Zimbabwe con marito e figli. Un Paese di cui ho relativamente pochi ricordi, ma quei pochi sono vividissimi. Ho una foto di me che rido accartocciata in una tinozza di poco più di mezzo metro di diametro che mi contendo con mio fratello, che ride anche lui mostrando le gengive.
Lorenzo mi suona ora nelle orecchie, è questa la vita che sognavo da bambino? Credo di no, credo che questa vita non me la immaginassi nemmeno, quando stavo in quella tinozza. Non ho calcato le orme che pensavo mi avrebbero portato ad avere una famiglia mia, o una scrivania da cui guardare un panorama di vetro e cemento.
Non mi aspettavo di tornare bambina dopo trent'anni da allora, a non preoccuparmi di cosa farò da grande. Perché proprio grande non mi ci sento mai, nonostante gli anni che passano.
Dopo tanto silenzio ho ripreso a studiare il pianoforte seriamente. Da meno di un mese mi misuro con un compositore tra i più complessi, avanzo di battuta in battuta mandandole a memoria con la fame che mi è sempre stata propria.
E poi mi sono comprata una batteria elettronica. Usata, di Foligno. Mi piace l'idea degli oggetti che circolano di mano in mano. Mi arriva domani, e temo che lascerà poco spazio ad altro. Perché se c'è una cosa che non cambia con il tempo è la fissa che mi prende quando metto le mani, la testa o il cuore su qualcosa che mi interessa davvero.
Ho quasi finito il disegno per un nuovo tatuaggio, che presto troverà posto sul braccio che scrive.
Ho cambiato il colore dei capelli, dopo tanto tempo che li volevo così: rossi, come il mio colore interiore. Mi ci sento benissimo, mi danno la luce giusta.
Il mio volto tutto è cambiato. E non solo per i capelli, io parlo proprio di ossa e volumi. Qualche giorno fa, a casa dei miei per Natale, mio padre mi ha chiesto di dare un'occhiata a un vecchio back-up fatto sul pc di Roma, che ancora era salvato su un hard-disk esterno. Salvare quello che ancora interessa, il resto si cancella. Ho portato via tutti i miei oggetti che ancora erano rimasti in quella casa, il cordone è ormai tagliato. Guardando nell'hard-disk, ho aperto qualche cartella di vecchie foto e quasi non mi sono riconosciuta. Il triangolo polposo del viso da ragazzina ha lasciato il posto a zigomi più prominenti e un profilo sfilato, un volto da donna. È la prima volta che riesco a vedere due immagini sostanzialmente diverse di me, come mi succede sempre quando guardo le foto di mio padre da ragazzo.
Anche io sto cambiando, e mi viene da dire finalmente. L'idea dell'invecchiamento non è più soltanto questione di una rughetta o qualche capello bianco, è proprio trasformazione globale. Non sei più lì a guardare solo in avanti, senza sapere cosa il futuro ti porterà. Sei tu che ti porti le cose, sempre più. Il passaggio dal sistema in cui spesso subivi scelte, persone e ambienti, a un altro in cui sei tu a selezionare, decidere, costruire come anche distruggere, è sempre più completo. L'atteggiamento di attesa e aspettativa diventa un sentire le cose in mano, ed è lì che sei chiamato a tenere o lasciare andare. Sei sempre più tu e solo tu a determinarti.
Forse partirò presto. Il mio Zimbabwe dei trentasei potrebbe essere in un altro continente, con un'altra durata e tutt'altre modalità. Ed è proprio quella fibrosa incertezza dell'avere le cose in mano l'essenza di tutto.
giovedì 25 dicembre 2014
Di Natali e busti in gesso
Chi beve solo acqua ha un segreto da nascondere, diceva Baudelaire. E secondo me un po' anche chi odia il Natale. Perchè quello non è il giorno in cui tutti sono più buoni - casomai buonisti - ma quello in cui si torna bambini. Al solo suono della parola "Natale", i primi pensieri portano a ricordi d'infanzia, quando le strade erano illuminate dalle lucine che io chiamavo natalini, si scriveva la letterina a Babbo Natale con tanto di disegni, si aspettava in cucina insieme ai cuginetti che arrivasse l'omone con la barba bianca, e allora si spegnevano tutte le luci e si sentiva tintinnare un mazzo di chiavi come fossero i campanelli della slitta. A Natale si poteva stare in piedi fino a oltre mezzanotte, ed era tardissimo. Da piccoli era più buono il Pandoro perchè non aveva i canditi, e invece adesso la maturità del gusto porta in vantaggio il Panettone. Chi odia il Natale è un po' come se odiasse l'infanzia.
E poi il Natale è il giorno in cui nessuno si deve permettere di rompere i coglioni. Per un giorno si mette da parte se stessi e ci si regala agli altri. Sì, ci sarà magari quel parente noioso che non a caso si vede solo una volta l'anno, si cucinerà per ore e per altrettante si stramazzerà con le gambe sotto il tavolo e lo stomaco al centro della Terra, tutti ti chiederanno come va il lavoro quando tu non sai nemmeno quale sia, e vorranno sapere del fidanzato che proteggi gelosamente dalle maree del parentame. Però ci saranno anche momenti che non ti aspettavi, ti arriveranno segnali da uno spazio che quotidianamente non esplori, e doni da persone davanti alle quali ti ritroverai, un po' imbarazzato, a mani vuote. E allora magari ti s'insinuerà qualche domanda in testa, mentre sorseggi l'amaro. Quanto è individuale la nostra vita? Quanto siamo disposti a far entrare l'altro? Quanto ad accettarne le differenze? Quanto siamo capaci di portare insieme a loro il dolore? Quali sono le soglie che pensavamo di non poter varcare e che invece possiamo oltrepassare? Perchè tutto deve essere solo questione di perdere o guadagnare? Cosa è veramente importante? Se proprio non si riesce a vivere il Natale come una festa, si può vederlo come un'occasione per camminare attraverso queste domande con chi ci è vicino. Basta non starsene sempre lì con le mani in tasca, e allungarne una.
A casa dei miei, ieri sera, ho guardato l'albero davanti alla portineria. Ci sono tre busti in gesso nel lungo corridoio che porta alle due rampe di scale del palazzo, e uno di essi si trova proprio accanto alla portineria. Quei regali alla base dell'albero mi hanno sempre fatto tristezza. Saranno scatole vuote ricoperte di carta colorata, ogni anno uguali e destinate a nessuno. Da piccola pensavo fossero i regali per i figli del portinaio. Temevo che qualcuno glieli portasse via nella notte, e che rimanessero senza. Anche il busto ha l'aria di chi è rimasto senza, e resta solo a guardare. Forse è questa sottile malinconia a rendere il Natale una non-festa per alcuni, quelli che sono rimasti senza qualcosa o qualcuno.
Però io sono felice, questo Natale. Ho tanto per cui ringraziare, tanto a cui essere vicina, tanto da guardare e di cui essere partecipe. Stamattina, mentre i miei erano a Messa, sono andata a vedere il presepe che avevano fatto in tutta fretta ieri. Alla base c'erano i regali che si erano fatti tra di loro. Mi è caduto l'occhio su un pacchetto fatto su in una busta dorata, con attaccato un bigliettino che diceva "Al mio grande amore". La grafia era quella di mia mamma. Quando più tardi papà lo ha aperto, ci ha trovato un berretto di lana fatto da lei all'uncinetto. Se l'è provato, l'ha tolto per controllare che non ci fosse un davanti e un didietro, e i capelli gli si sono tutti arruffati. Se l'è rimesso in testa con mia mamma che lo aiutava e si sono dati un bacio. Io ero sul divano che li guardavo, ma non avevo per niente l'aria di un busto di gesso.
E poi il Natale è il giorno in cui nessuno si deve permettere di rompere i coglioni. Per un giorno si mette da parte se stessi e ci si regala agli altri. Sì, ci sarà magari quel parente noioso che non a caso si vede solo una volta l'anno, si cucinerà per ore e per altrettante si stramazzerà con le gambe sotto il tavolo e lo stomaco al centro della Terra, tutti ti chiederanno come va il lavoro quando tu non sai nemmeno quale sia, e vorranno sapere del fidanzato che proteggi gelosamente dalle maree del parentame. Però ci saranno anche momenti che non ti aspettavi, ti arriveranno segnali da uno spazio che quotidianamente non esplori, e doni da persone davanti alle quali ti ritroverai, un po' imbarazzato, a mani vuote. E allora magari ti s'insinuerà qualche domanda in testa, mentre sorseggi l'amaro. Quanto è individuale la nostra vita? Quanto siamo disposti a far entrare l'altro? Quanto ad accettarne le differenze? Quanto siamo capaci di portare insieme a loro il dolore? Quali sono le soglie che pensavamo di non poter varcare e che invece possiamo oltrepassare? Perchè tutto deve essere solo questione di perdere o guadagnare? Cosa è veramente importante? Se proprio non si riesce a vivere il Natale come una festa, si può vederlo come un'occasione per camminare attraverso queste domande con chi ci è vicino. Basta non starsene sempre lì con le mani in tasca, e allungarne una.
A casa dei miei, ieri sera, ho guardato l'albero davanti alla portineria. Ci sono tre busti in gesso nel lungo corridoio che porta alle due rampe di scale del palazzo, e uno di essi si trova proprio accanto alla portineria. Quei regali alla base dell'albero mi hanno sempre fatto tristezza. Saranno scatole vuote ricoperte di carta colorata, ogni anno uguali e destinate a nessuno. Da piccola pensavo fossero i regali per i figli del portinaio. Temevo che qualcuno glieli portasse via nella notte, e che rimanessero senza. Anche il busto ha l'aria di chi è rimasto senza, e resta solo a guardare. Forse è questa sottile malinconia a rendere il Natale una non-festa per alcuni, quelli che sono rimasti senza qualcosa o qualcuno.
Però io sono felice, questo Natale. Ho tanto per cui ringraziare, tanto a cui essere vicina, tanto da guardare e di cui essere partecipe. Stamattina, mentre i miei erano a Messa, sono andata a vedere il presepe che avevano fatto in tutta fretta ieri. Alla base c'erano i regali che si erano fatti tra di loro. Mi è caduto l'occhio su un pacchetto fatto su in una busta dorata, con attaccato un bigliettino che diceva "Al mio grande amore". La grafia era quella di mia mamma. Quando più tardi papà lo ha aperto, ci ha trovato un berretto di lana fatto da lei all'uncinetto. Se l'è provato, l'ha tolto per controllare che non ci fosse un davanti e un didietro, e i capelli gli si sono tutti arruffati. Se l'è rimesso in testa con mia mamma che lo aiutava e si sono dati un bacio. Io ero sul divano che li guardavo, ma non avevo per niente l'aria di un busto di gesso.
lunedì 22 dicembre 2014
Dodici anni di gavettoni
Linklater non è come il vino, che migliora con il tempo. Non mi pare ci sia mai stato nella sua filmografia un punto di massimo da cui scendere, ma guardando Boyhood non posso che constatare un colossale scivolone di generale qualità cinematografica. L'ultimo capitolo della trilogia di Before (sunrise, sunset e midnight) è di una tale noia da competere con una coda alle poste, ma certo di fronte a un'unanimità così entusiastica per Boyhood da parte della critica non mi aspettavo un film così insulso.
Per chi non l'avesse visto, risparmiando 166 minuti di vita magari accanto a un inevitabilmente dormiente fidanzato, Boyhood è un film sulla crescita di un ragazzino americano nel contesto di una famiglia in reiterato sfascio. La particolarità che ha fatto gridare al miracolo è che il film è stato girato in un lasso di tempo di dodici anni (anche se i giorni effettivi di lavorazione sono stati solo 39, e si nota), utilizzando lo stesso cast che in tal modo si è visto realmente evolvere fisicamente. I bambini sono diventati adolescenti, gli adulti sono ingrassati, sono comparse le rughe.
Idea dal grande potenziale, quindi. Un progetto a lungo termine di tale portata avrebbe potuto segnare la storia del cinema, essere un esperimento dove verosimiglianza e verità potessero avvicinarsi davvero.
E invece si sono fatte le nozze coi fichi secchi.
Sceneggiatura inesistente, fiacca. Per raccontare il quotidiano e l'apparente nulla ci sono modi più efficaci, poetici, pregnanti. Si prenda Still life, di Uberto Pasolini, per citare un titolo recente. La vita di un impiegato del comune il cui compito è cercare i familiari di chi è morto in solitudine. L'uso dell'inquadratura, la luce, il suono (e non alludo alla colonna sonora), la recitazione. Una meraviglia. In Boyhood manca tutto. Non c'è regia. Nessuna inquadratura o sequenza interessante: non dico arrivare alle sgrandangolate nauseanti di un Malick, o alle prospettive hipster di Wes Anderson, ma almeno provare ad avvicinarsi a qualcosa di meno impersonale si poteva anche fare.
Non c'è la recitazione, dote tanto invidiata agli americani dalle capre del cinema nostrano. Ethan Hawke ha lo stesso repertorio espressivo di Nicholas Cage. I dialoghi sono vuoti, fatti di niente, non portano ad alcuna riflessione. In dodici anni si poteva anche pensare per qualche minuto al contenuto, e invece no. Dedichiamoci ancora un po' ai tagli di capelli, i veri protagonisti della pellicola.
Non c'è scenografia. Non c'è costume, non c'è storia, non c'è l'evoluzione di una cultura in dodici anni - se non per qualche debole e stereotipato accenno a Bush e alla campagna elettorale di Obama. In dodici anni, a inizio millennio, quante cose sono cambiate? Possibile che nessuna sia stata meritevole di un'inquadratura, un cenno, un momento di gloria? Ah già, per qualche secondo si vedono i Pokemon. E i cellulari. La contestualizzazione è debole, le analisi sincronica e diacronica sono diluite nelle vicende di un ripetitivo piagnisteo sentimentale. Quello che invece non manca è tutto il repertorio degli stereotipi umani: il padre assente e irresponsabile che abbandona la famiglia, il professore che diventa ubriaco e violento, il soldato reduce dalla guerra in Medio Oriente, il college e il fancazzismo degli studenti, e via dicendo.
La colonna sonora, che avrebbe potuto supplire in qualche modo alle lacune della regia, è banale e non mostra neanche il minimo della ricerca. Sembra assemblata da un deejay alle prime armi al quale sia stato interdetto l'accesso a una qualsiasi fonte musicale pre-Coldplay. Ci si prova, senza successo, attraverso il personaggio interpretato da Hawke, con qualche strimpellata alla chitarra sul patio, tra canti stonati (che fanno tanto cinema-verità-semplicità) e teste ciondolanti che sbrodolano sorrisi buonisti.
Insomma, non mi piace l'idea di stroncare di netto il lavoro di qualcuno, specie sapendo che vi si è dedicato per dodici anni. Ma si poteva e si doveva pretendere molto di più da un proposito ambizioso come quello che ha ispirato il film. Non ci si poteva accontentare di un prodotto così mediocre e noioso, inconsistente e superficiale. Un'occasione sprecata, un amaro in bocca che permane fastidioso dopo la visione.
Boyhood è avere a disposizione un Barolo del secolo scorso e usarlo per riempirci i gavettoni.
Per chi non l'avesse visto, risparmiando 166 minuti di vita magari accanto a un inevitabilmente dormiente fidanzato, Boyhood è un film sulla crescita di un ragazzino americano nel contesto di una famiglia in reiterato sfascio. La particolarità che ha fatto gridare al miracolo è che il film è stato girato in un lasso di tempo di dodici anni (anche se i giorni effettivi di lavorazione sono stati solo 39, e si nota), utilizzando lo stesso cast che in tal modo si è visto realmente evolvere fisicamente. I bambini sono diventati adolescenti, gli adulti sono ingrassati, sono comparse le rughe.
Idea dal grande potenziale, quindi. Un progetto a lungo termine di tale portata avrebbe potuto segnare la storia del cinema, essere un esperimento dove verosimiglianza e verità potessero avvicinarsi davvero.
E invece si sono fatte le nozze coi fichi secchi.
Sceneggiatura inesistente, fiacca. Per raccontare il quotidiano e l'apparente nulla ci sono modi più efficaci, poetici, pregnanti. Si prenda Still life, di Uberto Pasolini, per citare un titolo recente. La vita di un impiegato del comune il cui compito è cercare i familiari di chi è morto in solitudine. L'uso dell'inquadratura, la luce, il suono (e non alludo alla colonna sonora), la recitazione. Una meraviglia. In Boyhood manca tutto. Non c'è regia. Nessuna inquadratura o sequenza interessante: non dico arrivare alle sgrandangolate nauseanti di un Malick, o alle prospettive hipster di Wes Anderson, ma almeno provare ad avvicinarsi a qualcosa di meno impersonale si poteva anche fare.
Non c'è la recitazione, dote tanto invidiata agli americani dalle capre del cinema nostrano. Ethan Hawke ha lo stesso repertorio espressivo di Nicholas Cage. I dialoghi sono vuoti, fatti di niente, non portano ad alcuna riflessione. In dodici anni si poteva anche pensare per qualche minuto al contenuto, e invece no. Dedichiamoci ancora un po' ai tagli di capelli, i veri protagonisti della pellicola.
Non c'è scenografia. Non c'è costume, non c'è storia, non c'è l'evoluzione di una cultura in dodici anni - se non per qualche debole e stereotipato accenno a Bush e alla campagna elettorale di Obama. In dodici anni, a inizio millennio, quante cose sono cambiate? Possibile che nessuna sia stata meritevole di un'inquadratura, un cenno, un momento di gloria? Ah già, per qualche secondo si vedono i Pokemon. E i cellulari. La contestualizzazione è debole, le analisi sincronica e diacronica sono diluite nelle vicende di un ripetitivo piagnisteo sentimentale. Quello che invece non manca è tutto il repertorio degli stereotipi umani: il padre assente e irresponsabile che abbandona la famiglia, il professore che diventa ubriaco e violento, il soldato reduce dalla guerra in Medio Oriente, il college e il fancazzismo degli studenti, e via dicendo.
La colonna sonora, che avrebbe potuto supplire in qualche modo alle lacune della regia, è banale e non mostra neanche il minimo della ricerca. Sembra assemblata da un deejay alle prime armi al quale sia stato interdetto l'accesso a una qualsiasi fonte musicale pre-Coldplay. Ci si prova, senza successo, attraverso il personaggio interpretato da Hawke, con qualche strimpellata alla chitarra sul patio, tra canti stonati (che fanno tanto cinema-verità-semplicità) e teste ciondolanti che sbrodolano sorrisi buonisti.
Insomma, non mi piace l'idea di stroncare di netto il lavoro di qualcuno, specie sapendo che vi si è dedicato per dodici anni. Ma si poteva e si doveva pretendere molto di più da un proposito ambizioso come quello che ha ispirato il film. Non ci si poteva accontentare di un prodotto così mediocre e noioso, inconsistente e superficiale. Un'occasione sprecata, un amaro in bocca che permane fastidioso dopo la visione.
Boyhood è avere a disposizione un Barolo del secolo scorso e usarlo per riempirci i gavettoni.
lunedì 24 novembre 2014
Sul ponte di coperta a Modena
Lei cercava di vedere se stessa attraverso il proprio corpo. Per questo stava così spesso davanti allo specchio. E avendo paura di essere sorpresa dalla madre, gli sguardi che dava allo specchio avevano il marchio di un vizio segreto.
Quello che l'attirava verso lo specchio non era la vanità bensì la meraviglia di vedere il proprio io. Dimenticava che stava guardando il quadro di comando dei meccanismi del corpo. Credeva di vedere la sua anima che le si rivelava nei tratti del suo viso. Dimenticava che il naso non è che l'estremità di un tubo che porta aria ai polmoni. In esso vedeva l'espressione fedele del proprio carattere.
Si guardava a lungo e a volte la contrariava vedere sul proprio viso i tratti della madre. Allora si guardava con più ostinazione, cercando con la forza della volontà di cancellare la fisionomia della madre, di sottrarla, così da far rimanere solo ciò che era lei stessa. Quando ci riusciva, era un momento di ebbrezza: l'anima saliva sulla superficie del corpo, come quando un equipaggio irrompe dal ventre della nave, riempie tutto il ponte di coperta, agita le mani verso il cielo e canta.
(Milan Kundera, L'insostenibile leggerezza dell'essere)
Non ho mai fatto mistero di amare Kundera. Tra le altre cose, per la capacità che ha di creare immagini impensabili legandole ai concetti che vuole esprimere.
Quando ho letto questo paragrafo, non ho potuto fare a meno di pensare, da fotografa, all'autoritratto. Quel tentativo di vedere se stessi attraverso il proprio corpo.
C'è stato un periodo, un paio di anni fa, in cui di autoritratti me ne facevo parecchi. Spesso tornavo a casa dopo il lavoro, a Roma, e mi mettevo comoda, con i vestiti da casa, nell'unica stanza che mi desse un'impressione di calore, di accoglienza: la camera da letto. Rivolgevo la piccola fotocamera dell'iPhone verso di me e scattavo. Non lo facevo per vanità, ma per rilassarmi. Per ritrovarmi, forse, alla fine di giornate che mi portavano lontano da me. Non erano selfie, quelle foto in posa in cui si individua il grado d'inclinazione della fotocamera perfetto per valorizzare il proprio viso. Anzi, spesso mi fotografavo in movimento, cercando un risultato nuovo anche ai miei occhi.
In realtà non vedevo l'ora di ritrarre qualcun altro, di me ero stufa, così come di quella solitudine e di quella vita.
Poi mi sono trasferita a Milano, e sono rinata. Con gli autoritratti fatti con l'iPhone ho smesso subito. Mi ritrovavo già in ogni ora di ogni giorno, e quell'esigenza di far affiorare me stessa attraverso il mio corpo è diventata di colpo superflua.
Un giorno di gennaio di quest'anno ho voluto testare la luce naturale della mia nuova casa. Qui non ci sono stanze sì e stanze no. È tutto aperto e sto bene ovunque.
Ho steso un fondale bianco e messo la macchina sul cavalletto di fronte a me. Non il telefonino, ma una fotocamera vera, di quelle che si usano per fare le immagini da stampare bene. Telecomando alla mano, ho scattato una serie che si chiama On white. Semplicissima, come un foglio bianco su cui scrivere una storia nuova. Ho celebrato così il mio cambiamento di vita, ed è stato un momento di ebbrezza: l'anima saliva sulla superficie del corpo, come quando un equipaggio irrompe dal ventre della nave, riempie tutto il ponte di coperta, agita le mani verso il cielo e canta.
Una di quelle foto verrà esposta a Modena in una collettiva organizzata dalla Fondazione Teatro Comunale di Modena nell'ambito di una rassegna di danza contemporanea dal titolo "Passioni in Danza".
L'inaugurazione sarà martedì 2 dicembre alle ore 19:00.
Tutte le info qui:
http://www.fondazionefotografia.org/9557/fotografia-e-danza-si-incontrano-alle-passioni/
Quello che l'attirava verso lo specchio non era la vanità bensì la meraviglia di vedere il proprio io. Dimenticava che stava guardando il quadro di comando dei meccanismi del corpo. Credeva di vedere la sua anima che le si rivelava nei tratti del suo viso. Dimenticava che il naso non è che l'estremità di un tubo che porta aria ai polmoni. In esso vedeva l'espressione fedele del proprio carattere.
Si guardava a lungo e a volte la contrariava vedere sul proprio viso i tratti della madre. Allora si guardava con più ostinazione, cercando con la forza della volontà di cancellare la fisionomia della madre, di sottrarla, così da far rimanere solo ciò che era lei stessa. Quando ci riusciva, era un momento di ebbrezza: l'anima saliva sulla superficie del corpo, come quando un equipaggio irrompe dal ventre della nave, riempie tutto il ponte di coperta, agita le mani verso il cielo e canta.
(Milan Kundera, L'insostenibile leggerezza dell'essere)
Non ho mai fatto mistero di amare Kundera. Tra le altre cose, per la capacità che ha di creare immagini impensabili legandole ai concetti che vuole esprimere.
Quando ho letto questo paragrafo, non ho potuto fare a meno di pensare, da fotografa, all'autoritratto. Quel tentativo di vedere se stessi attraverso il proprio corpo.
C'è stato un periodo, un paio di anni fa, in cui di autoritratti me ne facevo parecchi. Spesso tornavo a casa dopo il lavoro, a Roma, e mi mettevo comoda, con i vestiti da casa, nell'unica stanza che mi desse un'impressione di calore, di accoglienza: la camera da letto. Rivolgevo la piccola fotocamera dell'iPhone verso di me e scattavo. Non lo facevo per vanità, ma per rilassarmi. Per ritrovarmi, forse, alla fine di giornate che mi portavano lontano da me. Non erano selfie, quelle foto in posa in cui si individua il grado d'inclinazione della fotocamera perfetto per valorizzare il proprio viso. Anzi, spesso mi fotografavo in movimento, cercando un risultato nuovo anche ai miei occhi.
In realtà non vedevo l'ora di ritrarre qualcun altro, di me ero stufa, così come di quella solitudine e di quella vita.
Poi mi sono trasferita a Milano, e sono rinata. Con gli autoritratti fatti con l'iPhone ho smesso subito. Mi ritrovavo già in ogni ora di ogni giorno, e quell'esigenza di far affiorare me stessa attraverso il mio corpo è diventata di colpo superflua.
Un giorno di gennaio di quest'anno ho voluto testare la luce naturale della mia nuova casa. Qui non ci sono stanze sì e stanze no. È tutto aperto e sto bene ovunque.
Ho steso un fondale bianco e messo la macchina sul cavalletto di fronte a me. Non il telefonino, ma una fotocamera vera, di quelle che si usano per fare le immagini da stampare bene. Telecomando alla mano, ho scattato una serie che si chiama On white. Semplicissima, come un foglio bianco su cui scrivere una storia nuova. Ho celebrato così il mio cambiamento di vita, ed è stato un momento di ebbrezza: l'anima saliva sulla superficie del corpo, come quando un equipaggio irrompe dal ventre della nave, riempie tutto il ponte di coperta, agita le mani verso il cielo e canta.
Una di quelle foto verrà esposta a Modena in una collettiva organizzata dalla Fondazione Teatro Comunale di Modena nell'ambito di una rassegna di danza contemporanea dal titolo "Passioni in Danza".
L'inaugurazione sarà martedì 2 dicembre alle ore 19:00.
Tutte le info qui:
http://www.fondazionefotografia.org/9557/fotografia-e-danza-si-incontrano-alle-passioni/
giovedì 23 ottobre 2014
MIFA 2014
Io sono di quelli che suonano senza farsi sentire.
Mai piaciuto mettermi in mostra nelle cose che facevo, anche se riuscivano bene.
Within è un progetto cresciuto mentre scrivevo il blog, e ogni ritratto aveva un post dedicato. Perché il ritratto è un'esperienza, e ognuno è diverso.
Scattavo in pellicola in giro per l'Italia e sviluppavo tutto in un laboratorio di Roma, il Lab Corvaglia. Fu quindi Luciano, guardando i provini, il primo a vederlo. Ancora prima di me. Poco prima che fosse finito, mi propose di esporlo nell'ambito del Darkroom Project a Muro Leccese, ma per vari motivi non potei farlo. Così Within restò sul mio sito, che è come a dire nel cassetto, insieme ad altri lavori. Finché non decisi, un paio di mesi fa, di partecipare a un concorso. È risaputo che le aspiranti dei concorsi di bellezza dicano spesso di essere state iscritte da un'amica, o una sorella, a loro insaputa. Non so quanto ci sia di vero in questo, ma in un certo senso anche per me è andata un po' così. Perché quelli come me vanno un po' spinti. Non si può sempre suonare nelle stanze vuote, prima o poi qualcuno ti sente. Prima o poi qualcuno le tue foto le vede e dà loro un valore che va al di là di quello personale di chi le ha scattate.
E così ieri sera, quando non ci pensavo neanche più, ecco arrivare per vie traverse la notizia inaspettata: menzione d'onore ai Moscow International Foto Awards, categoria ritratti. Per Within.
Ho aperto il link e quei volti - solo otto in questo caso, limite massimo per le serie - stavano lì a guardarmi dalla pagina di un sito che non era il mio. Come fossero a casa di altre persone, anzi in mezzo a una piazza. Insieme ad altri lavori veramente validi. Insieme alla menzione speciale data anche a chi mi ha spinto a partecipare e aiutato nell'editing. Le cattive notizie non arrivano mai da sole, ma neanche le buone :-)
http://moscowfotoawards.com/winners/zoom.php?eid=10-2365-14
Mai piaciuto mettermi in mostra nelle cose che facevo, anche se riuscivano bene.
Within è un progetto cresciuto mentre scrivevo il blog, e ogni ritratto aveva un post dedicato. Perché il ritratto è un'esperienza, e ognuno è diverso.
Scattavo in pellicola in giro per l'Italia e sviluppavo tutto in un laboratorio di Roma, il Lab Corvaglia. Fu quindi Luciano, guardando i provini, il primo a vederlo. Ancora prima di me. Poco prima che fosse finito, mi propose di esporlo nell'ambito del Darkroom Project a Muro Leccese, ma per vari motivi non potei farlo. Così Within restò sul mio sito, che è come a dire nel cassetto, insieme ad altri lavori. Finché non decisi, un paio di mesi fa, di partecipare a un concorso. È risaputo che le aspiranti dei concorsi di bellezza dicano spesso di essere state iscritte da un'amica, o una sorella, a loro insaputa. Non so quanto ci sia di vero in questo, ma in un certo senso anche per me è andata un po' così. Perché quelli come me vanno un po' spinti. Non si può sempre suonare nelle stanze vuote, prima o poi qualcuno ti sente. Prima o poi qualcuno le tue foto le vede e dà loro un valore che va al di là di quello personale di chi le ha scattate.
E così ieri sera, quando non ci pensavo neanche più, ecco arrivare per vie traverse la notizia inaspettata: menzione d'onore ai Moscow International Foto Awards, categoria ritratti. Per Within.
Ho aperto il link e quei volti - solo otto in questo caso, limite massimo per le serie - stavano lì a guardarmi dalla pagina di un sito che non era il mio. Come fossero a casa di altre persone, anzi in mezzo a una piazza. Insieme ad altri lavori veramente validi. Insieme alla menzione speciale data anche a chi mi ha spinto a partecipare e aiutato nell'editing. Le cattive notizie non arrivano mai da sole, ma neanche le buone :-)
http://moscowfotoawards.com/winners/zoom.php?eid=10-2365-14

Last but not least, ringrazio tutti i miei soggetti.
Condivido con voi questa mia soddisfazione personale: Filippo Nocera, Giangiacomo Pepe, Marco Onofri, Anders Petersen, Mario Zanaria, Fausto Podavini, Moreno Pisto, Alek Pierre, Anna Paladini, Donato Salcito, Edoardo Mantegazza, Alessandra Gerevini, Valeriya Burykh, Doug Rosa, Settimio Benedusi, Andrea Pugiotto, Toni Thorimbert, Diego Orlando.
sabato 4 ottobre 2014
Il suono del Cosmo
Credo che non ci sia cosa che mi appassioni di più che scoprire nuova musica. Sono capace di entrare in fisse inimmaginabili, con ascolti consecutivi a doppia cifra che sfiorano l'ossessione.
Quando poi la scoperta avviene per serendipità, è ancora meglio: navigando per la rete alla ricerca di una cosa che nulla ha a che vedere con la musica, approdi su un sito che suona una canzone che fin dalle prime note ti trasmette qualcosa. Individui la canzone e subito la compri su iTunes. S'intitola "The Moss", il muschio. Il testo è completamente assurdo, con riferimenti a Lewis Carrol e altre favole. Un'ode al nonsense fine a se stessa, racconta l'autore. Cerco il video su Youtube e trovo una performance live registrata a Bekonscot nel Buckinghamshire, il più antico villaggio in miniatura del mondo. Da qui apprendo che Cosmo è un polistrumentista, e io ho un debole per questo tipo di musicisti - ne conosco qualche altro, e infatti questo post nella mia idea originaria avrebbe dovuto inglobarne diversi, ma tale è stato l'interesse che mi ha suscitato questo artista che ho deciso di parlare solo di lui.
Saltellando da un video all'altro, capisco che non si tratta solo di una canzone orecchiabile. Mi trovo di fronte a uno di quei rari talenti che hanno una visione precisa di quello che fanno. Passione, curiosità, personalità. Una performance è in una stalla di maiali, un'altra in una lavanderia a gettoni a Brighton, un'altra ancora a bordo di un peschereccio di seppie, tra onde e schizzi d'inchiostro nero sulla strumentazione.
Ma chi è questo pazzo, mi chiedo con un sorriso incredulo.
Cosmo Sheldrake è un ventiquattrenne londinese che suona 30 strumenti diversi - dai più tradizionali a quelli caratteristici di alcuni Paesi del mondo - avvalendosi anche di campionatori e loop station. La sua musica è un collage di diverse influenze, e anche la tecnica vocale spazia dai vocalizzi della Mongolia e del Tibet fino al beatboxing. Ha iniziato a quattro anni col pianoforte e da allora non si è più fermato, trattando il suono con un approccio che prende ispirazione dal libro "The tuning of the World" di R. Murray Schäfer. Si tratta di un testo di storia, musica ed ecologia scritto nel 1977 che parla di come le persone abbiano progressivamente smesso di ascoltare il suono del mondo, e che invita a riaprire le orecchie per tornare a una consapevolezza di ciò che ci circonda e delle sue influenze sulla nostra percezione. Un tema, un destino: il suono di Cosmo. Eccolo nel pieno dell'espressione di questa "riappropriazione sonora", in un video girato in Bulgaria in cui crea un pezzo registrando e campionando i suoni del posto in cui si trova: il belato di una pecora, il ronzio di un alveare, il colpo di una barra di metallo, le interferenze di un televisore, l'apertura di un pacco di pasta, la risata di una vecchia, un sasso che rotola, ecc.
A volte l'eccentricità di certe composizioni potrebbe sembrare eccessiva, ma tutto si muove in una musicalità molto piacevole, che unita a uno stile scanzonato e ironico dell'immagine conferisce a Cosmo un appeal irresistibile. Almeno per chi, come me, desidererebbe essere circondata da molti più pazzi sperimentatori di questo tipo.
Quando poi la scoperta avviene per serendipità, è ancora meglio: navigando per la rete alla ricerca di una cosa che nulla ha a che vedere con la musica, approdi su un sito che suona una canzone che fin dalle prime note ti trasmette qualcosa. Individui la canzone e subito la compri su iTunes. S'intitola "The Moss", il muschio. Il testo è completamente assurdo, con riferimenti a Lewis Carrol e altre favole. Un'ode al nonsense fine a se stessa, racconta l'autore. Cerco il video su Youtube e trovo una performance live registrata a Bekonscot nel Buckinghamshire, il più antico villaggio in miniatura del mondo. Da qui apprendo che Cosmo è un polistrumentista, e io ho un debole per questo tipo di musicisti - ne conosco qualche altro, e infatti questo post nella mia idea originaria avrebbe dovuto inglobarne diversi, ma tale è stato l'interesse che mi ha suscitato questo artista che ho deciso di parlare solo di lui.
Saltellando da un video all'altro, capisco che non si tratta solo di una canzone orecchiabile. Mi trovo di fronte a uno di quei rari talenti che hanno una visione precisa di quello che fanno. Passione, curiosità, personalità. Una performance è in una stalla di maiali, un'altra in una lavanderia a gettoni a Brighton, un'altra ancora a bordo di un peschereccio di seppie, tra onde e schizzi d'inchiostro nero sulla strumentazione.
Ma chi è questo pazzo, mi chiedo con un sorriso incredulo.
Cosmo Sheldrake è un ventiquattrenne londinese che suona 30 strumenti diversi - dai più tradizionali a quelli caratteristici di alcuni Paesi del mondo - avvalendosi anche di campionatori e loop station. La sua musica è un collage di diverse influenze, e anche la tecnica vocale spazia dai vocalizzi della Mongolia e del Tibet fino al beatboxing. Ha iniziato a quattro anni col pianoforte e da allora non si è più fermato, trattando il suono con un approccio che prende ispirazione dal libro "The tuning of the World" di R. Murray Schäfer. Si tratta di un testo di storia, musica ed ecologia scritto nel 1977 che parla di come le persone abbiano progressivamente smesso di ascoltare il suono del mondo, e che invita a riaprire le orecchie per tornare a una consapevolezza di ciò che ci circonda e delle sue influenze sulla nostra percezione. Un tema, un destino: il suono di Cosmo. Eccolo nel pieno dell'espressione di questa "riappropriazione sonora", in un video girato in Bulgaria in cui crea un pezzo registrando e campionando i suoni del posto in cui si trova: il belato di una pecora, il ronzio di un alveare, il colpo di una barra di metallo, le interferenze di un televisore, l'apertura di un pacco di pasta, la risata di una vecchia, un sasso che rotola, ecc.
A volte l'eccentricità di certe composizioni potrebbe sembrare eccessiva, ma tutto si muove in una musicalità molto piacevole, che unita a uno stile scanzonato e ironico dell'immagine conferisce a Cosmo un appeal irresistibile. Almeno per chi, come me, desidererebbe essere circondata da molti più pazzi sperimentatori di questo tipo.
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