Non scattavo un ritratto da più di un anno. Intendo uno di quelli che lo proponi al soggetto, ti metti d'accordo e ti dai appuntamento il tal giorno alla tal ora. E' stato oggi pomeriggio nella mia camera da letto, con luce naturale - la poca che arriva nel pomeriggio, e che non vedo mai perché a quell'ora sono sempre al lavoro. Non avevo mai scattato una sessione lì, e sono stata contenta di averlo fatto ora che me ne vado. Lei non era mai stata fotografata, ed è stato un incontro molto bello.
Qui una preview, seguiranno altre.
Grazie M.
(cliccare per ingrandire)
In fotografia, f/64 è il valore di minima apertura del diaframma. Massimo dettaglio, visione profonda.
lunedì 26 agosto 2013
mercoledì 21 agosto 2013
Il congedo
Ci sono cose negli armadi e scatoloni che le aspettano. Mi guardano, nei loro posti giusti e immutati da anni. Ogni giorno cerco di mettere via qualcosa di diverso genere, e credo che il peggio sia quasi finito. Sapete no, la roba che non appassiona, che non ha emozioni attaccate, insomma le cose "di servizio" che però vanno portate via anche loro.
E poi ci sono io, a fine giornata, mezzo sdraiata sul divano, che non ho voglia né forza per tirarmi in piedi e dedicarmi a quelle cose. Passo dal divano al letto, accaldata da una temperatura stranamente di nuovo in aumento. Accendo il mio vecchio Nokia per recuperare un numero che mi serviva, e lentamente scorro tutta la rubrica. Ci sono diversi contatti che non avevo trasferito, un po' per la fretta, un po' perché, dai, quando mai mi servirà questo numero. E mi accorgo che non sto salutando. Che ci sono persone che vorrei rivedere un'ultima volta perché tutto quello che ci riguarda resterà solo qui, a Roma, senza seguirmi a distanza. Mi riprometto di organizzare un caffè, un aperitivo, qualcosa, anche se mi manca il tempo. Restano ormai solo dieci giorni, e c'è una strana energia intorno a me. Una sorta di imprevista elettricità. Una frenata prima della svolta, che serve per prendere la curva e proseguire, ma durante questo rallentamento a cui non avevo pensato, vedo cose che in velocità non era possibile. E' come se tutti si stessero accorgendo di me solo adesso che me ne vado. Ma perché non ti ho "conosciuto" prima? mi dicono. Io sono più aperta, gli altri lo vedono e ricambiano. Chi mi vede andare via e chi mi vede arrivare: l'atteggiamento è lo stesso, a Roma e a Milano.
Solo che ora è come se volessi fermarmi ancora un momento a guardarle, queste cose che sto lasciando. Queste persone che (non) sto salutando e che spero di riuscire a vedere ancora una volta, con quegli occhi che mi stanno così fortemente invidiando, sognanti un po' per me e un po' per se stessi, se magari potessi andarmene anch'io...
Mi sembra un po' come andare in bicicletta in discesa, ma senza freni. Bello, adrenalinico, ma non puoi fermarti, e pare che d'un tratto tutto ti sfugga invece di essere tu a sfuggire dal tutto. Sono stata otto anni e mezzo qui, quanto medie e liceo insieme. Una vita. E ora torno là dove la mia vita è iniziata, per iniziarne una nuova. Ma prima bisogna chiudere bene con questa città che tanto mi ha amareggiato. Riconoscerle i suoi meriti, i regali che mi ha fatto, le possibilità che mi ha offerto, le vite che mi ha fatto incrociare.
Chiedo a questi ultimi dieci giorni di darmi il loro tempo, di non farmelo passare via senza che possa accorgermene. Che mi lascino gli sguardi da cui congedarmi, più che le parole di circostanza o di augurio. Perché sono quelli che mi porterò dietro. Fotografie.
E poi ci sono io, a fine giornata, mezzo sdraiata sul divano, che non ho voglia né forza per tirarmi in piedi e dedicarmi a quelle cose. Passo dal divano al letto, accaldata da una temperatura stranamente di nuovo in aumento. Accendo il mio vecchio Nokia per recuperare un numero che mi serviva, e lentamente scorro tutta la rubrica. Ci sono diversi contatti che non avevo trasferito, un po' per la fretta, un po' perché, dai, quando mai mi servirà questo numero. E mi accorgo che non sto salutando. Che ci sono persone che vorrei rivedere un'ultima volta perché tutto quello che ci riguarda resterà solo qui, a Roma, senza seguirmi a distanza. Mi riprometto di organizzare un caffè, un aperitivo, qualcosa, anche se mi manca il tempo. Restano ormai solo dieci giorni, e c'è una strana energia intorno a me. Una sorta di imprevista elettricità. Una frenata prima della svolta, che serve per prendere la curva e proseguire, ma durante questo rallentamento a cui non avevo pensato, vedo cose che in velocità non era possibile. E' come se tutti si stessero accorgendo di me solo adesso che me ne vado. Ma perché non ti ho "conosciuto" prima? mi dicono. Io sono più aperta, gli altri lo vedono e ricambiano. Chi mi vede andare via e chi mi vede arrivare: l'atteggiamento è lo stesso, a Roma e a Milano.
Solo che ora è come se volessi fermarmi ancora un momento a guardarle, queste cose che sto lasciando. Queste persone che (non) sto salutando e che spero di riuscire a vedere ancora una volta, con quegli occhi che mi stanno così fortemente invidiando, sognanti un po' per me e un po' per se stessi, se magari potessi andarmene anch'io...
Mi sembra un po' come andare in bicicletta in discesa, ma senza freni. Bello, adrenalinico, ma non puoi fermarti, e pare che d'un tratto tutto ti sfugga invece di essere tu a sfuggire dal tutto. Sono stata otto anni e mezzo qui, quanto medie e liceo insieme. Una vita. E ora torno là dove la mia vita è iniziata, per iniziarne una nuova. Ma prima bisogna chiudere bene con questa città che tanto mi ha amareggiato. Riconoscerle i suoi meriti, i regali che mi ha fatto, le possibilità che mi ha offerto, le vite che mi ha fatto incrociare.
Chiedo a questi ultimi dieci giorni di darmi il loro tempo, di non farmelo passare via senza che possa accorgermene. Che mi lascino gli sguardi da cui congedarmi, più che le parole di circostanza o di augurio. Perché sono quelli che mi porterò dietro. Fotografie.
mercoledì 24 luglio 2013
Traslocare
Traslocare non è spostare oggetti da un luogo a un altro.
Traslocare è un processo, e lo si affronta poco per volta. Un paio d'ore al giorno dopo il lavoro, non di più. Bisogna sapersi fermare anche quando si ha preso il ritmo. Perché magari non sembra, ma le cose hanno un peso maggiore di quello che si percepisce maneggiandole.
Traslocare significa scegliere cosa portarsi dietro e cosa lasciare andare. Cosa tenere, cosa buttare, cosa donare e cosa restituire. Cosa fa ancora parte di sé e cosa no.
Traslocare significa ritrovare cose che non si ricordava neanche di avere. Come la cartolina di un quadro di un giovane Picasso comprata al Guggenheim perché ti ricordava il viso e l'essenza di un'amica. O gli appunti scritti a mano durante un workshop di ritratto, lo stesso in cui pochi mesi fa hai posato come modella. Concetti che ti porti dentro anche oggi, e che ancora senti dalla stessa voce di allora. E ancora foto, scritti, tracce di vita passata.
Traslocare significa prendersi del tempo. Del silenzio. Significa elaborare il valore degli oggetti, dei ricordi, delle immagini che di noi si sono formate negli anni. Significa anche lasciarsi piangere nel vedersi come allora e come oggi. Riconoscere come sono cambiati i propri occhi.
Traslocare è gioia e malinconia, anticipazione e sospiro.
Traslocare è trasformazione cosciente.
Traslocare è vedere tutto ciò che si è attraverso ciò che si ha. E' scelta e accettazione. E' passato, presente e futuro nello stesso momento.
Traslocare è un processo, e lo si affronta poco per volta. Un paio d'ore al giorno dopo il lavoro, non di più. Bisogna sapersi fermare anche quando si ha preso il ritmo. Perché magari non sembra, ma le cose hanno un peso maggiore di quello che si percepisce maneggiandole.
Traslocare significa scegliere cosa portarsi dietro e cosa lasciare andare. Cosa tenere, cosa buttare, cosa donare e cosa restituire. Cosa fa ancora parte di sé e cosa no.
Traslocare significa ritrovare cose che non si ricordava neanche di avere. Come la cartolina di un quadro di un giovane Picasso comprata al Guggenheim perché ti ricordava il viso e l'essenza di un'amica. O gli appunti scritti a mano durante un workshop di ritratto, lo stesso in cui pochi mesi fa hai posato come modella. Concetti che ti porti dentro anche oggi, e che ancora senti dalla stessa voce di allora. E ancora foto, scritti, tracce di vita passata.
Traslocare significa prendersi del tempo. Del silenzio. Significa elaborare il valore degli oggetti, dei ricordi, delle immagini che di noi si sono formate negli anni. Significa anche lasciarsi piangere nel vedersi come allora e come oggi. Riconoscere come sono cambiati i propri occhi.
Traslocare è gioia e malinconia, anticipazione e sospiro.
Traslocare è trasformazione cosciente.
Traslocare è vedere tutto ciò che si è attraverso ciò che si ha. E' scelta e accettazione. E' passato, presente e futuro nello stesso momento.
mercoledì 10 luglio 2013
Zaira
Lei entra e io m'illumino.
Donna consapevole del proprio fascino leggero, Zaira. Sta bene con se stessa, senza mentirsi. Ironia spiazzante, diverte e si diverte.
Mi confronto da anni con lei. Le sue domande sono mirate e il suo ascolto è rispettoso. Evita giudizi a caldo, si prende il tempo per pensare e per sentire. So che mi dice sempre la verità.
Zaira è la parte di Roma che mi dispiacerà non vedere più. Quello di oggi è stato il nostro ultimo pranzo insieme, ma nessuna delle due, pur rendendosene conto, ha voluto fare esplicito cenno alla cosa. Per i veri saluti ci sarà tempo.
Verso la fine le ho scattato qualche foto. Quel suo essere completamente presente nel pensiero, nella parola e nel sorriso.
Donna consapevole del proprio fascino leggero, Zaira. Sta bene con se stessa, senza mentirsi. Ironia spiazzante, diverte e si diverte.
Mi confronto da anni con lei. Le sue domande sono mirate e il suo ascolto è rispettoso. Evita giudizi a caldo, si prende il tempo per pensare e per sentire. So che mi dice sempre la verità.
Zaira è la parte di Roma che mi dispiacerà non vedere più. Quello di oggi è stato il nostro ultimo pranzo insieme, ma nessuna delle due, pur rendendosene conto, ha voluto fare esplicito cenno alla cosa. Per i veri saluti ci sarà tempo.
Verso la fine le ho scattato qualche foto. Quel suo essere completamente presente nel pensiero, nella parola e nel sorriso.
martedì 25 giugno 2013
The Office
In bocca al lupo allora!
La voce è quella di Giulio, e risuona decisa tra le pareti dell'ufficio del personale. Posa la penna con la quale ha appena firmato le mie dimissioni, mentre la sua collaboratrice aggiunge ancora qualche dettaglio burocratico. Io la guardo annuendo, ma non la sto ascoltando. In quel momento, più che in ogni altro di questa strana giornata, mi sento galleggiare.
L'ho fatto, finalmente.
Non che l'avessi deciso oggi al mio risveglio, ma sapevo che ormai sarebbe stato il momento. Verso metà mattina, senza pensarci, ho aperto un nuovo documento Word e buttato giù un paio di frasi nel gergo delle cose serie. Ho stampato due copie e firmato sotto il mio nome con dita leggere. I miei colleghi mi hanno invidiato, e neanche troppo velatamente. Sì, mi riconosco di essere invidiabile, anche se non ho alcuna certezza su cui posare i piedi. Non m'importa, anzi ben venga.
Finalmente la sento, l'aria ad alta quota. La sensazione delle cose che stanno per finire e ricominciare. La zona fotofinish, tutta da godere al massimo. L'ultima volta è stata dieci anni fa, quando mi sono laureata, ma adesso è molto meglio.
Non solo ho di nuovo musica, ma ho quella giusta.
La voce è quella di Giulio, e risuona decisa tra le pareti dell'ufficio del personale. Posa la penna con la quale ha appena firmato le mie dimissioni, mentre la sua collaboratrice aggiunge ancora qualche dettaglio burocratico. Io la guardo annuendo, ma non la sto ascoltando. In quel momento, più che in ogni altro di questa strana giornata, mi sento galleggiare.
L'ho fatto, finalmente.
Non che l'avessi deciso oggi al mio risveglio, ma sapevo che ormai sarebbe stato il momento. Verso metà mattina, senza pensarci, ho aperto un nuovo documento Word e buttato giù un paio di frasi nel gergo delle cose serie. Ho stampato due copie e firmato sotto il mio nome con dita leggere. I miei colleghi mi hanno invidiato, e neanche troppo velatamente. Sì, mi riconosco di essere invidiabile, anche se non ho alcuna certezza su cui posare i piedi. Non m'importa, anzi ben venga.
Finalmente la sento, l'aria ad alta quota. La sensazione delle cose che stanno per finire e ricominciare. La zona fotofinish, tutta da godere al massimo. L'ultima volta è stata dieci anni fa, quando mi sono laureata, ma adesso è molto meglio.
Non solo ho di nuovo musica, ma ho quella giusta.
Scendo le scale verso il mio ufficio, e mentre cammino nei corridoi mi rendo conto che presto arriverà un giorno che sarà l'ultimo. Quello a partire dal quale non verrò più qui - e non per un po' di tempo, ma proprio mai più. Non sarò più a Roma, in queste stanze, nella mia casa, nella mia piscina, in tutti gli altri posti che in questi otto anni sono stati mia abitudine.
Negli ultimi mesi ho fotografato questo ufficio in tante sue facce, creando una serie che ho chiamato The Office. Mi restano da ritrarre i miei colleghi, e presto lo farò. Intanto ieri ho girato anche un piccolo video con l'iPhone, senza alcuna pretesa qualitativa. Dura solo quindici secondi e non è certo esaustivo. E' semplicemente uno spezzone dei miei sguardi sempre alla ricerca di un'evasione senza risposte.
Il pensiero che si sfoca andandosene per i fatti suoi.
Affacciarsi a una finestra, a un'altra.
Poca vita che scorre accanto al fiume.
Grazie, grazie di tutto davvero, ma la mia è proprio altrove.
giovedì 20 giugno 2013
Ok.
Terry Richardson è veramente, profondamente, totalmente americano.
Non ha bisogno di stare lì a raccontarsela, nè a raccontartela. Poche storie, lui è e basta, così come lo vedi. Fa quello per cui viene pagato e lo fa sempre al 100%, anche se cambi idea tre volte di seguito.
Ok è la sua risposta, imperturbabile. Tu sei il cliente, tu ci metti i soldi e tu hai l'ultima parola. Fine.
E' sempre a casa sua, in qualsiasi posto. Sa stare con chiunque, parla di tutto e di niente come se ti conoscesse da sempre. E' facile, aperto, è proprio lì con te. Sa farlo, è un professionista furbo.
Da vero newyorkese, mette il più bell'hip-hop che abbia mai sentito - subito dopo pranzo, quando tutti sono abbioccati dal rigatone ai fiori di zucca. E tu lì a Shazammare ogni pezzo con l'iPhone, mentre corri di qua e di là facendo il tuo lavoro.
Mentre scatta, piegato sulle gambe, ondeggia a tempo di musica. La modella, senza avere l'aria di accorgersene, ondeggia con lui. Tutto è giusto, estremamente fluido.
Flash. Bam, bam, bam. Come in un round di boxe, serrato fino al suono del campanello. Solo allora si vedono le foto - non guarda mai lo schermino per controllare il lavoro. La sua non è la raffica di un pazzo, ma una successione misurata di colpi. Sa cosa fare, quando farlo. Preciso. Spesso tiene la macchina con una mano sola, per minuti interi, senza mai tremare. E non è una compattina, ma una reflex di quelle grosse, con il flash montato su una slitta laterale - non proprio una piuma, come ambaradam.
E mentre lavora, ti fermi un attimo ad assaporare la tua occasione. Lo guardi, con le sue braccia completamente tatuate, il Rolex d'oro, le All Star blu, i jeans. Quest'uomo che sembra quasi un bambino ingrandito. Pensi a tutto quello che ha raccontato di sè attraverso i suoi lavori, il blog, le tante storie di modelle e star - quelle deluse e quelle innamorate. In quel momento tu sei lì, a un passo da quel personaggio tanto chiacchierato, e vedi solo un professionista. Un uomo che fa fotografie. Nè Dio nè il demonio. Al massimo ti dà della sexy italian girl, ed è evidente che per lui è tutto un gioco. Ma anche un gioco serio. E' solo più sfacciato della media, del resto se non lo fosse non sarebbe dove sta.
Alla fine dello shooting gli chiedi una foto insieme. Sure. Ti abbraccia, monta su la sua posa standard con il pollice alzato.
Sorride.
Ci salutiamo.
- See you next time then!
- There won't probably be any next time, Terry. I'm quitting my job, this is my last shoot.
- No matter. See you next time. You never know.
Già. You never know. Probabilmente è questa la sua forza: l'imprevedibile.
Poi guardi quella foto, e anche il ritratto che gli hai fatto poco prima against a white wall, il suo elemento, con addosso una collana da milioni di euro. Guardi quel sorriso, quei pollici, quel modo. E vedi un amore strano, in tutto questo. Come se fosse più quello che manca di quello che resta. Ciò che appare privo di complessità ne cela una sotterranea. Dura poco, il tempo di un click, ma se la sai vedere c'è.
Lui aspetta, fermo lì davanti a te, il compiersi dell'ennesimo rituale di sè.
Non ti dà niente di più e niente di meno.
La sua risposta è sempre, comunque, ok.
Non ha bisogno di stare lì a raccontarsela, nè a raccontartela. Poche storie, lui è e basta, così come lo vedi. Fa quello per cui viene pagato e lo fa sempre al 100%, anche se cambi idea tre volte di seguito.
Ok è la sua risposta, imperturbabile. Tu sei il cliente, tu ci metti i soldi e tu hai l'ultima parola. Fine.
E' sempre a casa sua, in qualsiasi posto. Sa stare con chiunque, parla di tutto e di niente come se ti conoscesse da sempre. E' facile, aperto, è proprio lì con te. Sa farlo, è un professionista furbo.
Da vero newyorkese, mette il più bell'hip-hop che abbia mai sentito - subito dopo pranzo, quando tutti sono abbioccati dal rigatone ai fiori di zucca. E tu lì a Shazammare ogni pezzo con l'iPhone, mentre corri di qua e di là facendo il tuo lavoro.
Mentre scatta, piegato sulle gambe, ondeggia a tempo di musica. La modella, senza avere l'aria di accorgersene, ondeggia con lui. Tutto è giusto, estremamente fluido.
Flash. Bam, bam, bam. Come in un round di boxe, serrato fino al suono del campanello. Solo allora si vedono le foto - non guarda mai lo schermino per controllare il lavoro. La sua non è la raffica di un pazzo, ma una successione misurata di colpi. Sa cosa fare, quando farlo. Preciso. Spesso tiene la macchina con una mano sola, per minuti interi, senza mai tremare. E non è una compattina, ma una reflex di quelle grosse, con il flash montato su una slitta laterale - non proprio una piuma, come ambaradam.
E mentre lavora, ti fermi un attimo ad assaporare la tua occasione. Lo guardi, con le sue braccia completamente tatuate, il Rolex d'oro, le All Star blu, i jeans. Quest'uomo che sembra quasi un bambino ingrandito. Pensi a tutto quello che ha raccontato di sè attraverso i suoi lavori, il blog, le tante storie di modelle e star - quelle deluse e quelle innamorate. In quel momento tu sei lì, a un passo da quel personaggio tanto chiacchierato, e vedi solo un professionista. Un uomo che fa fotografie. Nè Dio nè il demonio. Al massimo ti dà della sexy italian girl, ed è evidente che per lui è tutto un gioco. Ma anche un gioco serio. E' solo più sfacciato della media, del resto se non lo fosse non sarebbe dove sta.
Alla fine dello shooting gli chiedi una foto insieme. Sure. Ti abbraccia, monta su la sua posa standard con il pollice alzato.
Sorride.
Ci salutiamo.
- See you next time then!
- There won't probably be any next time, Terry. I'm quitting my job, this is my last shoot.
- No matter. See you next time. You never know.
Già. You never know. Probabilmente è questa la sua forza: l'imprevedibile.
Poi guardi quella foto, e anche il ritratto che gli hai fatto poco prima against a white wall, il suo elemento, con addosso una collana da milioni di euro. Guardi quel sorriso, quei pollici, quel modo. E vedi un amore strano, in tutto questo. Come se fosse più quello che manca di quello che resta. Ciò che appare privo di complessità ne cela una sotterranea. Dura poco, il tempo di un click, ma se la sai vedere c'è.
Lui aspetta, fermo lì davanti a te, il compiersi dell'ennesimo rituale di sè.
Non ti dà niente di più e niente di meno.
La sua risposta è sempre, comunque, ok.
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| Terry Richardson wearing vintage Bulgari, shot by me with iPhone |
sabato 1 giugno 2013
La luce nera
Oggi per tutto il giorno è andata e venuta quella che io chiamo la luce nera.
Filtra attraverso nubi scure e cariche di pioggia per finire rovente sugli edifici, implacabile come quella dell'occhio di bue su un palcoscenico.
Cielo nero, luce gialla. Contrasti forti, messaggi confusi. Quiete e tempesta, amore e odio, conforto e rabbia. C'è un enorme specchio sopra di me, e mi riflette sulla città.
Dura poco la luce nera, come tutti i sentimenti forti. Tempo che il giorno finisca e tutto sarà di nuovo omogeneo, coerente, diffuso. La pioggia tornerà a frusciarvi nelle orecchie, il sole asciugherà la pelle. Amanti del bel tempo e detrattori di quello cattivo, che ne sapete voi della luce nera.
Filtra attraverso nubi scure e cariche di pioggia per finire rovente sugli edifici, implacabile come quella dell'occhio di bue su un palcoscenico.
Cielo nero, luce gialla. Contrasti forti, messaggi confusi. Quiete e tempesta, amore e odio, conforto e rabbia. C'è un enorme specchio sopra di me, e mi riflette sulla città.
Dura poco la luce nera, come tutti i sentimenti forti. Tempo che il giorno finisca e tutto sarà di nuovo omogeneo, coerente, diffuso. La pioggia tornerà a frusciarvi nelle orecchie, il sole asciugherà la pelle. Amanti del bel tempo e detrattori di quello cattivo, che ne sapete voi della luce nera.
martedì 28 maggio 2013
The seventies
Venga giù, le faccio vedere anche l'appartamento di sotto. Per farle capire il livello. Che, per inciso, secondo lui era alto. In sala un muro completamente dorato, roba che secondo me neanche a casa Versace. Fortunatamente il livello dell'appartamento per cui avevo fissato il sopralluogo era radicalmente diverso, e sul finale del post capirete perché.
Nel mio recente excursus tra le locazioni milanesi - ma sono certa che nessuna città faccia eccezione - mi sono resa conto che l'unico modo per non uscirne trafitti nel costato dell'estetica è cercare appartamenti non arredati. La maggior parte di quello che il mercato propone sembra rimasto congelato intorno agli anni settanta, con picchi di modernità zippata in monolocali dove dormire in verticale o rivisitazioni vintage palesemente artefatte. A un certo punto dell'evoluzione architettonica sembra che tutti siano stati colpiti dal misterioso virus dell'archetto, che fa la sua comparsa tra le mura degli appartamenti milanesi puntuale come la varicella nei primi anni di vita. La casa è un po' anonima? Piazziamoci un bell'archetto! Rigorosamente profilato da mattoncini a vista. Un'altra chicca sono le "pareti attrezzate" dei salotti. Una distesa di legno color nocciola assolutamente indefinibile, omogenea, simmetrica, impreziosita nei casi più fantasiosi da qualche vetrinetta. Divani ormai stravaccati su se stessi, pavimenti in marmetta di cemento di qualsiasi genere, ma attenzione, tutti diversi da stanza a stanza.
Il momento in cui il padrone di casa, o l'agente immobiliare secondo i casi, gira la chiave nella serratura e la porta mostra il primo spiraglio degli spazi domestici è un attimo di apnea trepidante. Il mio sguardo va immediatamente sulla pavimentazione, sperando di non trovare le suddette marmette o le tanto odiate piastrelle - non voglio apparirvi snob, ma dopo otto anni ho proprio un conto in sospeso con le piastrelle: mai fatta una foto che includesse il pavimento, un incubo. A dire il vero tutta la mia casa romana non si è mai prestata a farci foto, ed è una cosa che mi è sempre pesata molto. Qualcuno che capisce bene queste cose, e che ha potuto rendersi conto in loco personalmente di tutto questo, mi ha dato un consiglio che mi ha guidato lungo tutta la mia ricerca di casa a Milano: la tua prossima casa dovrà essere giusta per le foto. In termini di luce, certo, ma anche di spazi e soprattutto di energia. Perché le case hanno tutte la propria energia, non c'è niente da fare. E' quella che si avverte quando la sua porta ci viene aperta per la prima volta e si muovono i primi passi nei suoi locali. Le case sono un po' come le persone, a pelle ci danno sempre una sensazione di un certo tipo: in linea di massima, capisci subito se ti ci prenderai o meno.
Nell'ultimo mese ho guardato centinaia di annunci e foto, battendo le zone di mio interesse come una volante di pattuglia, selezionato attentamente e visionato una quindicina di appartamenti. Ho sviluppato il senso della casa finta, quella che vuole farti credere di essere molto più di quello che è, stile tipa con le extension e le unghie ricostruite, così come il senso della sòla sincera, quella che se ne sta lì a sfoggiare bellamente il suo collant smagliato e magari ti mostra anche il dito medio. Avete presente. In tutto questo, tenevo bene a mente il mio mantra e non mi perdevo d'animo, anche se la mia scelta provvisoria non mi convinceva del tutto. Del resto quando vedi solo case sbagliate, quella che ti sembra la meno sbagliata diventa progressivamente sempre più quella giusta. Ma bisogna fare attenzione a non prendere lucciole per lanterne e non cedere troppo ai compromessi.
Poi ti capita anche di trovare anche cose inaspettate, e questo rende la ricerca anche divertente. La casa sorpresa stava al piano attico di una via tra le più eleganti di Milano. Mi guida la mamma anziana della proprietaria, una vecchina coi capelli ricci e l'aria di chi ha cucinato tanti biscotti. Sguardo al pavimento sulla soglia, e già non ci siamo: piastrella bianchiccia. Intanto che la signora alza le tapparelle svelando i contorni degli spazi, mi ritrovo proiettata nel solito scenario degli anni settanta congelati. Alla parete legnosa e al divano stanchissimo si aggiunge un tavolo rotondo con quattro sedie intagliate, con tanto di tovaglia e brocca azzurrina. Quella cazzo di brocca, che poesia. La cucina giallo canarino, con le ante della credenza profilate di scotch decorativo stile Castorama, il bagno azzurro intenso con un water inserito in diagonale nell'angolo. Ma come ti viene in mente. Man mano che giro per casa mi accorgo dei particolari: è piena di specchi. Sul retro delle porte, intere pareti in bagno, ovunque ti giri ti rivedi. Le tende sono bianco-azzurrine e hanno l'aria di non aver visto acqua e sapone neanche sul viso di un'adolescente. In camera da letto c'è persino una sorta di spogliatoio, stile camerino di negozio. Anche quello, ma come ti viene in mente. In compenso c'è una terrazza da capogiro, con vista su mezza Milano. Altro pezzo forte è una verandina ricavata da un balcone chiuso da una vetrata, che la incapsula in uno spazio tra il dentro e il fuori. Una scrivania su misura, smaltata di bianco, con tanto di cassetti e un calabrone gigante stecchito a terra. Lo battezzo immediatamente "l'angolo dello scrittore", e ne resto stregata. Penso che ci potrei scrivere un romanzo. Per un po' provo a calarmi in questa visione un po' bohémienne di me, in una casa assurda con i mobili colorati stile scuola materna e la bellissima terrazza, i cazzo di specchi che fanno parlare tutti i muri tra di loro e il bagno con il water diagonale. Lampade bellissime, vero vintage. Quella della camera da letto gliel'avrei staccata dal soffitto all'istante: fasci di lamine metalliche ovali concentriche tutte avvolte una intorno all'altra. Chissà che luce assurda faceva. Scatto qualche foto, e mi rendo conto di essere già soddisfatta di quelle. Non si vive in una capsula di vetro o su una terrazza con in mezzo un po' di casa anni sessanta - sì, questa andava persino più indietro della media. Un conto è vedere uno spazio, un altro è viverlo.
Scegliere una casa è un atto estremamente istintivo. E' una delle rare occasioni nella vita in cui si richiede di basarsi per forza sul colpo di fulmine.
E così succede che la sera prima di ripartire per Roma vedi un annuncio, chiami l'agente e fissi un sopralluogo per la mattina seguente, un'ora prima di salire sul treno. Succede che hai un incidente in macchina mentre ci vai, ma riesci a raggiungerla ugualmente. Succede che il padrone di casa gira la chiave nella toppa, lo sguardo va al pavimento e non c'è la piastrella, non c'è la marmetta, ma un bel rovere scuro a listoni opachi. Succede che le tapparelle si aprono a una bellissima luce che attraversa la casa da destra e sinistra, e che non c'è nessun mobile a disturbare la fantasia. Ok, c'è l'archetto, ma quello, come ormai sappiamo, è come la varicella. Se non altro non ha i mattoncini a vista. Nessun decennio congelato, tutto è estremamente fluido e caldo.
E' quell'energia affine, è la casa giusta per le foto.
Nel mio recente excursus tra le locazioni milanesi - ma sono certa che nessuna città faccia eccezione - mi sono resa conto che l'unico modo per non uscirne trafitti nel costato dell'estetica è cercare appartamenti non arredati. La maggior parte di quello che il mercato propone sembra rimasto congelato intorno agli anni settanta, con picchi di modernità zippata in monolocali dove dormire in verticale o rivisitazioni vintage palesemente artefatte. A un certo punto dell'evoluzione architettonica sembra che tutti siano stati colpiti dal misterioso virus dell'archetto, che fa la sua comparsa tra le mura degli appartamenti milanesi puntuale come la varicella nei primi anni di vita. La casa è un po' anonima? Piazziamoci un bell'archetto! Rigorosamente profilato da mattoncini a vista. Un'altra chicca sono le "pareti attrezzate" dei salotti. Una distesa di legno color nocciola assolutamente indefinibile, omogenea, simmetrica, impreziosita nei casi più fantasiosi da qualche vetrinetta. Divani ormai stravaccati su se stessi, pavimenti in marmetta di cemento di qualsiasi genere, ma attenzione, tutti diversi da stanza a stanza.
Il momento in cui il padrone di casa, o l'agente immobiliare secondo i casi, gira la chiave nella serratura e la porta mostra il primo spiraglio degli spazi domestici è un attimo di apnea trepidante. Il mio sguardo va immediatamente sulla pavimentazione, sperando di non trovare le suddette marmette o le tanto odiate piastrelle - non voglio apparirvi snob, ma dopo otto anni ho proprio un conto in sospeso con le piastrelle: mai fatta una foto che includesse il pavimento, un incubo. A dire il vero tutta la mia casa romana non si è mai prestata a farci foto, ed è una cosa che mi è sempre pesata molto. Qualcuno che capisce bene queste cose, e che ha potuto rendersi conto in loco personalmente di tutto questo, mi ha dato un consiglio che mi ha guidato lungo tutta la mia ricerca di casa a Milano: la tua prossima casa dovrà essere giusta per le foto. In termini di luce, certo, ma anche di spazi e soprattutto di energia. Perché le case hanno tutte la propria energia, non c'è niente da fare. E' quella che si avverte quando la sua porta ci viene aperta per la prima volta e si muovono i primi passi nei suoi locali. Le case sono un po' come le persone, a pelle ci danno sempre una sensazione di un certo tipo: in linea di massima, capisci subito se ti ci prenderai o meno.
Nell'ultimo mese ho guardato centinaia di annunci e foto, battendo le zone di mio interesse come una volante di pattuglia, selezionato attentamente e visionato una quindicina di appartamenti. Ho sviluppato il senso della casa finta, quella che vuole farti credere di essere molto più di quello che è, stile tipa con le extension e le unghie ricostruite, così come il senso della sòla sincera, quella che se ne sta lì a sfoggiare bellamente il suo collant smagliato e magari ti mostra anche il dito medio. Avete presente. In tutto questo, tenevo bene a mente il mio mantra e non mi perdevo d'animo, anche se la mia scelta provvisoria non mi convinceva del tutto. Del resto quando vedi solo case sbagliate, quella che ti sembra la meno sbagliata diventa progressivamente sempre più quella giusta. Ma bisogna fare attenzione a non prendere lucciole per lanterne e non cedere troppo ai compromessi.
Poi ti capita anche di trovare anche cose inaspettate, e questo rende la ricerca anche divertente. La casa sorpresa stava al piano attico di una via tra le più eleganti di Milano. Mi guida la mamma anziana della proprietaria, una vecchina coi capelli ricci e l'aria di chi ha cucinato tanti biscotti. Sguardo al pavimento sulla soglia, e già non ci siamo: piastrella bianchiccia. Intanto che la signora alza le tapparelle svelando i contorni degli spazi, mi ritrovo proiettata nel solito scenario degli anni settanta congelati. Alla parete legnosa e al divano stanchissimo si aggiunge un tavolo rotondo con quattro sedie intagliate, con tanto di tovaglia e brocca azzurrina. Quella cazzo di brocca, che poesia. La cucina giallo canarino, con le ante della credenza profilate di scotch decorativo stile Castorama, il bagno azzurro intenso con un water inserito in diagonale nell'angolo. Ma come ti viene in mente. Man mano che giro per casa mi accorgo dei particolari: è piena di specchi. Sul retro delle porte, intere pareti in bagno, ovunque ti giri ti rivedi. Le tende sono bianco-azzurrine e hanno l'aria di non aver visto acqua e sapone neanche sul viso di un'adolescente. In camera da letto c'è persino una sorta di spogliatoio, stile camerino di negozio. Anche quello, ma come ti viene in mente. In compenso c'è una terrazza da capogiro, con vista su mezza Milano. Altro pezzo forte è una verandina ricavata da un balcone chiuso da una vetrata, che la incapsula in uno spazio tra il dentro e il fuori. Una scrivania su misura, smaltata di bianco, con tanto di cassetti e un calabrone gigante stecchito a terra. Lo battezzo immediatamente "l'angolo dello scrittore", e ne resto stregata. Penso che ci potrei scrivere un romanzo. Per un po' provo a calarmi in questa visione un po' bohémienne di me, in una casa assurda con i mobili colorati stile scuola materna e la bellissima terrazza, i cazzo di specchi che fanno parlare tutti i muri tra di loro e il bagno con il water diagonale. Lampade bellissime, vero vintage. Quella della camera da letto gliel'avrei staccata dal soffitto all'istante: fasci di lamine metalliche ovali concentriche tutte avvolte una intorno all'altra. Chissà che luce assurda faceva. Scatto qualche foto, e mi rendo conto di essere già soddisfatta di quelle. Non si vive in una capsula di vetro o su una terrazza con in mezzo un po' di casa anni sessanta - sì, questa andava persino più indietro della media. Un conto è vedere uno spazio, un altro è viverlo.
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| La casa sorpresa |
Scegliere una casa è un atto estremamente istintivo. E' una delle rare occasioni nella vita in cui si richiede di basarsi per forza sul colpo di fulmine.
E così succede che la sera prima di ripartire per Roma vedi un annuncio, chiami l'agente e fissi un sopralluogo per la mattina seguente, un'ora prima di salire sul treno. Succede che hai un incidente in macchina mentre ci vai, ma riesci a raggiungerla ugualmente. Succede che il padrone di casa gira la chiave nella toppa, lo sguardo va al pavimento e non c'è la piastrella, non c'è la marmetta, ma un bel rovere scuro a listoni opachi. Succede che le tapparelle si aprono a una bellissima luce che attraversa la casa da destra e sinistra, e che non c'è nessun mobile a disturbare la fantasia. Ok, c'è l'archetto, ma quello, come ormai sappiamo, è come la varicella. Se non altro non ha i mattoncini a vista. Nessun decennio congelato, tutto è estremamente fluido e caldo.
E' quell'energia affine, è la casa giusta per le foto.
lunedì 13 maggio 2013
Capalbio
Perchè non andiamo al mare? fa Renata, mentre un residuo di caffè si asciuga sul fondo della sua tazzina. Io ho ancora i capelli bagnati e provo a raffreddare i diavoli ancora attaccati. Potremmo andare a Capalbio, che dici? Dico che è ok. Ho bisogno di andarmene da qua, da tutto questo. Qualsiasi meta mi va bene, e il nome non mi è nuovo. Vediamola un po', questa Capalbio di cui ho già sentito.
Andare al mare nel weekend a Roma in macchina è un terno al lotto. Rischi di trovarti imbottigliato sotto il sole, ma è ancora inizio maggio e i romani hanno preferito altri lidi. Non c'è traffico, la strada scorre veloce ma senza fretta. Guardo dal finestrino le ginestre in fiore, le morbide curve della terra, le barriere. Il solito uccello che mi s'infila nello scatto, e io non lo mando via.
Questa volta il mare dalla strada lo guardo appena. Il guard-rail lo copre, non mi lascia godere del panorama se non per rapide apparizioni. No, il mio momento non è questo. E' invece quello in cui vedo la linea del mare spuntare dalla stradina che porta verso la spiaggia. Il profumo di verde m'investe, le infradito ai piedi fanno quel rumore tutto loro. Sorrido senza accorgermene, sembra che una mano invisibile mi distenda il viso verso l'esterno. Ehi, sto sorridendo, penso. Allora è così quando il tuo corpo dialoga bene con tutto quello che contiene.
Arriviamo in spiaggia, poso le due cose che ci siamo portati e vado immediatamente vicino all'acqua. Il mare è un po' agitato. Mi piace da morire così, ha carattere. E' un po' come me in quell'istante. Si agita avanti e indietro, rimesta la propria materia. Si alza e si abbassa, si arriccia, rivela la sua trama.
Guardo i miei genitori. Non mi faccio vedere alle loro spalle, e scatto guardando quel gesto che gli ho visto fare per ormai quarant'anni. Non hanno il costume, si arrotolano i pantaloni lungo le gambe e s'incamminano insieme per chilometri sul bagnasciuga. Quando tornano sono zuppi e sorridono di quella serenità che non ha nulla da dimostrare.
Raccolgo conchiglie. Con il buco, senza buco, grandi, piccole, lisce e rigate. Cammino a lungo, respiro l'aria salata, ascolto il rumore forte del vento che spinge l'acqua. Lo riprendo, so che ne avrò ancora bisogno. Il sole batte, ma non lo sento. Anzi, in costume come sono fa quasi freddo. Affondo i piedi nella sabbia bagnata, una medusa infilzata sulla riva si scioglie lentamente. A guardarla nella sua rosea trasparenza pare persino bella, non sembra possa bruciare. Tantissime persone sono così, come le meduse.
Basta sole, basta spiaggia. Un giro appena nell'interno, ed è un perdersi nei campi di papaveri, tra cascine messe fin troppo a posto. Ognuna, immensa, ha la sua tettoia per le auto, i muri bianchi, le pareti spesse che sanno di fresco d'estate.
La Torba. Una spiaggia di sabbia nera, sembra di camminare sul caviale. Ciambelle di margherite: cespugli rotondi con un buco in mezzo. Le ho sempre amate, perché hanno la forma dei fiori che disegnano i bambini. Semplici e bellissime.
Le rovine dell'antica città di Cosa. Un panorama mozzafiato sull'Argentario, e mura che resistono al tempo da oltre duemila anni. Costruite a secco quelle perimetrali, senza buchi tra l'una e l'altra. Un lunghissimo incastro perfetto, fatto a mano. Da non credere. E mentre cammino in salita verso il punto dove sorge il sito archeologico, un profumo m'investe. Preciso come una freccia, viaggia nel vento attraverso un oliveto ammantato di spighe. Forte, aromatico, inconfondibile: è l'odore della vecchia casa di mia nonna sul Lago di Garda. Mi attardo, aspettando la folata giusta per il mio scatto.
Cena a Orbetello, e prima di risalire in macchina vedo l'ultima ora del tramonto sull'acqua. Sono sulla riva, il mare inizia appena un metro più in là. Non c'è spiaggia, nessun declivio, la sponda è come un gradino. Non ne ho mai vista una così, al mare. L'acqua mi viene incontro a piccole ondine, con chiazze lisce o appena mosse. Per centottanta gradi davanti a me si stende uno specchio di petrolio tinto di arancio. Il vento è molto forte ma io resto. Scatto in pellicola, due clic. Il secondo, lo so già, ha l'orizzonte un po' storto. Va bene così.
venerdì 3 maggio 2013
Il dado è tratto
Come si dice, il dado è tratto. Ho preso la mia decisione più o meno un mese fa, e al momento attuale posso dire in tutta franchezza di non averne mai presa una migliore in vita mia.
Dopo più di otto anni a Roma, tra pochi mesi torno a vivere a Milano. M'inserisco anche io nella schiera di quelli che "mollano tutto" per intraprendere qualcosa che sentono davvero, qualcosa per cui sono nati. Pazzia, direbbero alcuni. A loro rispondo che è pazzia non farlo. Pazzia continuare a sprecare tempo a desiderare le cose invece di farle. Pazzia accettare di non vivere, a poco più di trent'anni.
C'è una fondamentale differenza tra quello che si sa fare e quello che si ha talento per fare. Per anni ho saputo fare il mio lavoro. Ma che ci vuole, in fondo? Francamente, ho fatto molta più fatica all'università che al lavoro. E parlo di fatica perchè quello che studiavo mi pesava, sentivo che non era il mio ma non avevo la forza di ribellarmi. Mi ci è voluto qualche anno per nutrire e accettare i miei talenti, e grazie soprattutto alle persone che ho trovato sul mio percorso ho capito una cosa molto semplice: che se una cosa ti viene bene naturalmente, è quello il tuo talento. Per citare un amico, il talento è quella cosa che ti attraversa senza sforzo. Sprecarlo sarebbe come rifiutare un fiore regalato, come voltare le spalle a ciò che per qualche motivo - che è il tuo motivo, e di nessun altro - ti viene dato.
Da quando ho preso questa decisione ho recuperato un'energia ormai morente. Non so cosa farò, come e con chi. Mi prendo una pausa che non mi sono mai concessa, e lo capirò strada facendo. Scriverò, sicuramente. Fotograferò, anche. M'immergerò in cose nuove e nelle persone.
Nella vita di chi si vuole svegliare arriva, prima o poi, il momento di aprire gli occhi e cominciare a guardare davvero. Il mio è questo, è stato covato a lungo e adesso ha rotto il guscio. Non poteva succedere nè prima nè dopo. So che andrà bene, l'ho sempre saputo. Perchè, citando lo stesso amico, non c’è niente che possa fermare l’amore ritrovato di un essere umano verso se stesso.
Dopo più di otto anni a Roma, tra pochi mesi torno a vivere a Milano. M'inserisco anche io nella schiera di quelli che "mollano tutto" per intraprendere qualcosa che sentono davvero, qualcosa per cui sono nati. Pazzia, direbbero alcuni. A loro rispondo che è pazzia non farlo. Pazzia continuare a sprecare tempo a desiderare le cose invece di farle. Pazzia accettare di non vivere, a poco più di trent'anni.
C'è una fondamentale differenza tra quello che si sa fare e quello che si ha talento per fare. Per anni ho saputo fare il mio lavoro. Ma che ci vuole, in fondo? Francamente, ho fatto molta più fatica all'università che al lavoro. E parlo di fatica perchè quello che studiavo mi pesava, sentivo che non era il mio ma non avevo la forza di ribellarmi. Mi ci è voluto qualche anno per nutrire e accettare i miei talenti, e grazie soprattutto alle persone che ho trovato sul mio percorso ho capito una cosa molto semplice: che se una cosa ti viene bene naturalmente, è quello il tuo talento. Per citare un amico, il talento è quella cosa che ti attraversa senza sforzo. Sprecarlo sarebbe come rifiutare un fiore regalato, come voltare le spalle a ciò che per qualche motivo - che è il tuo motivo, e di nessun altro - ti viene dato.
Da quando ho preso questa decisione ho recuperato un'energia ormai morente. Non so cosa farò, come e con chi. Mi prendo una pausa che non mi sono mai concessa, e lo capirò strada facendo. Scriverò, sicuramente. Fotograferò, anche. M'immergerò in cose nuove e nelle persone.
Nella vita di chi si vuole svegliare arriva, prima o poi, il momento di aprire gli occhi e cominciare a guardare davvero. Il mio è questo, è stato covato a lungo e adesso ha rotto il guscio. Non poteva succedere nè prima nè dopo. So che andrà bene, l'ho sempre saputo. Perchè, citando lo stesso amico, non c’è niente che possa fermare l’amore ritrovato di un essere umano verso se stesso.
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