venerdì 17 agosto 2012

Miracle notes

C'è, nel pezzo che sto ascoltando, un momento brevissimo, lungo non più di sette secondi, che questa notte mi ha fatta sua. E' il cuore di una sequenza in cui la musica si toglie le scarpe della sua voce perentoria per accarezzare l'idea che l'ha, probabilmente, originata. Poi torna a gonfiarsi ancora un paio di volte, prima di attutirsi nella bassa marea del finale. Sono ripassata sul minuto che costruisce quella sezione del brano per almeno una ventina di volte, mentre me ne stavo al buio completo, nel mio piccolo letto della casa al lago, a rigirarmi da ferma tra le sensazioni che mi evocava.
La magia di quei secondi nasce dal senso di malinconica ineluttabilità che una frase musicale può essere in grado di suggerire.
Userò questa sensazione per scrivere, probabilmente questa notte stessa, quando il buio scenderà nuovamente accompagnando una perfetta solitudine.
Splendido, dunque, poter fruire del prodotto finito per generare altro, ma ciò su cui mi sono soffermata poco fa, lasciando appendere lo sguardo alla gamba della poltrona che mi sta a fianco e allontanandolo dal libro che sto leggendo, non è la bellezza del brano musicale o l'amore per quel brevissimo passaggio per se. E' invece una sorta d'invidia per chi ha creato quel pezzo, delineata più precisamente in un desiderio di retroazione al momento in cui è stato concepito.
Avrei voluto esserci.
Sentire come e perché, dopo quanti tentativi, dopo quali discorsi di note fosse venuta alla luce quella frase di pochi secondi. Quattro accordi che racchiudono potenzialità infinite di filiazione creativa successiva. Che sia solo una vibrazione, una sensazione, un pensiero, un racconto o il tema di un intero romanzo o di un film poco importa. Questo dipende solo da chi li riceve e dalle sue intenzioni. Meglio, dipende dalla sua incapacità di opporvisi - e io, inutile dirlo, non ne ho alcuna.
E allora ho collegato questa volontà di ritorno all'origine a ciò che riguarda il mio fare fotografie, o il mio scrivere. E' sempre nel momento della creazione - dello scatto o della stesura - che trovo il senso del fare. Il risultato m'interessa solo come summa finale di tutto quello che ho messo in ciò che stavo facendo, ma non c'è autocompiacimento. Non mi do nessuna pacca sulle spalle per ciò che ho appena ultimato. Non m'interessa neanche più di tanto mostrarlo agli altri, se non alle persone delle quali ritengo importante il parere. Del resto, il mio è un modo molto egoista di creare, anche perché so bene da quale taciuta esigenza esso origini.
Dell'arte m'interessa l'atto creativo. Il parto che segue la gestazione. L'attimo in cui l'idea - niente più che uno schizzo veloce - si mette in moto autonomamente e, senza alcuna indicazione di percorso da parte dell'organismo ospite, gli mostra un luogo del quale non conosceva nemmeno l'esistenza.
Non è vero che tutto è già stato scritto, e se anche così fosse sopravviverebbe comunque l'unicità della genesi. Per questo irrido le copiature e l'imitazione, perché laddove il risultato fosse simile o persino uguale, nulla potrebbe mai togliere a chi ha creato un'opera per primo la sua originalità, intesa in senso stretto come nascita.
A chi segue non resta che guardare la fotografia. Il quadro. Le parole sul foglio. Senza sapere, senza possedere l'atto creativo. Come non avvertire un senso d'incompletezza? Come evitare di mettere in campo un sistema d'interpretazioni personali? Che non hanno nulla di sbagliato, sia chiaro, ma sono altro. Io invece voglio proprio quella cosa lì. Quella di quel momento, di quel luogo non mentale. Certo, di una parte non indifferente della faccenda s'impadronisce il talento, che pochi possiedono. Ma anche solo la sensibilità può costituire un buon lasciapassare, almeno da uditori.
E così, parlando di udire, ora mi ritrovo con questi sette secondi di musica, sui quali continuo a ripassare come un ladro farebbe davanti alle vetrine di una banca che non ha potuto rapinare. E al quale non resta che fantasticare su come avrebbe speso la refurtiva. Magari provando a raccontarlo, perdendosi nel buio dei vicoli di una nuova storia.


Cesare Picco - Miracle Road (3'16" - 3'22")

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