Intervista del fotografo Frank Horvat a Sarah Moon, una delle mie più apprezzate figure di riferimento. Molti i temi toccati, uno dei quali mi è particolarmente vicino ora che mi appresto a partecipare al workshop "Surprised by the unpredictable" di Anders Petersen al TPW.
In fotografia, f/64 è il valore di minima apertura del diaframma. Massimo dettaglio, visione profonda.
martedì 21 giugno 2011
martedì 7 giugno 2011
Michel (rac)Comte
Pacco per me, questa mattina. Amazon.it scritto sul cartone. Apro, estraggo il pesante Michel Comte - Thirty years and five minutes già con l'acquolina in bocca. Qualche giorno fa sono andata a vedere la sua mostra alla Triennale ed è stata un'autentica goduria. Ottantasei fotografie (più una stanzetta coi provini di vari servizi a celebrities), delle quali conoscevo già la maggior parte ma che non avevo mai visto stampate in quelle dimensioni. Ben tredici immagini hanno come co-protagonista la sigaretta, in perfetto stile nineties. E' stato anche un po' un tuffo nel passato, perchè alcune di quelle immagini le avevo scoperte ai tempi in cui furono pubblicate per la prima volta. Ahimè, la mia collezione di Vogue Italia dal 1991 in poi è finita al macero grazie all'insistenza di mio padre, che non sapeva più dove mettere tutte quelle copie di cui non capiva il valore - ok, lo ammetto: ho perso quelle foto per mia negligenza nel non ritagliarmi almeno i redazionali... ma ero giovane e stupida (ora sono rimasta solo stupida e lo considero un complimento). Comunque, torniamo al libro. Non sono qui per raccontarlo - chiunque lo voglia vedere e apprezzare, come senz'altro merita, lo può acquistare - quanto per commentare un fatto che riscontro praticamente ogni volta che leggo la biografia di un artista famoso. E' tutta gente che molto spesso non cresce con il background necessario alla professione in cui avrà poi successo, ma (solo) con una grande e innata passione per qualcosa; a quel punto, un genitore o una figura simile fornisce all'artista in erba uno strumento per sviluppare il suo talento. Fin qui tutto bene. Poi succede questo: "La prima occasione gliela offre, nel 1979, Franca Sozzani che lo impiegherà regolarmente per Lei e Per Lui". "Prima occasione" e "Franca Sozzani" nella stessa frase come ci sono finiti?! Questo buco temporale tra quando sta solo scattando un po' di foto e quando finisce alla corte della bionda signora come lo riempiamo?! E pensare che è lo stesso ragazzo che ha rifiutato un posto da assistente per David Bailey. Sia chiaro, non sto discutendo nè i modi nè il talento... però porca paletta, raccontalo come ci sei arrivato, almeno in un libro con il tuo nome stampato a caratteri cubitali! Ah già, non fa figo abbastanza. E non è per sapere come si fa, perchè sicuramente è un insieme di cose ben note a tutti - talento, gavetta e una bella botta alla dea bendata - ma perchè a me (e a buona parte del mondo, a giudicare da quel discreto business che si chiama editoria) piacciono le storie e queste persone ne hanno da vendere... E invece no, tutti a dare notizie scarne, fredda cronaca, elenchi di mostre/pubblicazioni ecc. Tizio nasce a X nel 19xx, poi si trasferisce a Y, dove conosce Caio e comincia a frequentare Sempronio. Diventa assistente di Richard Avedon. Espone al Moma. Dal suo primo matrimonio gli nasce Gesù. E così via. Raccontare gente, raccontare...
venerdì 3 giugno 2011
Collezionismo di curiosità
Gli uomini che inseguono una moltitudine di donne possono facilmente essere distinti in due categorie. Gli uni cercano in tutte le donne la donna dei loro sogni, un’idea soggettiva e sempre uguale. Gli altri sono mossi dal desiderio di impadronirsi dell’infinita varietà del mondo femminile oggettivo. L’ossessione dei primi è lirica: nelle donne essi cercano se stessi, il proprio ideale, e sono sempre e continuamente delusi perchè l’ideale, com’è noto, è ciò che non è mai possibile trovare. Poichè la delusione che li spinge da una donna all’altra dà alla loro incostanza una sorta di scusa romantica, molte donne sentimentali sono commosse dalla loro ostinata poligamia.
L’altra ossessione è un’ossessione epica e in essa le donne non trovano nulla di commovente: l’uomo non proietta sulle donne alcun ideale soggettivo, perciò ogni cosa lo interessa e nulla può deluderlo. E proprio questa incapacità di rimanere delusi ha in sé qualcosa di scandaloso. Agli occhi della gente, l’ossessione del donnaiolo epico appare senza riscatto (senza il riscatto della delusione). Poichè il donnaiolo lirico insegue sempre lo stesso tipo di donna, nessuno si accorge che egli cambia amante; gli amici gli causano continui malintesi, perchè non sono capaci di distinguere le sue amiche e le chiamano tutte con lo stesso nome. Nella loro caccia alla conoscenza, i donnaioli epici si allontanano sempre di più dalla bellezza femminile convenzionale, della quale si stancano presto, e finiscono irrimediabilmente per diventare dei collezionisti di curiosità.
(da "L'insostenibile leggerezza dell'essere", Milan Kundera)
L’altra ossessione è un’ossessione epica e in essa le donne non trovano nulla di commovente: l’uomo non proietta sulle donne alcun ideale soggettivo, perciò ogni cosa lo interessa e nulla può deluderlo. E proprio questa incapacità di rimanere delusi ha in sé qualcosa di scandaloso. Agli occhi della gente, l’ossessione del donnaiolo epico appare senza riscatto (senza il riscatto della delusione). Poichè il donnaiolo lirico insegue sempre lo stesso tipo di donna, nessuno si accorge che egli cambia amante; gli amici gli causano continui malintesi, perchè non sono capaci di distinguere le sue amiche e le chiamano tutte con lo stesso nome. Nella loro caccia alla conoscenza, i donnaioli epici si allontanano sempre di più dalla bellezza femminile convenzionale, della quale si stancano presto, e finiscono irrimediabilmente per diventare dei collezionisti di curiosità.
(da "L'insostenibile leggerezza dell'essere", Milan Kundera)
mercoledì 4 maggio 2011
venerdì 22 aprile 2011
Le rassicuranti mura di casa
Stasera ho passato un'oretta in compagnia dei video di Jan Švankmajer: l'ho trovato assolutamente geniale. Non spendo altre parole e lascio spazio alle immagini.
mercoledì 9 marzo 2011
Io e le formiche
Oggi mi è arrivato il pacco dei libri su musica e cinema. Mi sembra Natale. Li sfoglio impaziente cercando di capire da quale voglia cominciare: non so decidere. Intanto, mi concedo un po' del già iniziato Verbale scritto di Bruno Munari, perfetto per le piccole pause. Questa cosa, ad esempio, l'ho sempre pensata, guardando le formiche.
Guardo la processione delle formiche
tra erba e sassi nel loro sentiero privato
loro non mi vedono
non sanno che esisto
vanno continuamente avanti e indietro
in due colonne ordinate
chi porta un frammento di foglia
chi si ferma a chiacchierare con le antenne di un'altra formica
secondo i programmi della loro collettività.
Mi volto a guardare verso il cielo
per vedere se c'è qualche essere gigantesco e invisibile
come io sono per le formiche
che mi sta osservando ma che io non vedo
non vedo nessuno
ma non posso sapere se c'è o se non c'è.
(B. Munari)
Guardo la processione delle formiche
tra erba e sassi nel loro sentiero privato
loro non mi vedono
non sanno che esisto
vanno continuamente avanti e indietro
in due colonne ordinate
chi porta un frammento di foglia
chi si ferma a chiacchierare con le antenne di un'altra formica
secondo i programmi della loro collettività.
Mi volto a guardare verso il cielo
per vedere se c'è qualche essere gigantesco e invisibile
come io sono per le formiche
che mi sta osservando ma che io non vedo
non vedo nessuno
ma non posso sapere se c'è o se non c'è.
(B. Munari)
lunedì 7 marzo 2011
Interiors
Sono per i post brevi, ultimamente. E' tardi e devo riposare, se non voglio che questa settimana finisca (di nuovo) in un bagno di sangue. Però voglio ricordarmelo il giorno in cui ho rivisto Interiors di W. Allen. E' un film che ha press'a poco la mia età, e proprio ora che ho trentadue anni lo guardo e lo ascolto provando con esso una profonda affinità. Un contributo dello stesso regista, per chi di voi non avesse presente di cosa tratti.
Una delle cose che mi hanno colpito di più è la totale assenza di musica durante tutta la pellicola. Nemmeno sui titoli. Il solo rumore è quello del mare agitato e grigio. Quanto sentite sono le vicende umane delle protagoniste, quanto vere e ricorrenti esse possono essere nella vita di ognuno di noi. Il bisogno di controllare ogni cosa diventa nevrosi. Le conflittualità, le invidie, le frustrazioni, i sensi di colpa, i meccanismi che portano ad auto-punirsi e ad autocommiserarsi. Non ho mai pensato a come possano sentirsi le persone come Joey, incapace di esprimere quello che sente, né in grado di riconoscerlo. Ci sono un paio di passaggi molto intensi in cui lei parla proprio di questo e del modo in cui sente le emozioni esploderle dentro senza saperle esternare. E poi c'è Renata, interpretata da una fantastica Diane Keaton, che, è vero, sarà sempre uguale a se stessa ma qui la trovo particolarmente nella parte. All'inizio, appena dopo il passaggio ripreso nel video, dice: "Il risultato è la mia paralisi creativa". Ecco, io mi ci sono molto ritrovata in questa frase, perché è la situazione che spesso provo stando qui a Roma.
Le atmosfere di questo film, il cui titolo è così incredibilmente adatto e denso di significati, mi sono sembrate terribilmente reali. Pesanti, scolorite, spoglie, lente, imbrogliate l'una sull'altra. Questi interni che cercano di uscire allo scoperto con rabbia, senza mai riuscirci appieno se non provocando spaccature, ferimenti, tragedie. Non è cinema: è vita intima, interiore.
Una delle cose che mi hanno colpito di più è la totale assenza di musica durante tutta la pellicola. Nemmeno sui titoli. Il solo rumore è quello del mare agitato e grigio. Quanto sentite sono le vicende umane delle protagoniste, quanto vere e ricorrenti esse possono essere nella vita di ognuno di noi. Il bisogno di controllare ogni cosa diventa nevrosi. Le conflittualità, le invidie, le frustrazioni, i sensi di colpa, i meccanismi che portano ad auto-punirsi e ad autocommiserarsi. Non ho mai pensato a come possano sentirsi le persone come Joey, incapace di esprimere quello che sente, né in grado di riconoscerlo. Ci sono un paio di passaggi molto intensi in cui lei parla proprio di questo e del modo in cui sente le emozioni esploderle dentro senza saperle esternare. E poi c'è Renata, interpretata da una fantastica Diane Keaton, che, è vero, sarà sempre uguale a se stessa ma qui la trovo particolarmente nella parte. All'inizio, appena dopo il passaggio ripreso nel video, dice: "Il risultato è la mia paralisi creativa". Ecco, io mi ci sono molto ritrovata in questa frase, perché è la situazione che spesso provo stando qui a Roma.
Le atmosfere di questo film, il cui titolo è così incredibilmente adatto e denso di significati, mi sono sembrate terribilmente reali. Pesanti, scolorite, spoglie, lente, imbrogliate l'una sull'altra. Questi interni che cercano di uscire allo scoperto con rabbia, senza mai riuscirci appieno se non provocando spaccature, ferimenti, tragedie. Non è cinema: è vita intima, interiore.
mercoledì 16 febbraio 2011
L'orologio in rosso
In giornate come questa scriverei un intero libro. Nonostante la luce al neon, la presenza dei colleghi nella stanza e un lavoro aberrante che si avvicina inesorabile come l'alta marea, cerco di ritornare là fuori, sul ponte Cavour; a quando, qualche ora fa, ero.
Finalmente a Roma piove e io trovo, nella calma rilassata del mio camminare sotto queste gocce, il perfetto accordo con il mio interno. "Com'è musicale tutto questo", penso. Sul ponte Cavour il vento soffia sempre, cambiando direzione ogni secondo. Ciocche di capelli si alzano come tirate da fili invisibili, finendomi immancabilmente sul viso, impedendomi la vista e prendendo pieghe inusuali. A volte capita che i capelli mi facciano sentire estranea a me stessa: basta che si sposti la riga, anche di poco, e percepisco un netto cambiamento sul mio cranio. Come se avessi confuso il sale con lo zucchero. Ora, mentre cammino sotto l'ombrello, vedo i miei riccioli volarmi davanti agli occhi e sento la gonna alzarsi a scoprire le gambe rosso fuoco. Questa mattina ho indossato il mio colore preferito e lo sento scaldarmi il pensiero anche da sotto la giacca. Le note di un pianoforte mi ticchettano nelle orecchie con sincopata regolarità, prima ancora che possa scoprire che il pezzo che sto ascoltando, adesso per la prima volta, s'intitola proprio L'orologio.
Finalmente a Roma piove e io trovo, nella calma rilassata del mio camminare sotto queste gocce, il perfetto accordo con il mio interno. "Com'è musicale tutto questo", penso. Sul ponte Cavour il vento soffia sempre, cambiando direzione ogni secondo. Ciocche di capelli si alzano come tirate da fili invisibili, finendomi immancabilmente sul viso, impedendomi la vista e prendendo pieghe inusuali. A volte capita che i capelli mi facciano sentire estranea a me stessa: basta che si sposti la riga, anche di poco, e percepisco un netto cambiamento sul mio cranio. Come se avessi confuso il sale con lo zucchero. Ora, mentre cammino sotto l'ombrello, vedo i miei riccioli volarmi davanti agli occhi e sento la gonna alzarsi a scoprire le gambe rosso fuoco. Questa mattina ho indossato il mio colore preferito e lo sento scaldarmi il pensiero anche da sotto la giacca. Le note di un pianoforte mi ticchettano nelle orecchie con sincopata regolarità, prima ancora che possa scoprire che il pezzo che sto ascoltando, adesso per la prima volta, s'intitola proprio L'orologio.
venerdì 21 gennaio 2011
Blind date
Ancora prima di uscire di casa sapevo che avrei passato il resto della serata a scrivere, perchè quello cui mi stavo dirigendo era l'appuntamento per me più atteso degli ultimi mesi: "Blind date", il concerto al buio di Cesare Picco. Ero emozionata quando ho spento la luce prima di chiudere la porta, consapevole che al mio ritorno nulla sarebbe stato lo stesso.
Mi trovo un po' in difficoltà nell'affrontare questo post. Innanzitutto perchè, ancora presa dallo scombussolamento dell'evento, non ho ancora pienamente recuperato il linguaggio verbale. In secondo luogo perchè mentre ero nel teatro ero una tela sulla quale le emozioni arrivavano addosso come secchiate di vernice, mentre adesso, per essere efficace nelle mie descrizioni, devo cercare di tornare in quel mondo dalla sedia su cui sono seduta, nella mia camera. Mi aiuta il fatto di essere venuta poco fa in possesso della registrazione del primo "Blind date" (avvenuto nel 2009 a Milano), in vendita all'uscita dal concerto insieme agli altri dischi di Picco, che in parte possedevo. Ma ora basta con tutti questi cappelli introduttivi... togliamoceli e vediamo di tornare a teatro.
"Si suona ad occhi chiusi, al buio e a memoria." (F. Chopin)
Le luci calde dei riflettori bagnano il palcoscenico per i primi minuti. Lentamente i volumi si perdono in semplici e sottili linee gialle. La tastiera del pianoforte diventa un mare calmo di piccole fiamme, le cui bave si alzano e si abbassano accarezzate dalle mani di Cesare. Rimane un solo occhio di bue verticalmente sopra alla sua testa. I miei bulbi si aggrappano agli ultimi centimetri di contorni rimasti, fino a perdersi del tutto nel buio più totale. Come se avessi mollato la presa del salvagente, mi lascio trasportare dalla corrente, con fiducia. Eppure sono distratta dall'assenza della vista. Non riesco a concentrarmi sulla musica, perchè sto sperimentando tutto il resto di me che normalmente dimentico. Capisco di essere presente con tutta me stessa lì, in quel momento. La mente continua a lavorare. Mentre le arti figurative come la pittura non godono dell'immediatezza dell'attimo - e nemmeno la fotografia lo fa completamente - l'improvvisazione musicale ha questo carattere d'indubitabile contemporaneità tra il concepimento e la nascita dell'idea. E' lì con te, sta accadendo in quel momento, e mai sarà uguale in un altro istante del mondo. Cesare è il tramite geniale di tutto questo: lo cerco - senza realmente cercarlo - con lo sguardo e mi accorgo di avere gli occhi spalancati. Non sento nemmeno il bisogno di sbatterli. La fronte è sollevata, la bocca contratta. Ogni parte di me è protesa all'ascolto di lui e di me stessa. La musica scivola da melodie morbide e delicate a sussulti gravi e dissonanti, lasciandosi fare a tratti compagnia da suoni quasi psichedelici, percussioni delle mani sul legno, graffiate direttamente sulle corde, forti respiri e deboli fischi del pianista. Le sonorità di Gershwin, Debussy e lo stile dei pezzi di Picco si mescolano in un insieme indefinibile. Sonaglietti agitati e quasi liquidi mi fanno pensare a branchi di piccoli pesci colorati. Ho gli occhi lucidi e lascio scendere le lacrime sulle guance. Le asciugo con le mani e mi rendo conto che nessuno ha potuto vedere questi gesti accadere. E' talmente buio che, se mi avvicinassi al volto di qualcuno senza far rumore, questi non potrebbe accorgersi della mia presenza. Sono libera. Di piangere, di sorridere, di toccare il mio viso. Senza essere vista. La percezione del tempo che passa mi fa temere il momento in cui tornerà la luce e quando questo avviene ne sono infastidita. Sarei rimasta al buio con la musica di Cesare per molte altre ore. La luce mi offre però un altro spunto: mentre suona, lui è la musica. Il suo corpo è a totale servizio di essa e si contorce, si alza e si siede, inquieto. Come se avesse dentro una forza che lo muove indipendentemente dalla sua volontà. Dall'inizio alla fine, non ha mai aperto gli occhi; non guarda nemmeno la tastiera. Le luci in sala si riaccendono e lui si appresta a suonare le ultime note. Sembra concludere sulle più alte, che rotolano lentamente una dietro l'altra come briciole. Ma poi decide di offrire loro un contraltare, con un unico tasto bassissimo. Insieme, terra e cielo si toccano, piano piano. Cesare tiene i tasti schiacciati fin quando le note non si addormentano, lasciando cadere le dita con la forza di gravità, sotto la tastiera. Silenzio in sala. Un miracolo di contemplazione della magia. E poi, gli applausi.
Dopo diverse uscite e rientri sul palco, Cesare prende la parola. E' visibilmente provato, io sono in terza fila e vedo le sue mani tremare leggermente. Muove nervosamente piedi e gambe, cercando di riprendere fiato mentre ringrazia tutti per l'energia che ha avvertito da parte di ciascuno di noi. Parla del suo concetto di "Blind date" e passa quindi al bis: "Hikari" (che in giapponese significa "luce"), un pezzo da lui composto e ispirato ad una leggenda secondo la quale una volta all'anno l'imperatore andava da solo nei giardini reali di Kyoto a contemplare il tramonto per tutto il suo popolo. Ecco quindi tornare la musica in una nuova veste, dopo un concerto che è già stato tramonto, notte e alba: una ciclicità di cui si diventa parte, come il naturale e quotidiano alternarsi della luce e del buio.
Mi trovo un po' in difficoltà nell'affrontare questo post. Innanzitutto perchè, ancora presa dallo scombussolamento dell'evento, non ho ancora pienamente recuperato il linguaggio verbale. In secondo luogo perchè mentre ero nel teatro ero una tela sulla quale le emozioni arrivavano addosso come secchiate di vernice, mentre adesso, per essere efficace nelle mie descrizioni, devo cercare di tornare in quel mondo dalla sedia su cui sono seduta, nella mia camera. Mi aiuta il fatto di essere venuta poco fa in possesso della registrazione del primo "Blind date" (avvenuto nel 2009 a Milano), in vendita all'uscita dal concerto insieme agli altri dischi di Picco, che in parte possedevo. Ma ora basta con tutti questi cappelli introduttivi... togliamoceli e vediamo di tornare a teatro.
"Si suona ad occhi chiusi, al buio e a memoria." (F. Chopin)
Le luci calde dei riflettori bagnano il palcoscenico per i primi minuti. Lentamente i volumi si perdono in semplici e sottili linee gialle. La tastiera del pianoforte diventa un mare calmo di piccole fiamme, le cui bave si alzano e si abbassano accarezzate dalle mani di Cesare. Rimane un solo occhio di bue verticalmente sopra alla sua testa. I miei bulbi si aggrappano agli ultimi centimetri di contorni rimasti, fino a perdersi del tutto nel buio più totale. Come se avessi mollato la presa del salvagente, mi lascio trasportare dalla corrente, con fiducia. Eppure sono distratta dall'assenza della vista. Non riesco a concentrarmi sulla musica, perchè sto sperimentando tutto il resto di me che normalmente dimentico. Capisco di essere presente con tutta me stessa lì, in quel momento. La mente continua a lavorare. Mentre le arti figurative come la pittura non godono dell'immediatezza dell'attimo - e nemmeno la fotografia lo fa completamente - l'improvvisazione musicale ha questo carattere d'indubitabile contemporaneità tra il concepimento e la nascita dell'idea. E' lì con te, sta accadendo in quel momento, e mai sarà uguale in un altro istante del mondo. Cesare è il tramite geniale di tutto questo: lo cerco - senza realmente cercarlo - con lo sguardo e mi accorgo di avere gli occhi spalancati. Non sento nemmeno il bisogno di sbatterli. La fronte è sollevata, la bocca contratta. Ogni parte di me è protesa all'ascolto di lui e di me stessa. La musica scivola da melodie morbide e delicate a sussulti gravi e dissonanti, lasciandosi fare a tratti compagnia da suoni quasi psichedelici, percussioni delle mani sul legno, graffiate direttamente sulle corde, forti respiri e deboli fischi del pianista. Le sonorità di Gershwin, Debussy e lo stile dei pezzi di Picco si mescolano in un insieme indefinibile. Sonaglietti agitati e quasi liquidi mi fanno pensare a branchi di piccoli pesci colorati. Ho gli occhi lucidi e lascio scendere le lacrime sulle guance. Le asciugo con le mani e mi rendo conto che nessuno ha potuto vedere questi gesti accadere. E' talmente buio che, se mi avvicinassi al volto di qualcuno senza far rumore, questi non potrebbe accorgersi della mia presenza. Sono libera. Di piangere, di sorridere, di toccare il mio viso. Senza essere vista. La percezione del tempo che passa mi fa temere il momento in cui tornerà la luce e quando questo avviene ne sono infastidita. Sarei rimasta al buio con la musica di Cesare per molte altre ore. La luce mi offre però un altro spunto: mentre suona, lui è la musica. Il suo corpo è a totale servizio di essa e si contorce, si alza e si siede, inquieto. Come se avesse dentro una forza che lo muove indipendentemente dalla sua volontà. Dall'inizio alla fine, non ha mai aperto gli occhi; non guarda nemmeno la tastiera. Le luci in sala si riaccendono e lui si appresta a suonare le ultime note. Sembra concludere sulle più alte, che rotolano lentamente una dietro l'altra come briciole. Ma poi decide di offrire loro un contraltare, con un unico tasto bassissimo. Insieme, terra e cielo si toccano, piano piano. Cesare tiene i tasti schiacciati fin quando le note non si addormentano, lasciando cadere le dita con la forza di gravità, sotto la tastiera. Silenzio in sala. Un miracolo di contemplazione della magia. E poi, gli applausi.
Dopo diverse uscite e rientri sul palco, Cesare prende la parola. E' visibilmente provato, io sono in terza fila e vedo le sue mani tremare leggermente. Muove nervosamente piedi e gambe, cercando di riprendere fiato mentre ringrazia tutti per l'energia che ha avvertito da parte di ciascuno di noi. Parla del suo concetto di "Blind date" e passa quindi al bis: "Hikari" (che in giapponese significa "luce"), un pezzo da lui composto e ispirato ad una leggenda secondo la quale una volta all'anno l'imperatore andava da solo nei giardini reali di Kyoto a contemplare il tramonto per tutto il suo popolo. Ecco quindi tornare la musica in una nuova veste, dopo un concerto che è già stato tramonto, notte e alba: una ciclicità di cui si diventa parte, come il naturale e quotidiano alternarsi della luce e del buio.
lunedì 3 gennaio 2011
In the mood for Wong
Infiniti silenzi interiori, paure, dolori, incertezze s'intingono nell'onnipresente gesto del cibarsi: ora di aromatiche zuppe, ora di succose carni, ora di spaghetti di riso. Di tutto ciò che è caldo conforto e condivisione della propria fragile umanità: il cibo visto come ponte tra due solitudini, come contraltare di una quotidiana deglutizione di amarezze. Le cupe atmosfere interiori sono ulteriormente inzuppate da violente piogge improvvise, sotto le quali si consumano, in contrapposizione con il disagio dell'umidità, gesti di tenerezza in attimi sospesi nel tempo. Così come atemporali sono le realtà parallele che i protagonisti vivono di riflesso: il Giappone e l'"estero", dimensioni indefinite dell'adulterio; oppure piccoli mondi che essi stessi creano (la simulazione di una confessione), o che si ritagliano per uscire dalla consumante malinconia (la stanza di un albergo). In tutto questo, delizia assoluta la fornisce un Nat King Cole che, con le sue "Aquellos ojos verdes" e "Quizàs, quizàs, quizàs", conferisce un che di esotico alle atmosfere orientali dell'ambientazione: la romantica leggerezza delle melodie non smentisce nei testi delle canzoni lo stato che avvolge i personaggi principali. Un sentimento d'incompletezza li pervade in un gioco di sottili riflessi: dialoghi che sembrano costruiti specularmente, a dipingere non solo le stesse interiorità ma, ironicamente, anche gli stessi fatti che le determinano. Il doppio impregna ogni cosa. Come non perdersi nell'amore per qualcuno quando quest'ultimo non è che un altro se stesso? Questo amore non trova mai totale ed eclatante sfogo, ma al tempo stesso si compie ugualmente nell'ambito dell'illusione che attraversa l'intera vicenda. Esso non pretende nulla di più di quanto lo ha generato: non il desiderio, ma la condivisione di uno stato.
Ultima, ma non meno importante nota, i colori: rossi profondi, ocra, verdi, beige e grigi caricano la pellicola delle stesse note emotive narrate nella storia, con una cura e un accordo tra i diversi elementi della scena davvero notevoli. I luoghi stessi raccontano così le pieghe dei segreti di un incontro generato di riflesso da altri incontri, facendo da vivo sfondo a gesti di una quiete incredibilmente composta. Ricco di simbolismi e scomposizioni, questo film ha molte chiavi di lettura, tanto che meriterebbe di essere visto e rivisto per metabolizzarle tutte. L'ho adorato, veramente. Un mood for love raccontato così ti si cuce addosso come un vestito del quale non vorresti spogliarti.
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