Stasera ho passato un'oretta in compagnia dei video di Jan Švankmajer: l'ho trovato assolutamente geniale. Non spendo altre parole e lascio spazio alle immagini.
In fotografia, f/64 è il valore di minima apertura del diaframma. Massimo dettaglio, visione profonda.
venerdì 22 aprile 2011
mercoledì 9 marzo 2011
Io e le formiche
Oggi mi è arrivato il pacco dei libri su musica e cinema. Mi sembra Natale. Li sfoglio impaziente cercando di capire da quale voglia cominciare: non so decidere. Intanto, mi concedo un po' del già iniziato Verbale scritto di Bruno Munari, perfetto per le piccole pause. Questa cosa, ad esempio, l'ho sempre pensata, guardando le formiche.
Guardo la processione delle formiche
tra erba e sassi nel loro sentiero privato
loro non mi vedono
non sanno che esisto
vanno continuamente avanti e indietro
in due colonne ordinate
chi porta un frammento di foglia
chi si ferma a chiacchierare con le antenne di un'altra formica
secondo i programmi della loro collettività.
Mi volto a guardare verso il cielo
per vedere se c'è qualche essere gigantesco e invisibile
come io sono per le formiche
che mi sta osservando ma che io non vedo
non vedo nessuno
ma non posso sapere se c'è o se non c'è.
(B. Munari)
Guardo la processione delle formiche
tra erba e sassi nel loro sentiero privato
loro non mi vedono
non sanno che esisto
vanno continuamente avanti e indietro
in due colonne ordinate
chi porta un frammento di foglia
chi si ferma a chiacchierare con le antenne di un'altra formica
secondo i programmi della loro collettività.
Mi volto a guardare verso il cielo
per vedere se c'è qualche essere gigantesco e invisibile
come io sono per le formiche
che mi sta osservando ma che io non vedo
non vedo nessuno
ma non posso sapere se c'è o se non c'è.
(B. Munari)
lunedì 7 marzo 2011
Interiors
Sono per i post brevi, ultimamente. E' tardi e devo riposare, se non voglio che questa settimana finisca (di nuovo) in un bagno di sangue. Però voglio ricordarmelo il giorno in cui ho rivisto Interiors di W. Allen. E' un film che ha press'a poco la mia età, e proprio ora che ho trentadue anni lo guardo e lo ascolto provando con esso una profonda affinità. Un contributo dello stesso regista, per chi di voi non avesse presente di cosa tratti.
Una delle cose che mi hanno colpito di più è la totale assenza di musica durante tutta la pellicola. Nemmeno sui titoli. Il solo rumore è quello del mare agitato e grigio. Quanto sentite sono le vicende umane delle protagoniste, quanto vere e ricorrenti esse possono essere nella vita di ognuno di noi. Il bisogno di controllare ogni cosa diventa nevrosi. Le conflittualità, le invidie, le frustrazioni, i sensi di colpa, i meccanismi che portano ad auto-punirsi e ad autocommiserarsi. Non ho mai pensato a come possano sentirsi le persone come Joey, incapace di esprimere quello che sente, né in grado di riconoscerlo. Ci sono un paio di passaggi molto intensi in cui lei parla proprio di questo e del modo in cui sente le emozioni esploderle dentro senza saperle esternare. E poi c'è Renata, interpretata da una fantastica Diane Keaton, che, è vero, sarà sempre uguale a se stessa ma qui la trovo particolarmente nella parte. All'inizio, appena dopo il passaggio ripreso nel video, dice: "Il risultato è la mia paralisi creativa". Ecco, io mi ci sono molto ritrovata in questa frase, perché è la situazione che spesso provo stando qui a Roma.
Le atmosfere di questo film, il cui titolo è così incredibilmente adatto e denso di significati, mi sono sembrate terribilmente reali. Pesanti, scolorite, spoglie, lente, imbrogliate l'una sull'altra. Questi interni che cercano di uscire allo scoperto con rabbia, senza mai riuscirci appieno se non provocando spaccature, ferimenti, tragedie. Non è cinema: è vita intima, interiore.
Una delle cose che mi hanno colpito di più è la totale assenza di musica durante tutta la pellicola. Nemmeno sui titoli. Il solo rumore è quello del mare agitato e grigio. Quanto sentite sono le vicende umane delle protagoniste, quanto vere e ricorrenti esse possono essere nella vita di ognuno di noi. Il bisogno di controllare ogni cosa diventa nevrosi. Le conflittualità, le invidie, le frustrazioni, i sensi di colpa, i meccanismi che portano ad auto-punirsi e ad autocommiserarsi. Non ho mai pensato a come possano sentirsi le persone come Joey, incapace di esprimere quello che sente, né in grado di riconoscerlo. Ci sono un paio di passaggi molto intensi in cui lei parla proprio di questo e del modo in cui sente le emozioni esploderle dentro senza saperle esternare. E poi c'è Renata, interpretata da una fantastica Diane Keaton, che, è vero, sarà sempre uguale a se stessa ma qui la trovo particolarmente nella parte. All'inizio, appena dopo il passaggio ripreso nel video, dice: "Il risultato è la mia paralisi creativa". Ecco, io mi ci sono molto ritrovata in questa frase, perché è la situazione che spesso provo stando qui a Roma.
Le atmosfere di questo film, il cui titolo è così incredibilmente adatto e denso di significati, mi sono sembrate terribilmente reali. Pesanti, scolorite, spoglie, lente, imbrogliate l'una sull'altra. Questi interni che cercano di uscire allo scoperto con rabbia, senza mai riuscirci appieno se non provocando spaccature, ferimenti, tragedie. Non è cinema: è vita intima, interiore.
mercoledì 16 febbraio 2011
L'orologio in rosso
In giornate come questa scriverei un intero libro. Nonostante la luce al neon, la presenza dei colleghi nella stanza e un lavoro aberrante che si avvicina inesorabile come l'alta marea, cerco di ritornare là fuori, sul ponte Cavour; a quando, qualche ora fa, ero.
Finalmente a Roma piove e io trovo, nella calma rilassata del mio camminare sotto queste gocce, il perfetto accordo con il mio interno. "Com'è musicale tutto questo", penso. Sul ponte Cavour il vento soffia sempre, cambiando direzione ogni secondo. Ciocche di capelli si alzano come tirate da fili invisibili, finendomi immancabilmente sul viso, impedendomi la vista e prendendo pieghe inusuali. A volte capita che i capelli mi facciano sentire estranea a me stessa: basta che si sposti la riga, anche di poco, e percepisco un netto cambiamento sul mio cranio. Come se avessi confuso il sale con lo zucchero. Ora, mentre cammino sotto l'ombrello, vedo i miei riccioli volarmi davanti agli occhi e sento la gonna alzarsi a scoprire le gambe rosso fuoco. Questa mattina ho indossato il mio colore preferito e lo sento scaldarmi il pensiero anche da sotto la giacca. Le note di un pianoforte mi ticchettano nelle orecchie con sincopata regolarità, prima ancora che possa scoprire che il pezzo che sto ascoltando, adesso per la prima volta, s'intitola proprio L'orologio.
Finalmente a Roma piove e io trovo, nella calma rilassata del mio camminare sotto queste gocce, il perfetto accordo con il mio interno. "Com'è musicale tutto questo", penso. Sul ponte Cavour il vento soffia sempre, cambiando direzione ogni secondo. Ciocche di capelli si alzano come tirate da fili invisibili, finendomi immancabilmente sul viso, impedendomi la vista e prendendo pieghe inusuali. A volte capita che i capelli mi facciano sentire estranea a me stessa: basta che si sposti la riga, anche di poco, e percepisco un netto cambiamento sul mio cranio. Come se avessi confuso il sale con lo zucchero. Ora, mentre cammino sotto l'ombrello, vedo i miei riccioli volarmi davanti agli occhi e sento la gonna alzarsi a scoprire le gambe rosso fuoco. Questa mattina ho indossato il mio colore preferito e lo sento scaldarmi il pensiero anche da sotto la giacca. Le note di un pianoforte mi ticchettano nelle orecchie con sincopata regolarità, prima ancora che possa scoprire che il pezzo che sto ascoltando, adesso per la prima volta, s'intitola proprio L'orologio.
venerdì 21 gennaio 2011
Blind date
Ancora prima di uscire di casa sapevo che avrei passato il resto della serata a scrivere, perchè quello cui mi stavo dirigendo era l'appuntamento per me più atteso degli ultimi mesi: "Blind date", il concerto al buio di Cesare Picco. Ero emozionata quando ho spento la luce prima di chiudere la porta, consapevole che al mio ritorno nulla sarebbe stato lo stesso.
Mi trovo un po' in difficoltà nell'affrontare questo post. Innanzitutto perchè, ancora presa dallo scombussolamento dell'evento, non ho ancora pienamente recuperato il linguaggio verbale. In secondo luogo perchè mentre ero nel teatro ero una tela sulla quale le emozioni arrivavano addosso come secchiate di vernice, mentre adesso, per essere efficace nelle mie descrizioni, devo cercare di tornare in quel mondo dalla sedia su cui sono seduta, nella mia camera. Mi aiuta il fatto di essere venuta poco fa in possesso della registrazione del primo "Blind date" (avvenuto nel 2009 a Milano), in vendita all'uscita dal concerto insieme agli altri dischi di Picco, che in parte possedevo. Ma ora basta con tutti questi cappelli introduttivi... togliamoceli e vediamo di tornare a teatro.
"Si suona ad occhi chiusi, al buio e a memoria." (F. Chopin)
Le luci calde dei riflettori bagnano il palcoscenico per i primi minuti. Lentamente i volumi si perdono in semplici e sottili linee gialle. La tastiera del pianoforte diventa un mare calmo di piccole fiamme, le cui bave si alzano e si abbassano accarezzate dalle mani di Cesare. Rimane un solo occhio di bue verticalmente sopra alla sua testa. I miei bulbi si aggrappano agli ultimi centimetri di contorni rimasti, fino a perdersi del tutto nel buio più totale. Come se avessi mollato la presa del salvagente, mi lascio trasportare dalla corrente, con fiducia. Eppure sono distratta dall'assenza della vista. Non riesco a concentrarmi sulla musica, perchè sto sperimentando tutto il resto di me che normalmente dimentico. Capisco di essere presente con tutta me stessa lì, in quel momento. La mente continua a lavorare. Mentre le arti figurative come la pittura non godono dell'immediatezza dell'attimo - e nemmeno la fotografia lo fa completamente - l'improvvisazione musicale ha questo carattere d'indubitabile contemporaneità tra il concepimento e la nascita dell'idea. E' lì con te, sta accadendo in quel momento, e mai sarà uguale in un altro istante del mondo. Cesare è il tramite geniale di tutto questo: lo cerco - senza realmente cercarlo - con lo sguardo e mi accorgo di avere gli occhi spalancati. Non sento nemmeno il bisogno di sbatterli. La fronte è sollevata, la bocca contratta. Ogni parte di me è protesa all'ascolto di lui e di me stessa. La musica scivola da melodie morbide e delicate a sussulti gravi e dissonanti, lasciandosi fare a tratti compagnia da suoni quasi psichedelici, percussioni delle mani sul legno, graffiate direttamente sulle corde, forti respiri e deboli fischi del pianista. Le sonorità di Gershwin, Debussy e lo stile dei pezzi di Picco si mescolano in un insieme indefinibile. Sonaglietti agitati e quasi liquidi mi fanno pensare a branchi di piccoli pesci colorati. Ho gli occhi lucidi e lascio scendere le lacrime sulle guance. Le asciugo con le mani e mi rendo conto che nessuno ha potuto vedere questi gesti accadere. E' talmente buio che, se mi avvicinassi al volto di qualcuno senza far rumore, questi non potrebbe accorgersi della mia presenza. Sono libera. Di piangere, di sorridere, di toccare il mio viso. Senza essere vista. La percezione del tempo che passa mi fa temere il momento in cui tornerà la luce e quando questo avviene ne sono infastidita. Sarei rimasta al buio con la musica di Cesare per molte altre ore. La luce mi offre però un altro spunto: mentre suona, lui è la musica. Il suo corpo è a totale servizio di essa e si contorce, si alza e si siede, inquieto. Come se avesse dentro una forza che lo muove indipendentemente dalla sua volontà. Dall'inizio alla fine, non ha mai aperto gli occhi; non guarda nemmeno la tastiera. Le luci in sala si riaccendono e lui si appresta a suonare le ultime note. Sembra concludere sulle più alte, che rotolano lentamente una dietro l'altra come briciole. Ma poi decide di offrire loro un contraltare, con un unico tasto bassissimo. Insieme, terra e cielo si toccano, piano piano. Cesare tiene i tasti schiacciati fin quando le note non si addormentano, lasciando cadere le dita con la forza di gravità, sotto la tastiera. Silenzio in sala. Un miracolo di contemplazione della magia. E poi, gli applausi.
Dopo diverse uscite e rientri sul palco, Cesare prende la parola. E' visibilmente provato, io sono in terza fila e vedo le sue mani tremare leggermente. Muove nervosamente piedi e gambe, cercando di riprendere fiato mentre ringrazia tutti per l'energia che ha avvertito da parte di ciascuno di noi. Parla del suo concetto di "Blind date" e passa quindi al bis: "Hikari" (che in giapponese significa "luce"), un pezzo da lui composto e ispirato ad una leggenda secondo la quale una volta all'anno l'imperatore andava da solo nei giardini reali di Kyoto a contemplare il tramonto per tutto il suo popolo. Ecco quindi tornare la musica in una nuova veste, dopo un concerto che è già stato tramonto, notte e alba: una ciclicità di cui si diventa parte, come il naturale e quotidiano alternarsi della luce e del buio.
Mi trovo un po' in difficoltà nell'affrontare questo post. Innanzitutto perchè, ancora presa dallo scombussolamento dell'evento, non ho ancora pienamente recuperato il linguaggio verbale. In secondo luogo perchè mentre ero nel teatro ero una tela sulla quale le emozioni arrivavano addosso come secchiate di vernice, mentre adesso, per essere efficace nelle mie descrizioni, devo cercare di tornare in quel mondo dalla sedia su cui sono seduta, nella mia camera. Mi aiuta il fatto di essere venuta poco fa in possesso della registrazione del primo "Blind date" (avvenuto nel 2009 a Milano), in vendita all'uscita dal concerto insieme agli altri dischi di Picco, che in parte possedevo. Ma ora basta con tutti questi cappelli introduttivi... togliamoceli e vediamo di tornare a teatro.
"Si suona ad occhi chiusi, al buio e a memoria." (F. Chopin)
Le luci calde dei riflettori bagnano il palcoscenico per i primi minuti. Lentamente i volumi si perdono in semplici e sottili linee gialle. La tastiera del pianoforte diventa un mare calmo di piccole fiamme, le cui bave si alzano e si abbassano accarezzate dalle mani di Cesare. Rimane un solo occhio di bue verticalmente sopra alla sua testa. I miei bulbi si aggrappano agli ultimi centimetri di contorni rimasti, fino a perdersi del tutto nel buio più totale. Come se avessi mollato la presa del salvagente, mi lascio trasportare dalla corrente, con fiducia. Eppure sono distratta dall'assenza della vista. Non riesco a concentrarmi sulla musica, perchè sto sperimentando tutto il resto di me che normalmente dimentico. Capisco di essere presente con tutta me stessa lì, in quel momento. La mente continua a lavorare. Mentre le arti figurative come la pittura non godono dell'immediatezza dell'attimo - e nemmeno la fotografia lo fa completamente - l'improvvisazione musicale ha questo carattere d'indubitabile contemporaneità tra il concepimento e la nascita dell'idea. E' lì con te, sta accadendo in quel momento, e mai sarà uguale in un altro istante del mondo. Cesare è il tramite geniale di tutto questo: lo cerco - senza realmente cercarlo - con lo sguardo e mi accorgo di avere gli occhi spalancati. Non sento nemmeno il bisogno di sbatterli. La fronte è sollevata, la bocca contratta. Ogni parte di me è protesa all'ascolto di lui e di me stessa. La musica scivola da melodie morbide e delicate a sussulti gravi e dissonanti, lasciandosi fare a tratti compagnia da suoni quasi psichedelici, percussioni delle mani sul legno, graffiate direttamente sulle corde, forti respiri e deboli fischi del pianista. Le sonorità di Gershwin, Debussy e lo stile dei pezzi di Picco si mescolano in un insieme indefinibile. Sonaglietti agitati e quasi liquidi mi fanno pensare a branchi di piccoli pesci colorati. Ho gli occhi lucidi e lascio scendere le lacrime sulle guance. Le asciugo con le mani e mi rendo conto che nessuno ha potuto vedere questi gesti accadere. E' talmente buio che, se mi avvicinassi al volto di qualcuno senza far rumore, questi non potrebbe accorgersi della mia presenza. Sono libera. Di piangere, di sorridere, di toccare il mio viso. Senza essere vista. La percezione del tempo che passa mi fa temere il momento in cui tornerà la luce e quando questo avviene ne sono infastidita. Sarei rimasta al buio con la musica di Cesare per molte altre ore. La luce mi offre però un altro spunto: mentre suona, lui è la musica. Il suo corpo è a totale servizio di essa e si contorce, si alza e si siede, inquieto. Come se avesse dentro una forza che lo muove indipendentemente dalla sua volontà. Dall'inizio alla fine, non ha mai aperto gli occhi; non guarda nemmeno la tastiera. Le luci in sala si riaccendono e lui si appresta a suonare le ultime note. Sembra concludere sulle più alte, che rotolano lentamente una dietro l'altra come briciole. Ma poi decide di offrire loro un contraltare, con un unico tasto bassissimo. Insieme, terra e cielo si toccano, piano piano. Cesare tiene i tasti schiacciati fin quando le note non si addormentano, lasciando cadere le dita con la forza di gravità, sotto la tastiera. Silenzio in sala. Un miracolo di contemplazione della magia. E poi, gli applausi.
Dopo diverse uscite e rientri sul palco, Cesare prende la parola. E' visibilmente provato, io sono in terza fila e vedo le sue mani tremare leggermente. Muove nervosamente piedi e gambe, cercando di riprendere fiato mentre ringrazia tutti per l'energia che ha avvertito da parte di ciascuno di noi. Parla del suo concetto di "Blind date" e passa quindi al bis: "Hikari" (che in giapponese significa "luce"), un pezzo da lui composto e ispirato ad una leggenda secondo la quale una volta all'anno l'imperatore andava da solo nei giardini reali di Kyoto a contemplare il tramonto per tutto il suo popolo. Ecco quindi tornare la musica in una nuova veste, dopo un concerto che è già stato tramonto, notte e alba: una ciclicità di cui si diventa parte, come il naturale e quotidiano alternarsi della luce e del buio.
lunedì 3 gennaio 2011
In the mood for Wong
Infiniti silenzi interiori, paure, dolori, incertezze s'intingono nell'onnipresente gesto del cibarsi: ora di aromatiche zuppe, ora di succose carni, ora di spaghetti di riso. Di tutto ciò che è caldo conforto e condivisione della propria fragile umanità: il cibo visto come ponte tra due solitudini, come contraltare di una quotidiana deglutizione di amarezze. Le cupe atmosfere interiori sono ulteriormente inzuppate da violente piogge improvvise, sotto le quali si consumano, in contrapposizione con il disagio dell'umidità, gesti di tenerezza in attimi sospesi nel tempo. Così come atemporali sono le realtà parallele che i protagonisti vivono di riflesso: il Giappone e l'"estero", dimensioni indefinite dell'adulterio; oppure piccoli mondi che essi stessi creano (la simulazione di una confessione), o che si ritagliano per uscire dalla consumante malinconia (la stanza di un albergo). In tutto questo, delizia assoluta la fornisce un Nat King Cole che, con le sue "Aquellos ojos verdes" e "Quizàs, quizàs, quizàs", conferisce un che di esotico alle atmosfere orientali dell'ambientazione: la romantica leggerezza delle melodie non smentisce nei testi delle canzoni lo stato che avvolge i personaggi principali. Un sentimento d'incompletezza li pervade in un gioco di sottili riflessi: dialoghi che sembrano costruiti specularmente, a dipingere non solo le stesse interiorità ma, ironicamente, anche gli stessi fatti che le determinano. Il doppio impregna ogni cosa. Come non perdersi nell'amore per qualcuno quando quest'ultimo non è che un altro se stesso? Questo amore non trova mai totale ed eclatante sfogo, ma al tempo stesso si compie ugualmente nell'ambito dell'illusione che attraversa l'intera vicenda. Esso non pretende nulla di più di quanto lo ha generato: non il desiderio, ma la condivisione di uno stato.
Ultima, ma non meno importante nota, i colori: rossi profondi, ocra, verdi, beige e grigi caricano la pellicola delle stesse note emotive narrate nella storia, con una cura e un accordo tra i diversi elementi della scena davvero notevoli. I luoghi stessi raccontano così le pieghe dei segreti di un incontro generato di riflesso da altri incontri, facendo da vivo sfondo a gesti di una quiete incredibilmente composta. Ricco di simbolismi e scomposizioni, questo film ha molte chiavi di lettura, tanto che meriterebbe di essere visto e rivisto per metabolizzarle tutte. L'ho adorato, veramente. Un mood for love raccontato così ti si cuce addosso come un vestito del quale non vorresti spogliarti.
martedì 2 novembre 2010
Scianna bits #2
D: Con l’avvento del digitale abbiamo vissuto una dilagante diffusione di accessibilità alla produzione di immagini. Alcuni credono che questo abbia abbassato la qualità in generale della fotografia. Lei che ne pensa?
R: L’accessibilità non è il problema. Mi ricordo di quando, con l’arrivo delle macchine con l’esposimetro incorporato e poi automatiche molti si lamentavano che “ormai tutti potevano fare delle fotografie”. La fotografia è sempre stato un artigianato facile, accessibile. Ma anche nelle arti “difficili” i mediocri sono sempre stati la maggioranza. Non è l’accessibilità che fa la differenza. La differenza la fa la comprensione del mondo, la passione per quello che si ama o si odia, la capacità di raccontarlo, la capacità di inventare strumenti adeguati al tempo che stiamo vivendo. Altro che digitale.
D: Con le sue immagini ha esplorato la fotografia in ogni suo campo come la moda, la pubblicità, il reportage, il ritratto, le sfilate. Non è certo il curriculum di un fotografo specializzato, come molti ritengono sia obbligatorio essere. La considera più una forza o una mancanza? Ci sono ancora ambiti che vorrebbe fotografare e non ne ha mai avuto l’occasione?
R: Non ho mai creduto ai generi. Per me un fotografo è uno che guarda cercando di vedere e che cerca di comunicare quello che ha visto. Che fa un fotografo di moda se si trova davanti a un paesaggio che l’emoziona, non fa la foto perché quelle le fanno i paesaggisti? O chiama d’urgenza una modella? Sciocchezze. Non credo ci siano ambiti con i quali non mi sia misurato come fotografo. Non so, forse la fotografia di montagna o quella scientifica, perché sono territori che non frequento. Ma se li frequentassi sono sicuro che mi farebbero scoprire immagini. Certo uno magari fa certe cose meglio di altre. Ma un fotografo è un fotografo.
D: In merito ai contenuti non pensa che questo nostro andare di corsa ci faccia essere sempre più superficiali rendendoci indifferenti?
R: Succede con tutto. Non si può mangiare ogni giorno caviale o sempre fagioli. Non si può fare sesso dieci volte al giorno e averne ancora voglia. Non si possono vedere tragedie e cadaveri ogni giorno e non diventare indifferenti.
D: La quantità di informazioni affolla il web, si può trovare di tutto, anche come rapinare una banca. Semplice esibizionismo o reale necessità?
R: Se uno vuole rapinare una banca magari gli serve. O se vuole suicidarsi. A me serve soprattutto per sapere se uno è ancora vivo. Il Web è come il mondo: c’é tutto, ma poche sono le cose davvero accessibili o che davvero ci servono. Il web è una discarica: c’è merda e ci sono diamanti. Che cosa ti serve? Lo sai cercare? Sapere quello che vuoi è difficile. Imparare a conquistarlo implica sforzo, cultura, disciplina. Chi pensa di poterne fare a meno con il web si sbaglia e sarà sconfitto.
mercoledì 20 ottobre 2010
One day in Venice
Guardate queste foto di Marco Onofri. Tutte. Poi tornate a leggere.
E' il mio primo, istintivo, esperimento di scrittura su reportage. E qualcosa mi dice che non sarà l'ultimo...
E' il mio primo, istintivo, esperimento di scrittura su reportage. E qualcosa mi dice che non sarà l'ultimo...
Una lingua di luce approda a Venezia, allungandosi viva dalle labbra di una nave. Palazzi narcisi si specchiano su quello stesso terreno, spartendosi il piccolo regno con invisibili seduti. Austere e fredde geometrie dialogano con il dinamismo di una figura che passa lasciando un’effimera scia di calore umano. Fiato prezioso, intimo, annidato anche sotto il malinconico guscio di un uomo che guarda attraverso un naturale riquadro nella cartolina dove è, a sua volta, inconsapevolmente incastonato. Proiezioni di vite prestate ai gradini di un ponte, ad incontrare il bacio del sole. E poi via, in picchiata sopra strisce bianche e nere che si muovono sull’acqua plumbea con antica maestria e misurati equilibri. Lo sguardo si alza per andare a scivolare lungo linee che solcano l’aria come colpi di lame sul ghiaccio, cui sono aggrappate, rovesciate come arresi pipistrelli, file di vestiti senza corpi. Questo è il Lido con la sua normalità straordinaria, un incrocio tra persone ormai incuranti della bellezza della città ed occhi vergini che, rapiti, ancora la fotografano. Qui si respira il lento incedere del tempo, perso e insieme guadagnato nel gioco, nella sosta, nell’attesa. Finchè si alza il vento, a increspare la quiete del mare. Il cielo si fa scuro, la luce comincia a scorrere nei flessuosi tubi al neon che imitano le architetture del luogo. Fermarsi lungo la riva di un canale e fare conoscenza con un lampione e i suoi alati inquilini: tutto il resto si annebbia, si confonde. I confini si perdono, le sfumature dei contorni si sfiorano. Lui solo mantiene la propria incrollabile identità: è lì da sempre, testa e braccia alzate verso l'alto su un tronco sottile e slanciato. Si torna a casa, lentamente, attardandosi ancora un po' a guardare la cresta della città, sopra alla quale si consuma l'ultima battaglia tra un sole caparbio e nubi stracciate. Le gondole saltellano eccitate dallo spettacolo, mentre l'acqua si disaggrega in minuscole sfere volanti. Un ultimo saluto al fiero amico metallico, finalmente solo anch'esso e pronto a illuminare la notte. Un signore innamorato ha perso la testa e porta in giro solo la sua giacca quadrettata. La morbida sinuosità di una sagoma bizantina abbraccia un palazzo sullo sfondo, mentre un uccello macchia il cielo immacolato. La giornata è finita e si chiude con lo stesso gioco di riflessi con il quale si era aperta. Sacro e profano si avvicinano senza toccarsi, se non per il dispetto di un'ombra che si allunga, viva, dalle labbra di una bandiera.
martedì 28 settembre 2010
Aforisma per la mia creatura
"E' bello scrivere perchè riunisce due gioie: parlare da solo e parlare a una folla".
(Cesare Pavese)
(Cesare Pavese)
martedì 27 luglio 2010
The final cut
Questa è la seconda volta che chiudo il cerchio con Settimio. La prima fu poco più di un anno fa, dopo che mi conobbe di persona in occasione di uno shooting fotografico a cui mi invitò ad assistere. Ricordo che quelle diciassette ore insieme mi aprirono veramente un mondo. Adesso di ore con lui ne ho passate a multipli di diciassette e, come avete potuto leggere, di mondi me ne hanno aperti svariati.
Possiamo immaginare il cerchio come una linea continua che ha un inizio e una fine. Ma a guardarlo così, già tracciato e finito, non sappiamo individuare quella coppia di punti. Semplicemente perchè forse un inizio e una fine non esistono, confondendosi dentro di noi in una dimensione senza tempo. "The final cut" per me rappresenta, appunto, anche il "taglio" che può essere fatto in qualunque punto del cerchio: in questo percorso con Settimio, l'inizio e la fine si sono toccate perchè hanno sempre e comunque fatto parte di me, pur essendo, idealmente e allo stesso tempo, agli antipodi l'una rispetto all'altra.
Dandovi il link al blog di Settimio che, oltre a mostrare il mio progetto, rimanda anche alle parole della mia stanza dei giochi, chiudo un cerchio che è stato aperto per una settimana, affinchè io prendessi coscienza del contatto tra le mie infinite coppie di punti.
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