lunedì 24 novembre 2014

Sul ponte di coperta a Modena

Lei cercava di vedere se stessa attraverso il proprio corpo. Per questo stava così spesso davanti allo specchio. E avendo paura di essere sorpresa dalla madre, gli sguardi che dava allo specchio avevano il marchio di un vizio segreto. 
Quello che l'attirava verso lo specchio non era la vanità bensì la meraviglia di vedere il proprio io. Dimenticava che stava guardando il quadro di comando dei meccanismi del corpo. Credeva di vedere la sua anima che le si rivelava nei tratti del suo viso. Dimenticava che il naso non è che l'estremità di un tubo che porta aria ai polmoni. In esso vedeva l'espressione fedele del proprio carattere.
Si guardava a lungo e a volte la contrariava vedere sul proprio viso i tratti della madre. Allora si guardava con più ostinazione, cercando con la forza della volontà di cancellare la fisionomia della madre, di sottrarla, così da far rimanere solo ciò che era lei stessa. Quando ci riusciva, era un momento di ebbrezza: l'anima saliva sulla superficie del corpo, come quando un equipaggio irrompe dal ventre della nave, riempie tutto il ponte di coperta, agita le mani verso il cielo e canta.

(Milan Kundera, L'insostenibile leggerezza dell'essere)


Non ho mai fatto mistero di amare Kundera. Tra le altre cose, per la capacità che ha di creare immagini impensabili legandole ai concetti che vuole esprimere.
Quando ho letto questo paragrafo, non ho potuto fare a meno di pensare, da fotografa, all'autoritratto. Quel tentativo di vedere se stessi attraverso il proprio corpo.
C'è stato un periodo, un paio di anni fa, in cui di autoritratti me ne facevo parecchi. Spesso tornavo a casa dopo il lavoro, a Roma, e mi mettevo comoda, con i vestiti da casa, nell'unica stanza che mi desse un'impressione di calore, di accoglienza: la camera da letto. Rivolgevo la piccola fotocamera dell'iPhone verso di me e scattavo. Non lo facevo per vanità, ma per rilassarmi. Per ritrovarmi, forse, alla fine di giornate che mi portavano lontano da me. Non erano selfie, quelle foto in posa in cui si individua il grado d'inclinazione della fotocamera perfetto per valorizzare il proprio viso. Anzi, spesso mi fotografavo in movimento, cercando un risultato nuovo anche ai miei occhi.

In realtà non vedevo l'ora di ritrarre qualcun altro, di me ero stufa, così come di quella solitudine e di quella vita.

Poi mi sono trasferita a Milano, e sono rinata. Con gli autoritratti fatti con l'iPhone ho smesso subito. Mi ritrovavo già in ogni ora di ogni giorno, e quell'esigenza di far affiorare me stessa attraverso il mio corpo è diventata di colpo superflua.
Un giorno di gennaio di quest'anno ho voluto testare la luce naturale della mia nuova casa. Qui non ci sono stanze e stanze no. È tutto aperto e sto bene ovunque.
Ho steso un fondale bianco e messo la macchina sul cavalletto di fronte a me. Non il telefonino, ma una fotocamera vera, di quelle che si usano per fare le immagini da stampare bene. Telecomando alla mano, ho scattato una serie che si chiama On white. Semplicissima, come un foglio bianco su cui scrivere una storia nuova. Ho celebrato così il mio cambiamento di vita, ed è stato un momento di ebbrezza: l'anima saliva sulla superficie del corpo, come quando un equipaggio irrompe dal ventre della nave, riempie tutto il ponte di coperta, agita le mani verso il cielo e canta.

Una di quelle foto verrà esposta a Modena in una collettiva organizzata dalla Fondazione Teatro Comunale di Modena nell'ambito di una rassegna di danza contemporanea dal titolo "Passioni in Danza".
L'inaugurazione sarà martedì 2 dicembre alle ore 19:00.

Tutte le info qui:
http://www.fondazionefotografia.org/9557/fotografia-e-danza-si-incontrano-alle-passioni/

giovedì 23 ottobre 2014

MIFA 2014

Io sono di quelli che suonano senza farsi sentire.
Mai piaciuto mettermi in mostra nelle cose che facevo, anche se riuscivano bene.
Within è un progetto cresciuto mentre scrivevo il blog, e ogni ritratto aveva un post dedicato. Perché il ritratto è un'esperienza, e ognuno è diverso.
Scattavo in pellicola in giro per l'Italia e sviluppavo tutto in un laboratorio di Roma, il Lab Corvaglia. Fu quindi Luciano, guardando i provini, il primo a vederlo. Ancora prima di me. Poco prima che fosse finito, mi propose di esporlo nell'ambito del Darkroom Project a Muro Leccese, ma per vari motivi non potei farlo. Così Within restò sul mio sito, che è come a dire nel cassetto, insieme ad altri lavori. Finché non decisi, un paio di mesi fa, di partecipare a un concorso. È risaputo che le aspiranti dei concorsi di bellezza dicano spesso di essere state iscritte da un'amica, o una sorella, a loro insaputa. Non so quanto ci sia di vero in questo, ma in un certo senso anche per me è andata un po' così. Perché quelli come me vanno un po' spinti. Non si può sempre suonare nelle stanze vuote, prima o poi qualcuno ti sente. Prima o poi qualcuno le tue foto le vede e dà loro un valore che va al di là di quello personale di chi le ha scattate.

E così ieri sera, quando non ci pensavo neanche più, ecco arrivare per vie traverse la notizia inaspettata: menzione d'onore ai Moscow International Foto Awards, categoria ritratti. Per Within.
Ho aperto il link e quei volti - solo otto in questo caso, limite massimo per le serie - stavano lì a guardarmi dalla pagina di un sito che non era il mio. Come fossero a casa di altre persone, anzi in mezzo a una piazza. Insieme ad altri lavori veramente validi. Insieme alla menzione speciale data anche a chi mi ha spinto a partecipare e aiutato nell'editing. Le cattive notizie non arrivano mai da sole, ma neanche le buone :-)

http://moscowfotoawards.com/winners/zoom.php?eid=10-2365-14


Last but not least, ringrazio tutti i miei soggetti. 
Condivido con voi questa mia soddisfazione personale: Filippo Nocera, Giangiacomo Pepe, Marco Onofri, Anders Petersen, Mario Zanaria, Fausto Podavini, Moreno Pisto, Alek Pierre, Anna Paladini, Donato Salcito, Edoardo Mantegazza, Alessandra Gerevini, Valeriya Burykh, Doug Rosa, Settimio Benedusi, Andrea Pugiotto, Toni Thorimbert, Diego Orlando.

sabato 4 ottobre 2014

Il suono del Cosmo

Credo che non ci sia cosa che mi appassioni di più che scoprire nuova musica. Sono capace di entrare in fisse inimmaginabili, con ascolti consecutivi a doppia cifra che sfiorano l'ossessione.
Quando poi la scoperta avviene per serendipità, è ancora meglio: navigando per la rete alla ricerca di una cosa che nulla ha a che vedere con la musica, approdi su un sito che suona una canzone che fin dalle prime note ti trasmette qualcosa. Individui la canzone e subito la compri su iTunes. S'intitola "The Moss", il muschio. Il testo è completamente assurdo, con riferimenti a Lewis Carrol e altre favole. Un'ode al nonsense fine a se stessa, racconta l'autore. Cerco il video su Youtube e trovo una performance live registrata a Bekonscot nel Buckinghamshire, il più antico villaggio in miniatura del mondo. Da qui apprendo che Cosmo è un polistrumentista, e io ho un debole per questo tipo di musicisti - ne conosco qualche altro, e infatti questo post nella mia idea originaria avrebbe dovuto inglobarne diversi, ma tale è stato l'interesse che mi ha suscitato questo artista che ho deciso di parlare solo di lui.


Saltellando da un video all'altro, capisco che non si tratta solo di una canzone orecchiabile. Mi trovo di fronte a uno di quei rari talenti che hanno una visione precisa di quello che fanno. Passione, curiosità, personalità. Una performance è in una stalla di maiali, un'altra in una lavanderia a gettoni a Brighton, un'altra ancora a bordo di un peschereccio di seppie, tra onde e schizzi d'inchiostro nero sulla strumentazione.
Ma chi è questo pazzo, mi chiedo con un sorriso incredulo.
Cosmo Sheldrake è un ventiquattrenne londinese che suona 30 strumenti diversi - dai più tradizionali a quelli caratteristici di alcuni Paesi del mondo - avvalendosi anche di campionatori e loop station. La sua musica è un collage di diverse influenze, e anche la tecnica vocale spazia dai vocalizzi della Mongolia e del Tibet fino al beatboxing. Ha iniziato a quattro anni col pianoforte e da allora non si è più fermato, trattando il suono con un approccio che prende ispirazione dal libro "The tuning of the World" di R. Murray Schäfer. Si tratta di un testo di storia, musica ed ecologia scritto nel 1977 che parla di come le persone abbiano progressivamente smesso di ascoltare il suono del mondo, e che invita a riaprire le orecchie per tornare a una consapevolezza di ciò che ci circonda e delle sue influenze sulla nostra percezione. Un tema, un destino: il suono di Cosmo. Eccolo nel pieno dell'espressione di questa "riappropriazione sonora", in un video girato in Bulgaria in cui crea un pezzo registrando e campionando i suoni del posto in cui si trova: il belato di una pecora, il ronzio di un alveare, il colpo di una barra di metallo, le interferenze di un televisore, l'apertura di un pacco di pasta, la risata di una vecchia, un sasso che rotola, ecc.



A volte l'eccentricità di certe composizioni potrebbe sembrare eccessiva, ma tutto si muove in una musicalità molto piacevole, che unita a uno stile scanzonato e ironico dell'immagine conferisce a Cosmo un appeal irresistibile. Almeno per chi, come me, desidererebbe essere circondata da molti più pazzi sperimentatori di questo tipo.


sabato 19 aprile 2014

Il foglio bianco

A Milano non ci so più stare. La casa che prima era la mia tana ora mi sta stretta. Dopo un mese vissuto costantemente sopra i 3200 metri, l'ossigeno delle basse quote non mi basta comunque.
E' bello tornare a casa, ma poi ti tornerà la voglia di partire, mi ha detto A. qualche giorno fa quando mi apprestavo a lasciare il Perù. Il fatto è che il bello del ritorno a me è durato il tempo di una cena a casa dei miei, o i dieci minuti di una doccia con la bocca aperta a far entrare acqua finalmente potabile. Appena varcata la soglia di casa, la mia, ho cominciato a sentirmi strana, fuori posto. Restare ancora in Sud America sarebbe stato troppo, ma stare qua è troppo poco. Segno che ho vissuto l'esperienza nel modo migliore.
Abbiamo passato i primi dieci giorni in una specie di gelido inferno dantesco, nei pressi di una miniera a cielo aperto che con i suoi 4400 metri è la più alta del mondo. A. faceva le foto, io mi occupavo della parte testuale. Abbiamo incontrato molte persone, parlato con loro, visto nei loro occhi l'impotenza e la rassegnazione. Si tratta di una problematica ambientale piuttosto pesante, di cui per ora non darò dettagli - ogni cosa a suo tempo.
Ho voluto subito cominciare a lavorare sull'articolo, procedendo parallelamente con un racconto in forma di scrittura creativa sulla stessa vicenda. Scrivere è la sola cosa che riesco a pensare di fare da quando sono tornata, ma è una bestia strana, selvatica. Si aggira per casa, mi fa sentire il suo fiato sul collo. Non somiglia a nessuna ispirazione precedente. Le pareti sembrano chiudermi, ho bisogno di aria. In Sud America non stavo quasi mai in spazi chiusi, e gli altipiani sono gli spazi aperti per eccellenza.
Esco con il Mac a scrivere nel mio piccolo cortile delimitato da piante che, per fortuna, provvedono da sole a se stesse. L'angolo dello scrittore ha solo un tavolino di legno con due sedie, scrostate dall'alternarsi di acqua e sole. Pioviggina, l'aria è freddina. Indosso la giacca del viaggio, mi pare l'unica giusta. Il naso è umido, i polpastrelli scontano la lontananza termica dalle maniche.
Non mi sento più abitante di nessun luogo. Cerco il Sud America come una vena d'oro nel sottosuolo.

Ieri sera sono crollata sul divano non più tardi delle nove, le luci erano già spente. Mi sono risvegliata un'oretta più tardi e non riconoscevo il posto in cui ero. Pareva di essere in un punto di passaggio, la tappa di un viaggio che continua. Potevo essere su un'imbarcazione, un'isola galleggiante, un camion. Confusa, mi sono alzata e ho cominciato a scrivere il racconto che mi gira in testa da settimane. Prima di iniziare ho comprato nuova musica, quella che appartiene a quei luoghi, e mi ci sono abbandonata per almeno un'ora. La scrittura è nemica della fretta. Sono tornata a quelle atmosfere, ho riguardato un paio di video girati con il cellulare - perché non ne ho fatti di più?
Di giorno lavoro all'articolo del reportage sulle miniere, ho molte registrazioni delle interviste fatte e mi rendo conto di capire perfettamente lo spagnolo ora, da che non ne sapevo una parola prima di partire. L'inflessione, il modo di ammorbidire le "b" in "v", i rumori di sottofondo in strada, le grida delle donne. Tutto mi riporta in Perù. Tento di trattenere i dettagli con le unghie, quasi non vorrei fare nulla né vedere nessuno per evitare che nuove immagini e parole si stratifichino su quelle che lentamente, inevitabilmente, scemeranno.
La musica è la mia più grande alleata, ma non è del genere che normalmente uso per scrivere. Sto ascoltando qualcosa di veramente tamarro. Sì, il Sud America ha un gusto anche molto tamarro, in generale. Per la strada non senti la latino-americana che ti aspetti, quei ritmi morbidi ed esotici, o scatenati e ballabili fatti di chitarre, fiati e percussioni. Quei pezzi li passano per radio sugli autobus, ci fanno i dvd da proiettare nei locali. Invece quando cammini sui marciapiedi pompa il reggaeton. Esce a tutto volume da negozi senza vetrine, solo pareti tappezzate di bustine di plastica con copertine sgargianti: film, musica, videogiochi.
Lo schermo riflettente del Mac rimanda un accenno della mia immagine, capelli sempre più lunghi incoronati da un paio di grosse cuffie, la schiena che si snoda sinuosa al ritmo della musica.
Mi scrive A. proprio ora, dandomi sue notizie. E' rimasto in Sud America per fare altri lavori e a me pare di avere un piede qua e uno là, come se una parte di me fosse ancora in quel continente. Capisco bene cosa intenda quando accenna a situazioni interessanti che ha trovato. Aspetto di vedere qualche foto, il suo modo di guardare mi piace moltissimo: attento, sincero e a volte crudo, ma mai gratuito. Mi ha insegnato cosa significhi stare sul campo, il valore del tempo per aspettare che le cose si rivelino in maniera efficace, l'importanza di andarle a cercare sempre - anche se magari poi non le trovi. Quello che conta è esserci, si assorbe sempre qualcosa. Non vedo l'ora del prossimo lavoro insieme.

Nonostante provi questo sentimento di smania rispetto allo scrivere la mia storia - e solo ora che ne ho veramente una avverto l'urgenza di portarla alla luce - in certi momenti sento di volerci anche solo stare dentro, semplicemente. Come quando ci si trova da qualche parte e si ha l'impulso di fotografare: è difficile tenere le mani a posto, rinunciare alla registrazione. Specialmente nei tempi attuali, in cui se non fotografi una cosa è come se non fosse mai esistita. Quando siamo andati al Salar de Uyuni ne abbiamo avuto una prova lampante: la gente non faceva altro che scattare, si erano portati persino cavalletti e telecomandi per farsi gli autoscatti ambientati. Io e A. camminavamo sulle distese di sale guardando questa strana fauna che assumeva le pose più assurde approfittando degli effetti prospettici ingannevoli che il deserto di sale creava. Era la cosa più divertente e al tempo stesso sconcertante dell'escursione. La più inaspettata invece è stata la presenza sulla nostra jeep di un sassofonista cileno, Marcelo Moncada, che con il suo operatore video gira i posti più spettacolari del mondo facendosi riprendere mentre suona la sua musica sperimentale. Incredibilmente noi due eravamo il suo unico pubblico, gli altri erano troppo presi a farsi le foto a vicenda. Il suono del sax si apriva un varco tra i cactus, facendo botta-e-risposta con le pareti dell'isola Incahuasi, oppure si scioglieva orizzontale sulla superficie piatta e abbacinante del Salar.

Le cose da raccontare sono davvero troppe, meritano spazi diversi. Il guaio della registrazione è che è sempre parziale rispetto a quello che pretende di rappresentare. Il diario visivo del mio viaggio è su Instagram (@stellastelassa), chi mi ha seguito lì ha vissuto il viaggio pressoché in tempo reale. I miei brevi racconti in didascalia hanno appassionato molti, in maniera anche inaspettata per me. Ho avuto conferma del fatto che per me nessuno dei due mezzi - immagine e parola - possa prescindere dall'altro.

Non c'è finale, non c'è chiusura per questo post. E' tutto in sospeso, come me in questo momento. Metterò qui solo una fotografia, la meta simbolica principale del mio viaggio: il foglio bianco.


lunedì 17 febbraio 2014

Sì, viaggiare

Alea iacta est.
Biglietti presi, vado in Sud America.
Anzi, andiamo. Perché con ogni probabilità non sarebbe bastato il desiderio di vedere il Salar de Uyuni per condurmi da sola nel cuore della Bolivia, zaino in spalla. Ho un fondamentale compagno per quest'avventura, e non potrebbe andarmi meglio perché oltre ad essere un viaggiatore navigato è anche lui un racconta-storie. Tra l'altro mi ha proposto un reportage a quattro mani che mi ha subito entusiasmato e che spero si riesca a organizzare - non che abbia dubbi, sarebbe capace di trovare contatti anche in Antartide.
All'inizio ero un po' in pensiero per i possibili rischi e la logistica, ma più mi abituo all'idea e si avvicina la partenza, più mi lascio andare. Atterreremo in Perù e scenderemo in Bolivia fino all'altopiano di Uyuni, per poi tornare verso nord.
Per me è il primo vero viaggio che non sia una vacanza. Niente resort, alberghi confortevoli e mezzi di trasporto privati: una cosa on the road, guida alla mano, equipaggiamento minimo, libera da prenotazioni intermedie e muovendosi in pullman. Nulla di frenetico, sarà un'esperienza immersiva, andando in esplorazione di luoghi, persone e situazioni fuori dall'ordinario. Mi prenderò il tempo per scrivere presumibilmente ogni giorno e ho idea che tutto mi sarà d'ispirazione, sia a livello di esperienza di vita che per il materiale di lavoro.
Il senso di anticipazione per questo viaggio è molto forte, mi sto documentando e preparando tra vaccinazioni, attrezzatura e fondamenti di spagnolo. Anche se sono cosciente che tutto, una volta là, sarà completamente diverso da qualsiasi immaginazione.
Per ora vi lascio con una foto del deserto di sale che per primo mi ha attratto verso quelle mete: il foglio bianco tutto da scrivere che riflette senza ostacoli ogni cosa intorno a sé, disperdendo confini e riferimenti.

Salar de Uyuni, Bolivia

sabato 8 febbraio 2014

Giardino di Levante, 319

La gente, ha scritto una volta William Paradoxal, dovrebbe pensare alla morte, sempre.
Io invece alla morte non ci penso mai. La temo per gli altri, non per me, ma solo perché sono egoista. Un attimo sei vivo e quello dopo sei morto, perché avere paura di una cosa di cui nemmeno sarai cosciente.
Invece ho paura della violenza. Del panico indotto da una minaccia. Dell'odore del sangue. Della rottura. Del peso delle cose che restano senza chi le usi più. Di vedere quella casa buia sempre più spenta. Di restare sola e senza rete. Di non avere mia madre che mi rammenda un maglione con quelle cuciture invisibili. Di non avere mio padre che s'ingegna a riparare o costruire qualsiasi cosa. Questo loro aggiustare le cose, risolvere, riparare, sapere cosa fare. Servire con autorità i propri figli, finché poi i ruoli non si ribaltano. E così quando il genitore si rompe, allora sei tu, figlio, a doverlo riparare. Non nel senso di aggiustare ma di proteggere. Dalla sofferenza, dalla malattia, dalla discesa della vita. Amare è riparare.
Qualche tempo fa ero a casa dei miei, si prendeva il tè. Papà era andato al Monumentale, questioni burocratiche. Riesumazione delle ceneri dei miei avi, per far posto ad altri morti delle attuali generazioni nella stessa tomba. Accorciamento dell'epigrafe esistente, per i nomi dei nuovi arrivati. Sennò non ci stanno tutti, fa mia madre. Lo diceva con quella tranquillità di chi ha già elaborato i suoi lutti fondamentali, come in una rassegnazione orfana. Io la guardavo con un distacco scettico, un po' ridevo anche. Cosa devi fare quando ti dicono una cosa del genere. Verranno sepolti al Giardino di Levante, tomba n. 319. Insieme ad altri parenti, sono andati a prenotare il loro ultimo indirizzo. Come se si fossero presentati alla morte in persona, le avessero stretto la mano e poi arrivederci a chissà quando, prima o poi. Oh, ci becchiamo eh.
Quello che mi stranisce è che anche la morte è piena di cose pratiche. Ti devi prenotare la tomba da vivo, e poi quando arriva il momento ci sono i certificati di morte, le pompe funebri: di che legno si vuole la bara, che fiori metterci sopra. Rose rosse, rose bianche, un misto di tutto? Se ne escono con certi cataloghi ad anelli, le foto inserite in camicie di plastica, e tu che non sai cosa rispondere.
Io della morte di mio nonno, l'unica che ho vissuto di persona, ricordo soprattutto due cose: l'inaspettata rigidità delle mani quando gliele ho strette qualche minuto dopo che aveva esalato l'ultimo respiro, e il rumore delle viti che chiudevano la bara, udito dalla stanza di fianco. In quel momento capii. Non aveva più bisogno di aria, di luce, di noi. Avvitato alla morte, chiuso dentro, riparato per sempre.
Anche lui sta al Monumentale, vicino a mia nonna. Saremo tutti là, un giorno, al 319? RSVP.

Cimitero Monumentale, Milano - 12 Gennaio 2014

venerdì 7 febbraio 2014

La chiave

Scrivo da quando avevo più o meno dodici anni - buona parte della mia vita. Fino ai ventisei l'ho fatto su delle agende. Le trovavo per casa, chiedevo di prenderle e le riempivo. Un totale di circa 1.500 pagine. Poi comprai il mio primo computer portatile, e iniziai un file chiamato "25 aprile 2005", la sera del mio trasloco a Roma.
Le agende stanno sotto chiave in un armadietto della mia scrivania di legno, a casa dei miei. Chiave che era nascosta nella fenditura di una scatola da domino in un armadietto a due ante nella parte bassa della libreria, a sua volta chiuso a chiave. Quest'ultima stava tra penne e matite dentro a una massiccia tazza di ceramica color ghiaccio sporco, in un angolo protetto più in alto. Ogni volta che scrivevo mi facevo tutto il percorso, naturalmente dopo essermi assicurata che nessuno mi avrebbe disturbato in quei pochi secondi. Sì, ho sempre preso la mia privacy come una faccenda piuttosto seria. Mia madre aveva letto qualche pagina del mio primo diario, e questo fu il trauma che mi indusse a blindare il mio privato negli anni a venire.
Quando mi trasferii a Roma, per non correre rischi, la chiave della scrivania venne con me. La custodii per tre anni in una borsina di pelle scamosciata color ocra, che in origine proteggeva una bottiglia di rum marca Pampero Aniversario. La tenevo in un armadio, sul ripiano in mezzo ai cappelli. Nel successivo trasloco, persi di vista la chiave. Per quei cinque anni pensai che non avrei più potuto rileggere le mie privatissime agende. Un po' m'importava e un po' no.
Facendo gli scatoloni per il trasloco a Milano, ritrovai quella chiave. Non stava più nella borsina di pelle, non ricordo dove l'avessi messa, ma il momento in cui saltò fuori fu surreale. E' una chiave antica di ottone, di quelle un po' decorate con i riccioletti. Quando la presi in mano la guardai come una cugina lontana. Aveva un peso specifico enorme, e ai miei occhi, forse anche per quella sua forma così particolare, sembrava essere dotata di un'energia spaventosa.
Da quando sono tornata a vivere a Milano, non mi sono ancora mai ricordata di andare a casa dei miei a prendere le famose agende, e rischio di dimenticare un'altra volta dove abbia messo la chiave. Non che ritenga quelle agende del materiale particolarmente valido, ma, insomma, era quello che era: la linea dei miei pensieri da quando avevo iniziato a tracciarla con una certa coscienza.
Rileggendo i brani dai file sul computer, le parole mi arrivano con una violenza inaudita. Esprimono un disagio atroce, un tale senso di angoscia dal quale solo adesso sono in grado di sentirmi a distanza di sicurezza. Quando penso al mio ultimo anno romano, lo ricordo come il più difficile della mia vita, quello che mi ha fatto toccare il fondo per poi risalire. Ma quel tracollo è stato il prodotto di ciò che è venuto prima, ed è stato un processo lento e inesorabile. Smarrimento, insensatezza, prigionia, alienazione. Nel rileggermi ho sgranato gli occhi, sgomenta. Perché so che quella persona ero io, e quando riprendo in mano i miei scritti posso ancora sentire, nel profondo, l'eco di quelle emozioni soffocanti.
Non ci andavo leggera, questo è certo. Del resto, che motivo avrei avuto di risparmiarmi? E non lo faccio tutt'ora. Niente come la sincerità che concedo a me stessa nello scrivere quotidianamente è in grado di restituire fino in fondo quello che provo. Il blog in confronto è stato acquetta, così come le mie foto passate. I miei scritti privati invece sono lame. Niente ricercatezze inutili, sostanza pura. La chiave è quella, la verità che apre a tutto quello che sono. La sola che giri nella serratura. Se uno scrittore vuole aprire delle porte, può farlo solo così. Il resto non serve.

lunedì 3 febbraio 2014

Wedding with a star

E' online il mio nuovo sito dedicato alla fotografia di cerimonia. Sinceramente mi ha emozionato rivedere quanto fatto finora in quel campo, e non vedo l'ora di scattare ancora.

Riporto qui la mia visione così come l'ho scritta nel sito.


Non importa il mezzo, quello che conta è la storia. 

Questo è da sempre il principio cui s'ispira la mia produzione. Sono una racconta-storie e lo faccio attraverso immagini e parole, che sono i miei due mondi professionali. Vedo la fotografia come una rappresentazione di relazioni: tra persone, tempi e luoghi. 

Nasco come ritrattista e il mio genere è il reportage. Sono interessata a ciò che lega gli individui e la mia ricerca personale nel campo delle immagini ha sempre riguardato ciò che è intimo all'animo umano. La verità che emerge da uno sguardo o il mistero che vi si cela, la linea sottile del contatto tra fotografo e soggetto, la loro reciproca e impalpabile empatia, la rivelazione nel momento dell'incontro. 

Non vi ripeterò quello che potete trovare in tanti altri siti che promuovono la fotografia di cerimonia. Tutte quelle frasi fatte sull'amore, il giorno più bello, le emozioni, i confetti e l'eternità. Quello è il vostro mondo, unico e personale, e nessuno dovrebbe invaderlo con il marketing. Il mio territorio è invece quello dell'osservazione e del sentire, e lo esploro documentando secondo il mio punto di vista ciò che le persone emanano attraverso i gesti. Vivo il matrimonio come una straordinaria occasione di incontro corale, animata da sentimenti che affiorano forti sui volti come in poche altre occasioni nella vita. 

Se questo mio approccio parla con il vostro, ci sceglieremo a vicenda istintivamente. Come succede tra un uomo e una donna destinati l'uno all'altra.


Potete visitarlo cliccando qui.


sabato 28 dicembre 2013

2013 >> 2014

Saranno trentacinque tra una settimana, i miei. Per gli ultimi tre ho considerato seriamente di tornare a vivere a Milano, ma solo questo è stato decisivo.
Scrivo dalla mia nuova casa, al piano di sopra. Il soffitto a travi dipinte di bianco è a poco più di un metro dalla mia testa, e guardandolo mi accorgo di riconoscere già la sua trama, i nodi del legno e quel chiodo piantato in corrispondenza del centro del letto. Chi ce l'avrà messo, e perché? Ovunque guardi ci sono segni di decisioni prese prima del mio arrivo, e non ci ero più abituata. Eppure mi sembra che questa casa non possa essere stata vissuta che da me. Ci sto da meno di tre mesi, ma è già piena di vita. E' il posto che mi serviva per ricominciare, e per stare dentro di me ho avuto bisogno di stare dentro di lei. Non ho vissuto Milano come mi sarei aspettata - niente è mai come ci si aspetta, bisognerebbe proprio smetterla di aspettarsi le cose. Ho avuto nuova musica, nuove facce, nuova luce, nuove strade. L'azienda per cui lavoravo mi ha dato ancora lavoro, e grazie a questo riesco a dedicare quasi tutto il mio tempo ad altro. Mi sveglio ogni mattina senza sapere cosa farò. Non ho orari. Se la notte ho voglia di scrivere, lo faccio anche oltre le quattro. Vedo molte più notti che mattine.
L'acqua è il mio elemento, nuoto quasi ogni giorno.
Sto portando avanti nuovi progetti. Ho iniziato a scrivere il mio primo romanzo, sono nella fase di ricerca. La trama, sebbene ancora tutta da costruire, ha una struttura per scatole cinesi con infinite possibilità. Mi trovo nella posizione privilegiata di chi ancora non ha ancora tracciato la linea che collega le stelle in costellazioni, e ogni disegno è ancora possibile.
Sto scattando un progetto personale che (r)accoglie le persone che frequentano la mia casa. Ritratti in bianco e nero, pellicola. Una sorta di album di famiglia a mia misura. Immagini che parlano chiaro, fatte in modo molto semplice e immediato, e che credo raccontino bene il mio rapporto con i diversi soggetti. Ho in mente altri due progetti fotografici, uno di ritratto e un altro completamente diverso da quanto ho fatto finora. Vedrò di realizzarli a partire da gennaio. Per ora, le foto di cui sono più soddisfatta sono una serie di ritratti scattati a ottobre, credo tra i più veri che abbia mai fatto. Poi ci sono alcuni autoritratti, e anche quelli sono diversi da prima.
La maggior parte del tempo la impiego studiando libri di autori che mi possano essere utili a tirare fuori il mio sentire. Al momento sono su Salinger, al terzo libro - Nove racconti. Ho già scritto di questo autore per Franny e Zooey, ed è interessante vedere come lo stesso talento sappia declinarsi anche nel breve di una ventina di pagine per ogni racconto.
Ho una vita sociale soddisfacente e ricca di stimoli. Frequento amici di più o meno vecchia data, e tutti sanno stupirmi, ognuno a suo modo. Rido molto e taglio rami secchi. Il lavoro più importante che sto facendo è quello di concentrarmi su quello che voglio io, prima di quello che vogliono gli altri. Non è per niente facile, ma ci provo.
Questo un po' per rispondere a quanti mi chiedono notizie della mia nuova vita, ma anche per ringraziare. Innanzitutto me stessa, per il regalo più prezioso che un essere umano possa farsi: il tempo per se stesso. E parlando di regali, credo che ogni cosa e persona che incontriamo lo sia, nel bene e nel male.
Ringrazio quindi chi si è rifiutato di lasciarmi morire laggiù, aiutandomi a trovare il coraggio per il grande passo. Il percorso fatto con lui resterà, in ogni aspetto, indimenticabile.
Ringrazio colei che, a Roma, ha creduto in me e ha saputo spingermi a usare i miei talenti, pur andando contro il proprio più immediato interesse di capo. La sua energia mi arriva ancora oggi.
Ringrazio l'amico più diverso da me che potessi avere, perché è con lui che ho ritrovato il sorriso che tanto mi era mancato. Nessun giudizio, solo ispirazione.
Ringrazio le mie tre donne: Monica, Diana e Xolani. La vera amicizia prescinde dalle distanze, dai tempi e dalle modalità.
Ringrazio la voce della mia coscienza, nella speranza di dirgli, prima o poi, qualcosa che non sappia.
Ringrazio anche le presenze più discontinue, quelle ritrovate e quelle che partono per ritornare. Sono continue conferme. Ringrazio anche chi è sparito - sono conferme anche quelle.
Non per ultima, ringrazio la mia famiglia, che mi ha supportato in ogni modo nonostante le parziali perplessità. C'è molto da fare e non sarà una passeggiata.

Questo è stato l'anno della svolta, il prossimo sarà quello delle realizzazioni.
Buon anno anche a voi.

venerdì 20 dicembre 2013

Franny e Zooey

Scrivi per piacere a una sola  persona. Se apri la finestra e fai l'amore con il mondo, per così dire, la tua storia si prenderà una polmonite.
Lo scriveva Kurt Vonnegut nel suo Otto consigli per scrivere una grande storia, e l'ho sempre pensato anche io. Voglio dire, non proprio la storia della polmonite eccetera, ma nell'avvicinarmi al foglio bianco ho sempre scritto, più o meno consapevolmente, per una persona specifica. Che fosse reale o parzialmente immaginata non era importante, ma c'era sempre. Il fatto è che quando scrivi hai una voce, e normalmente la usi per farti sentire da qualcuno. Se parli da solo in una stanza si potrebbe pensare che non sei del tutto a posto, anche se io non sono affatto d'accordo. Uno scrittore che non parlasse da solo non si potrebbe dire tale, secondo me. I libri sono le trascrizioni fisiche delle conversazioni che avvengono tra le sue tante voci interiori.
Quanto al destinatario della propria scrittura, non si può dire che lo stesso approccio uno-a-uno valesse anche per J.D. Salinger - almeno negli anni settanta, quando il suo ritiro a vita privat(issim)a a Cornish assunse le caratteristiche di un isolamento quasi totale. Continuava a scrivere regolarmente, ogni mattina, e pare che avesse completato ben due romanzi che però decise di non pubblicare mai. Non pubblicare mi dà una meravigliosa tranquillità… Mi piace scrivere. Amo scrivere. Ma scrivo solo per me stesso e per mio piacere. Egoisticamente parlando, non sono grata a Salinger per essersi tenuto nel cassetto le sue opere più mature, perché nel leggere la sua produzione ho sinceramente ringraziato questo autore per aver scritto dei libri. Per aver concesso a tutti il privilegio di avvicinarsi al talento straordinario che aveva e goderne come davanti a una sublime opera d'arte. Detesto la parola "sublime" quasi quanto "opera d'arte", ma ci siamo capiti.
Quella dei libri di Salinger è in realtà per me una rilettura, perché due fra i suoi romanzi che sto studiando li avevo già letti tanti anni fa. Ho iniziato dalla panna in cima alla coppa, e non poteva che essere Il giovane Holden. Non occorre che ne parli, credo. Voglio dire, tutti l'hanno letto e ne conoscono l'inattaccabile bellezza. Quello che ho appena finito è invece Franny e Zooey, parte della saga sulla famiglia Glass che Salinger scrisse in seguito. Quando l'ho ripreso in mano dalla libreria a casa dei miei, mi sono saltati all'occhio due particolari: che il prezzo era ancora scritto in Lire e che c'era una piccola orecchia verso pagina 140, cioè a una trentina di pagine dalla fine. Quindi non solo non l'avevo finito, ma avevo resistito quasi fino all'ultimo. Perché quest'insensatezza nel fermarmi a trenta senza fare trentuno? In effetti ricordo che ai tempi - parlo più o meno dei miei sedici anni, o almeno credo - non mi entusiasmò molto. E' chiaro, avevo appena letto Holden e volevo il bis. Invece Franny e Zooey era molto diverso, e le mie aspettative adolescenziali erano state in qualche modo disattese. Se dovessi fare un paragone culinario, direi che Il giovane Holden potrebbe essere una lasagna - il grande classico, ricco nell'insieme dei suoi sapori, immancabile su ogni tavola almeno una volta l'anno così come presente in ogni libreria domestica che si rispetti - mentre Franny e Zooey è un sauté di cozze. Quello che ti ci devi mettere con un po' più di buona volontà, insomma. E però il sapore è più raffinato, mangi direttamente dai gusci, e ogni tanto ti colano lungo i lati della bocca i rivoli del guazzetto, come le tante letture tra le righe che emergono, sottili, dalla narrazione. 
Franny e Zooey è un capolavoro di finezza per quanto attiene principalmente a due aspetti: la fotografia e i dialoghi. L'intero libro si compone di sole quattro scene, di cui la prima è una specie di antefatto rispetto alle altre tre. Non c'è praticamente trama, è un libro tutto-personaggi. Parlo di fotografia e non di semplice ambientazione, perché tutto quello che fa parte dell'inquadratura di Salinger in un dato momento non solo descrive ma, di più, esprime la storia in una maniera incredibilmente esaustiva, con pochi ma precisi tratti. Non una parola di troppo, né una di meno. L'autore dissemina il set di particolari come se componesse a ritroso la scena di un crimine non solo immaginato, ma vissuto in prima persona. Nessun movimento è casuale, nessun oggetto è inventato, la ricchezza di particolari mai banali è impressionante. Chi scrive è in qualche modo già stato lì, ha visto o posseduto ogni cosa. Gli spostamenti dei personaggi all'interno della stanza sono misurati nelle loro esitazioni, e ogni azione è al servizio della rivelazione del personaggio che la compie. Le sue immagini sono essenziali, eppure efficacissime.

Zooey s'interruppe. Diede un'occhiata a Franny che giaceva prostrata sul divano con la faccia sul cuscino, e sentì, forse per la prima volta, i suoi singhiozzi d'angoscia solo in parte smorzati. Diventò pallido di colpo: pallido d'ansia per lo stato di Franny e pallido, probabilmente, perché il fallimento aveva d'un tratto invaso la stanza con il suo puzzo sempre nauseante. Il suo pallore, tuttavia, era d'un bianco stranamente puro, non mescolato cioè con le sfumature gialle e verdi della colpa o della contrizione abietta. Ero lo stesso bianco del volto esangue d'un ragazzino che ami gli animali alla follia, tutti gli animali, e che abbia appena visto l'espressione della sua tenera sorellina prediletta, nel momento in cui apriva la scatola del regalo di compleanno che lui le aveva fatto: un giovane cobra appena catturato, con un nastrino rosso intorno al collo goffamente legato a farfalla.

L'invasione genitoriale è la ferita principale che sottende l'intera vicenda, ed è incarnata dalla madre Bessie: questa donna che non capisce, che non vuole sentire - con le orecchie e con il cuore. Che parla per sentito dire, che continua a rimproverare ai figli mali che sono invece conseguenze dei suoi errori, e che vede in una tazza di brodo di pollo la panacea di tutti i mali. Quasi tutto si esprime nella lunga scena che vede lei e il figlio Zooey nella stanza da bagno. Lui tenta in ogni modo di liberarsi di lei, che invece resta nella camera, completamente sorda ai suoi pur risoluti tentativi di allontanarla e recuperare una privacy fisica e mentale. E' un continuo dondolare tra un discorso e l'altro, inframmezzati da silenzi di colla e sigarette che si spengono da sole, abbandonate sulla ceramica. 
I figli sono consci di essere rimasti incastrati nell'immagine che il mondo si è fatto di loro, bambini-prodigio protagonisti di un programma radiofonico - Ecco un bambino eccezionale, titolo che basterebbe da solo a mandarli tutti in analisi per anni. L'educazione anormale provoca in loro turbamento, insofferenza, rabbia, crisi mistiche. I due protagonisti sono tra loro complici e nemici al tempo stesso, in quel particolare e benevolo rapporto di amore-odio che può esistere solo tra fratelli.
Salinger è caustico, pungente, non si risparmia. Critico, certo, ma mai gratuito o distruttivo per il mero gusto di sferrare un colpo ad effetto. Molte sue osservazioni, fatte passare attraverso i dialoghi tra i fratelli Glass, parlano direttamente al lettore, e in maniera sempre sincera e profonda. Il modo in cui fa uscire il suo pensiero da ogni bocca non è mai invadente, ma chiaramente percepibile da chi legge con attenzione. Si nota poi che spesso alcune parole sono scritte in corsivo (o anche solo alcune sillabe), per sottolineare determinate cadenze. Mi sono chiesta come questo fosse stato reso nella lingua originale, e probabilmente nella traduzione se n'è persa un po' l'incisività.

(Franny, ndr) Era ancora più pallida, più postoperatoria, per così dire, di quando s'era svegliata. - Non so come (Lane, ndr) abbia fatto a non spararmi, - riprese. - Se l'avesse fatto, ti assicuro che mi sarei congratulata con lui.
- Questo me l'hai già detto ieri sera. Non voglio reminiscenze stantie, stamane, sorellina, - disse Zooey e riprese a guardare fuori dalla finestra. - Prima di tutto, quando cominci a prendertela con le cose e con la gente invece che con te stessa, sei fuori strada. Lo siamo tutti e due. Anch'io faccio lo stesso con la televisione, me ne rendo conto benissimo. Ma è sbagliato. Siamo noi. Non faccio che ripertelo. Perché sei così testona e non vuoi capirlo?
- Non sono così testona, ma tu continui…
- Siamo noi, - ripetè Zooey, dandole sulla voce. - Siamo degli anormali, ecco cosa siamo. Quei due bastardi ci hanno presi per benino da piccoli e hanno fatto di noi degli anormali con delle idee da anormali, ecco tutto. Siamo come la Donna Tatuata, e non avremo un minuto di pace per il resto della nostra vita finché tutti gli altri non saranno tatuati anche loro -. Si portò il sigaro alle labbra, con qualcosa di più che un'ombra di contrarietà sul volto, e aspirò, ma il sigaro s'era spento. - E soprattutto, - riprese subito, - abbiamo i nostri complessi del "Bambino Eccezionale". Non siamo mai usciti veramente da quella dannata radio. Nessuno di noi. Noi non parliamo, dissertiamo. Non conversiamo, diamo spiegazioni. Almeno, io faccio così. Nell'istante in cui mi trovo in una stanza con qualcuno che abbia orecchie in numero normale, mi trasformo in un veggente o in uno spillo umano. Il Principe dei Rompiscatole. Ieri sera, per esempio. Giù al San Remo. Ho continuato a pregare che Hess non mi dicesse la trama del nuovo copione. Sapevo benissimo che ne aveva uno. Sapevo benissimo che non sarei uscito di là senza un nuovo copione da portarmi a casa. Ma continuavo a pregare che mi risparmiasse un'anteprima a voce. Lui non è stupido. Sa benissimo che mi è impossibile tenere la bocca chiusa -. Zooey si girò di scatto, con violenza, senza togliere il piede dal davanzale della finestra, e raccolse, agguantò anzi, un pacchetto di fiammiferi dallo scrittoio della madre. Tornò a guardare fuori dalla finestra il tetto della scuola, e si rimise il sigaro tra le labbra, ma solo per toglierlo di nuovo. - Comunque, vada al diavolo, - disse. - E' così stupido che ti spezza il cuore. E' come tutti gli altri della televisione. E di Hollywood. E di Broadway. Secondo lui tutto ciò che è sentimentale è tenero, tutto quel che è brutale è realistico, e tutto quel che si risolve in violenza fisica è il culmine logico di qualcosa che non è nemmeno…
- Gli hai detto tutto questo?
- Certo che gliel'ho detto! Ho appena finito di dirti che non so tener la bocca chiusa. Certo che gliel'ho detto! L'ho lasciato là seduto a desiderare d'esser morto. O almeno che uno di noi due fosse morto. Accidenti, spero che si trattasse di me. Comunque è stata un'uscita dalla comune degna del San Remo -. Zooey tolse il piede dal davanzale. Si girò con un'aria tesa e insieme agitata, spostò la sedia a schienale rigido da sotto e si chinò in avanti irrequieto, con tutte e due le braccia sul piano di ciliegio. Vicino al calamaio, c'era un oggetto che sua madre usava come fermacarte: una piccola sfera di cristallo sopra una base di plastica nera, con dentro un omino di neve col cilindro in testa. Zooey lo prese, gli diede una scossa e rimase a guardare il turbinio dei fiocchi di neve. 
Franny lo guardava, riparandosi gli occhi con una mano. Zooey era seduto proprio al centro del più grosso fascio di luce che entrava nella stanza. Per continuare a vederlo bene, lei avrebbe potuto spostarsi sul divano, ma così avrebbe disturbato Bloomberg (il gatto, ndr), che le stava in grembo e sembrava dormisse. 
- Hai davvero l'ulcera? - gli chiese tutt'a un tratto. - Mamma dice che hai l'ulcera.
- Sì, ho l'ulcera, santo Dio! Siamo ai tempi di Kaliyuga, sorellina: Età del Ferro. Chiunque abbia più di sedici anni e non abbia l'ulcera è una maledetta spia -. Scrollò ancora, con maggior vigore, l'omino di neve.

Il rischio di un romanzo strutturato come questo, con lunghi, claustrofobici e vorticosi dialoghi, potrebbe essere quello di una narrazione pesante. Eppure Salinger pare possedere sempre il contrappeso perfetto per mantenere la bilancia in equilibrio. Conosce il bilanciamento tra pieni e vuoti, e gestisce il ritmo della narrazione in maniera magistrale. Carica, spara e poi si ferma per far scendere il polverone. Poi riprende la guerra portandoti in un altro campo di battaglia, magari dando una boccata al sigaro tra un affondo e l'altro.
Franny e Zooey è uno di quei libri che aprono la testa a uno che si prefigge di scrivere. E' un po' come una stampa di Ansel Adams: se la guardi da una distanza normale, ti piace senza che tu sappia esattamente perché, ma se fai lo sforzo di avvicinarti riesci a vedere ogni particolare, e capisci da dove venga tanta bellezza.