martedì 1 ottobre 2013

A domani

C'è un soffitto che mi aspetta, a qualche chilometro da qui.
L'ho guardato oggi, per la prima volta veramente.
Ho visto una faccina nella trave di legno sopra ai miei occhi.
Un sorriso congelato in un nodo dipinto di bianco.
Stava facendo buio, la luce al piano di sopra spenta.
Arrivava, calda, quella da giù.
Vedevo fuori, attraverso la grande finestra sopra la porta, ma non stavo proprio guardando.
Ero sdraiata, e sapeva di bucato fresco.
Una casa comincia a esistere solo nel momento in cui metti le lenzuola al suo letto.
Prima è porto di mare, terra di tutti e di nessuno.
Me ne stavo lì, dopo una giornata passata ad assegnare un nuovo posto alle mie cose.
Quello dove le ritroverò ogni giorno, con gesti abitudinari.
Non c'era immaginazione di futuro, piuttosto un sapore di passato già assaggiato.
Come l'avessi conosciuta da sempre, quella luce, quell'atmosfera.
In quel momento ho capito che ci sarei stata bene.
In quel momento ho deciso che la notte seguente l'avrei dormita lì, e poi tutte le altre.
Nonostante il casino e il mio mondo ancora per aria.
Ché mischiare le carte, i libri, i vestiti, le lampade, le spezie, gli asciugamani, i contenitori e i contenuti
è sempre una buona cosa.
Le prime volte ci sono ancora, ci sono sempre.
A domani.

sabato 28 settembre 2013

Via Vincenzo Monti 81

La moquette verde bosco
che bruciava le ginocchia
le porte smaltate col vetro smerigliato
le sagome indefinite
il buio dell'uomo nero
la lucina della notte
il fazzoletto da succhiare
ma solo agli angoli che è più dolce
lo striscione bordeaux del barone rosso
no l'acqua in faccia no
i miei in bagno che parlavano sempre
la cucina bianca
il mio posto a tavola sempre stretto
la bilancia Berkel d'acciaio
con i tondini che giravano alla base
no che la starate!
la cena con il pane inzuppato
nel latte col Nesquik
io a dieci anni con il walkman bianco
della Irradio con l'equalizzatore
sotto le coperte scoprivo la musica leggera
con le cuffie fino a tardi
è tardissimo dormite sono le dieci meno venticinque
che non fai prima a dire sono le nove e mezza
e fino ad allora in sala
sui divani marrone chiaro
così anni ottanta
di quel tessuto che mi dava fastidio
Widor e l'organo che mi terrorizzava
e Prokofiev e Pierino e il Lupo
con Eduardo De Filippo che narrava
poi facevo gli incubi
chiamavo la mamma
no, è tutto finito, era solo un sogno
ma non ricordo mai di mio padre
che faceva la notte e i cesarei
che non sapevo neanche cosa fossero i cesarei
la sua voce non fa parte di quella casa
lui parlava con la musica
tutta la musica classica che conosco
e che ascolto ancora oggi
è la voce di mio padre
e se ora te la faccio sentire
su questo divano
tu forse non sai
quanto fa parte di me
quanto mi è nel sangue
e invece l'hai capito.



mercoledì 25 settembre 2013

Svestìti

Mi cadono i pantaloni, ormai.
Li sollevo da dietro quando esco,
e in due passi sono di nuovo giù.
Non ho cinture qui con me.
Larghi sul bacino ancora rotondo,
fanno pieghe che pensavo traguardi.
Ma forse sono solo sentieri e fossati.
Mi restringo dentro di loro lentamente,
come corpo lavato troppe volte
in acque troppo calde.
Consumata, logorata, erosa da te
che mi scalpelli goccia a goccia.
Li piego su loro stessi,
tirandomene fuori.
Metto una gonna
fatta del tuo drappo di stelle.

domenica 15 settembre 2013

Maria

Maria l'ho fotografata due volte, a pochi giorni di distanza, sia in digitale che in pellicola. La seconda sessione non era preventivata, ma sapevamo entrambe che sarebbe successo.
E' intensa, gioca a modo suo. Sembra restia a farlo, ma quando esce dal recinto delle sue paure è in grado di dare molto. Si è fidata di me senza conoscermi, e la ringrazio per questo.
Per vedere le foto aspetterò, non c'è fretta. Quello che m'interessava di più era di rivivere l'esperienza, mi ha detto quando ci siamo salutate a Roma.

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sabato 14 settembre 2013

Backstage - Madalina Ghenea by TT

Alcune mie immagini di backstage scattate per il servizio di Toni Thorimbert a Madalina Ghenea, per Io Donna.

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mercoledì 11 settembre 2013

Il lungo tempo del corto

Scrivere una storia su (...). 
E' questa la frase che ricorre più spesso tra le note che aggiungo ogni giorno sul telefono, durante e dopo le proiezioni dei corti del Milano Film Festival. Tra appartamenti da visitare, pratiche burocratiche da espletare, lavori da presentare (sì, di già!), relazioni sociali da coltivare e chi più ne ha più ne metta, il momento più bello in assoluto della mia nuova vita è quello in cui chiudo tutto il resto fuori e mi siedo nella sala Scatola Magica del Teatro Strehler, alle ore 15:00 di ogni giorno.


Ci resto più o meno fino alle sei e mezza-sette, quando ne esco - il più delle volte fulminata d'idee per prossimi ambiziosi progetti. E' il primo anno che posso permettermi tali orari e continuità al MFF, e sono stata completamente colta di sorpresa da quanto fertile sia per me questo terreno. Continuo ad appuntarmi cose, assorbo stimoli come una spugna. Mi è chiaro come il cinema sia la sola arte in grado di far confluire nello stesso prodotto immagine, parola e suono, tutte cose che m'interessano moltissimo e che prese da sole non mi bastano mai.
Per me è letteralmente una "scatola magica", quella dello Strehler. Lì dentro vengono proiettate le fantasie, le follie, le ossessioni, i ricordi, le passioni, le denunce, i mondi di quelli che hanno capito le potenzialità del mezzo cinematografico: la loro voglia, anzi il loro bisogno assoluto di raccontare storie che li riguardino, più o meno direttamente. Non c'è cosa che non possa essere espressa, e i modi sono infiniti. Io sono totalmente presa all'amo da tutto questo, tanto che il solo pensiero che con questa settimana finisca il "rito dei corti" mi fa venire le crisi d'astinenza in anticipo. Per me sono pillole a lento rilascio, ne avverto gli effetti benefici anche dopo essere uscita dalla sala.
Mi rendo conto che il Festival nelle fasce pomeridiane sia un privilegio per pochi, anche a giudicare dalle presenze in sala. Inizio a riconoscere alcuni volti, siamo un po' sempre gli stessi a cui ogni tanto si aggiunge qualche altro gruppetto. Il tipo che stacca i biglietti all'entrata della Scatola Magica, vedendomi sempre, mi chiede ogni volta qualcosa di me e dice cose superflue pur di trattenermi un po' lì con lui. E cosa dire del tempo settembrino di Milano? Un piacevole torpore mi accoglie all'uscita, dove c'è sempre un dj-set che suona per i cinefili sparsi sulla scalinata dello Streheler, birretta alla mano. Io me ne sto un po' seduta sulle casse di legno lì intorno, assaporo l'atmosfera, libero la mente, raccolgo le idee. Poi riprendo la mia bicicletta e torno verso casa, con il sole in faccia. La lunga curva di Foro Bonaparte apre a squarci di luce abbaglianti e improvvisi, tanto che a volte devo farmi ombra agli occhi con la mano per vedere la strada. A tratti mi fermo, scatto una foto, scrivo un pensiero. Incido momenti, accolgo la loro scia.
Quello del Film Festival è il primo grande regalo che mi sono fatta lasciando la mia vecchia vita. Tempo, tempo, tempo: la sola vera ricchezza di cui possiamo e dobbiamo disporre.

lunedì 26 agosto 2013

M.

Non scattavo un ritratto da più di un anno. Intendo uno di quelli che lo proponi al soggetto, ti metti d'accordo e ti dai appuntamento il tal giorno alla tal ora. E' stato oggi pomeriggio nella mia camera da letto, con luce naturale - la poca che arriva nel pomeriggio, e che non vedo mai perché a quell'ora sono sempre al lavoro. Non avevo mai scattato una sessione lì, e sono stata contenta di averlo fatto ora che me ne vado. Lei non era mai stata fotografata, ed è stato un incontro molto bello.

Qui una preview, seguiranno altre.

Grazie M.

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mercoledì 21 agosto 2013

Il congedo

Ci sono cose negli armadi e scatoloni che le aspettano. Mi guardano, nei loro posti giusti e immutati da anni. Ogni giorno cerco di mettere via qualcosa di diverso genere, e credo che il peggio sia quasi finito. Sapete no, la roba che non appassiona, che non ha emozioni attaccate, insomma le cose "di servizio" che però vanno portate via anche loro.
E poi ci sono io, a fine giornata, mezzo sdraiata sul divano, che non ho voglia né forza per tirarmi in piedi e dedicarmi a quelle cose. Passo dal divano al letto, accaldata da una temperatura stranamente di nuovo in aumento. Accendo il mio vecchio Nokia per recuperare un numero che mi serviva, e lentamente scorro tutta la rubrica. Ci sono diversi contatti che non avevo trasferito, un po' per la fretta, un po' perché, dai, quando mai mi servirà questo numero. E mi accorgo che non sto salutando. Che ci sono persone che vorrei rivedere un'ultima volta perché tutto quello che ci riguarda resterà solo qui, a Roma, senza seguirmi a distanza. Mi riprometto di organizzare un caffè, un aperitivo, qualcosa, anche se mi manca il tempo. Restano ormai solo dieci giorni, e c'è una strana energia intorno a me. Una sorta di imprevista elettricità. Una frenata prima della svolta, che serve per prendere la curva e proseguire, ma durante questo rallentamento a cui non avevo pensato, vedo cose che in velocità non era possibile. E' come se tutti si stessero accorgendo di me solo adesso che me ne vado. Ma perché non ti ho "conosciuto" prima? mi dicono. Io sono più aperta, gli altri lo vedono e ricambiano. Chi mi vede andare via e chi mi vede arrivare: l'atteggiamento è lo stesso, a Roma e a Milano.
Solo che ora è come se volessi fermarmi ancora un momento a guardarle, queste cose che sto lasciando. Queste persone che (non) sto salutando e che spero di riuscire a vedere ancora una volta, con quegli occhi che mi stanno così fortemente invidiando, sognanti un po' per me e un po' per se stessi, se magari potessi andarmene anch'io...
Mi sembra un po' come andare in bicicletta in discesa, ma senza freni. Bello, adrenalinico, ma non puoi fermarti, e pare che d'un tratto tutto ti sfugga invece di essere tu a sfuggire dal tutto. Sono stata otto anni e mezzo qui, quanto medie e liceo insieme. Una vita. E ora torno là dove la mia vita è iniziata, per iniziarne una nuova. Ma prima bisogna chiudere bene con questa città che tanto mi ha amareggiato. Riconoscerle i suoi meriti, i regali che mi ha fatto, le possibilità che mi ha offerto, le vite che mi ha fatto incrociare.
Chiedo a questi ultimi dieci giorni di darmi il loro tempo, di non farmelo passare via senza che possa accorgermene. Che mi lascino gli sguardi da cui congedarmi, più che le parole di circostanza o di augurio. Perché sono quelli che mi porterò dietro. Fotografie.

mercoledì 24 luglio 2013

Traslocare

Traslocare non è spostare oggetti da un luogo a un altro.
Traslocare è un processo, e lo si affronta poco per volta. Un paio d'ore al giorno dopo il lavoro, non di più. Bisogna sapersi fermare anche quando si ha preso il ritmo. Perché magari non sembra, ma le cose hanno un peso maggiore di quello che si percepisce maneggiandole.
Traslocare significa scegliere cosa portarsi dietro e cosa lasciare andare. Cosa tenere, cosa buttare, cosa donare e cosa restituire. Cosa fa ancora parte di sé e cosa no.
Traslocare significa ritrovare cose che non si ricordava neanche di avere. Come la cartolina di un quadro di un giovane Picasso comprata al Guggenheim perché ti ricordava il viso e l'essenza di un'amica. O gli appunti scritti a mano durante un workshop di ritratto, lo stesso in cui pochi mesi fa hai posato come modella. Concetti che ti porti dentro anche oggi, e che ancora senti dalla stessa voce di allora. E ancora foto, scritti, tracce di vita passata.
Traslocare significa prendersi del tempo. Del silenzio. Significa elaborare il valore degli oggetti, dei ricordi, delle immagini che di noi si sono formate negli anni. Significa anche lasciarsi piangere nel vedersi come allora e come oggi. Riconoscere come sono cambiati i propri occhi.
Traslocare è gioia e malinconia, anticipazione e sospiro.
Traslocare è trasformazione cosciente.
Traslocare è vedere tutto ciò che si è attraverso ciò che si ha. E' scelta e accettazione. E' passato, presente e futuro nello stesso momento.


mercoledì 10 luglio 2013

Zaira

Lei entra e io m'illumino.

Donna consapevole del proprio fascino leggero, Zaira. Sta bene con se stessa, senza mentirsi. Ironia spiazzante, diverte e si diverte.
Mi confronto da anni con lei. Le sue domande sono mirate e il suo ascolto è rispettoso. Evita giudizi a caldo, si prende il tempo per pensare e per sentire. So che mi dice sempre la verità.
Zaira è la parte di Roma che mi dispiacerà non vedere più. Quello di oggi è stato il nostro ultimo pranzo insieme, ma nessuna delle due, pur rendendosene conto, ha voluto fare esplicito cenno alla cosa. Per i veri saluti ci sarà tempo.
Verso la fine le ho scattato qualche foto. Quel suo essere completamente presente nel pensiero, nella parola e nel sorriso.