sabato 23 marzo 2013

L'esperienza del ritratto, con Toni Thorimbert



Del workshop "L'esperienza del ritratto" tenuto da Toni Thorimbert presso la Fondazione Fotografia di Modena ricordo molte cose - ne parlai anche qui nel blog. Mi sono andata a rileggere le riflessioni che feci al tempo, e sul finale scrissi questo:

Le parole chiave sono "accettazione di sé". Arriva il momento in cui bisogna capire la natura e l'origine di certe dinamiche e rendersi conto che è possibile persino la coesistenza civile delle antitesi. La sola, grande differenza è la consapevolezza.

Il 6 e 7 aprile Toni terrà nuovamente il suo workshop sul ritratto, sempre a Modena. Nella presentazione che ne fa sul suo blog si legge:

Nei miei workshop non insegno fotografia, ma attraverso la fotografia promuovo l'unica vera necessità di ogni artista: accettare fino in fondo se stesso.

L'accettazione di sé: un processo difficile nel percorso di ricerca di un fotografo, ma anche in senso lato nella vita di ogni essere umano. Tanti sono in grado di capirne il valore, alcuni provano a raggiungerla, pochi la realizzano davvero. Toni affronta il tema usando i suoi codici, condividendo con chi lo ascolta un tentativo di accettazione di sé attraverso l'esperienza del ritratto. Promuove un'aspirazione che è la sua ma che, a mio parere, dovrebbe essere quella di chiunque.
In questo workshop si fa fotografia in un modo difficilmente sperimentabile in altre occasioni. A distanza di due anni, i semi di quei due giorni ancora crescono in me. A Modena ci si mette in gioco, e ognuno sceglie fino a che punto. Senza timori, in un clima di apertura molto stimolante.
Io questa volta lo farò passando dall'altra parte della lente, posando come soggetto per i partecipanti al workshop. Un ruolo che mi interessa molto e che con l'essere una "modella" in senso tradizionale ha poco a che fare. Cercheremo tutti insieme quest'accettazione attraverso ciò che saremo in grado di condividere e di mostrare di noi stessi, come fotografi e prima ancora come persone.


"L'Esperienza del ritratto" - Workshop con Toni Thorimbert
6-7 Aprile 2013, Fondazione Fotografia di Modena

Qui tutte le informazioni per iscriversi:
http://www.fondazionefotografia.it/it/activity/workshop/lesperienza-del-ritratto-1/

martedì 19 marzo 2013

The shirt

Ha orecchie grandi e carnose, che ti chiedi a cosa servano fatte in quel modo. Le mani sono forti, le dita lunghe, i palmi capaci. Piuttosto alto, ti dà l'idea che sia uno di quelli che da ragazzini sono cresciuti di colpo in pochi mesi. Ai piedi porta delle All Star blu, sotto i jeans in movimento s'intravedono calzini bianchi. Occhiali con la montatura nera e basette che colano abbondanti lungo le guance. Si tira i lembi della camicia verso il basso, guardando con aria vagamente infastidita l'orlo della t-shirt scura che porta sotto. Prova a nascondere quei pochi centimetri scoperti, ma niente: la maglietta è troppo lunga, o la camicia troppo corta.
Mette della musica davvero bella. Rappa 50 Cent e fa sorridere da quanto lo fa bene, molleggiandosi un po' sulle gambe mentre tutti fanno inconsapevolmente il movimento della testa del piccione, a tempo con lui.
Lavora un po' in piedi e un po' da seduto, senza riflettori o pannelli. A volte inquadra in macchina, altre scatta senza guardare, esclamando Paparazzi!!! Paparazzi!!! Nessuna ansia in sala, è disponibilissimo. Non si difende, non ha nulla da dimostrare, lavora sodo. E' tutto un fluire leggero, non c'è fatica per la squadra all'opera. Sembriamo un motore perfettamente oliato, eppure non ci siamo mai incontrati prima di oggi. Ascolta un mio consiglio, mi chiama vicino a lui per sistemare lo scatto, che alla fine esce benissimo. Impara il mio nome. Ora di pranzo, prende una sedia e la sistema per me accanto alla sua. Gli racconto qualcosa di me, di altri. Si ride, si scherza, chiunque entri nel suo raggio d'azione viene coinvolto nel gioco. Mai pesante o eccessivo, sempre educato e rispettoso pur nel suo essere birichino. Gli dico che sono una sua fan e - con una certa reticenza - anche una fotografa, e quando portano il tiramisu mi fa una dedica autografata. Propone un'uscita serale alla fine dei lavori, prima di ripartire per l'altro capo del mondo.
Si torna al lavoro, ma qualcosa non va. Capto una richiesta al suo assistente, che esce di scena e rientra dopo una ventina di minuti con un'altra camicia, stavolta blu. Lui si toglie quella che indossa, e mentre abbottona quella blu è proprio soddisfatto. I feel much better now. L'assistente fa una palla della camicia precedente, ma lui se la fa ridare. No, I have to fold it. Libera un tavolo, liscia la tovaglia bianca con le mani e comincia a piegarla con minuzia quasi religiosa. Poi la ripone su una sedia, sopra ad altre cose. Gli occhi di tutti fanno finta di non essere puntati nella stessa direzione. Appunto mentalmente la posizione dell'indumento, perchè quello scatto è già lì che mi aspetta. Prima o poi, quando sarà il momento giusto. Chiedo all'assistente se sia andato fino in albergo solo per quella camicia. It's not just a shirt, mi dice sorridendo. Già. Quando il fotografo passa di nuovo dalle mie parti gli chiedo cosa avesse di sbagliato l'altra camicia. Mi spiega che l'orlo della maglietta non deve mai uscire da sotto la camicia. E che se succede non si sente bene, è come a disagio.
Molte persone potrebbero pensare che sia una follia, eppure io ho capito perfettamente cosa intendesse. Nell'apparente inconsistenza di quei due centimetri di maglietta di fuori sta quello che caratterizza i fotografi che hanno davvero coscienza di quello che stanno facendo. Subito mi torna in mente quello che da più parti ho sentito a proposito dell'abbigliamento di un fotografo quando scatta. Una divisa - e qui si tratta di una vera e propria seconda pelle - che non è solo lo strato che separa il proprio corpo dal mondo esterno. E non è neanche un modo, è addirittura sostanza. Un fotografo sente il proprio vestito come parte di quello che sta facendo. Se non ha addosso la cosa giusta, la foto verrà fuori in tutt'altro modo.
L'ho osservato in questa e in altre cose, per tutto il giorno. E, come sempre avviene quando si è a contatto con i grandi, si aprono molte porticine dentro la testa. Ti si spalancano orizzonti più ampi, e senti il vento trasportarti anche se sei al chiuso.

Verso la fine del pomeriggio, quando siamo all'ultimo scatto, qualcuno solleva la giacca che copriva la camicia sbagliata. E' lì, alle mie spalle, ancora perfettamente piegata. Ruoto sui talloni e velocemente scatto. Sullo sfondo, del tutto casualmente (ma anche no), una bottiglia di champagne e alcuni vecchi rulli di pellicola srotolata. Un'allegoria, un ritratto.

Sometimes a shirt is not just a shirt. It's Terry Richardson.



giovedì 7 marzo 2013

"Stanco di curare gente che non guariva, mi sono dato al cinema"


Inquadratura dei piedi di una donna sdraiata, coperta da una lenzuolo bianco. Sullo sfondo una croce, un vaso di fiori, una tubatura che scende dall'alto. Nient'altro. E' morta da poco Elide Battacchi, prostituta d'alto bordo. Escono di scena gli uomini riuniti attorno a lei per il riconoscimento del cadavere, e questa è la storia. Poi entra l'occhio del regista: carrello, la telecamera si sposta leggermente a destra. Non di molto - quel tanto che basta per dire qualcos'altro, oltre i fatti. Silenzio. Il fotogramma è perfetto, ora. L'intenzione è stata espressa, il mestiere esercitato.
Il povero soldato è uno degli episodi del film I mostri di Dino Risi, che mi sono guardata dopo aver finito di leggere la sua autobiografia, I miei mostri. Nessuno sforzo per trovare i collegamenti, le due opere parlano la stessa lingua. Cinismo, imprevedibilità. Un modo di mettere in scena diretto, essenziale, basato sulla sostanza più che sulla forma. I dialoghi, i personaggi, l'interazione: è tutto lì, e t'inchioda irrimediabilmente alla poltrona. Roba che Hollywood se la sogna, proprio - e il film è del 1963.
Il libro. Ricchissimo, appassionante, tenero, ironico, destrutturato, meravigliosamente semplice. Sa gettare in una malinconia agrodolce o in una liberatoria risata, ti fa alzare le sopracciglia e annuire tra te e te. Come il film, ti proietta in quella Roma inizio anni '60 che non hai mai conosciuto, in un residence vista Bioparco di Villa Borghese.
Leggere il libro di un regista significa ascoltare e vedere le cose nello stesso momento. Risi racconta magistralmente, senza però avere alcuna pretesa. Non sembra che voglia farsi bello delle persone che ha frequentato, delle donne che ha avuto, del modo in cui ha vissuto. Lui dice e basta, con sincerità, quasi come se parlasse a se stesso.
Ci sono racconti, aforismi, appunti di qualsiasi genere. Episodi che sembrano non finiti, lasciati in sospeso. Come lo è la vita, in fondo. I giorni non si concludono mai veramente.
E' raro che io lo dica, ma mentre lo leggevo avrei voluto che non finisse mai. E' uno di quei libri che ti mettono voglia di scrivere. Di fare, di vivere, di scoprire, di avventurarsi anche solo nel quotidiano. Ti fa capire che il mondo può essere tutto nel posto in cui sei, e allo stesso tempo in qualsiasi altrove. Che le circostanze ambientali sono cose della mente, che tutto dipende da quello che sogni, da quello che immagini, da quello che ti piace, da quello che concedi a te stesso e agli altri. Capisci che gli artisti veri, i geni, sono molto di più di ciò che ci hanno mostrato attraverso le loro opere imperiture. Molto, molto di più.
Non c'è alcun senso di colpa nella verità. Tutto va, e andrà, con quella semplicità del saper guardare. La bellezza dell'accogliere stranezze e perversioni. Perchè la vita è tutto e il suo contrario, e ogni mondo è degno di esistere perchè ha un perchè, chiaro o meno che sia. Basta sentirlo.
Questo libro mostra la sincerità di un uomo che sa raccontare la vita. Che è quello che dev'essere, a patto che sia davvero la nostra.
Non c'è altro da dire, solo da leggere.


"E la chiamano estate..."

Mi piace l'estate, quando le ragazze vanno per la strada in sottoveste, quando le bruttine diventano carine e le carine diventano belle, i ministri e i sottosegretari sono abbronzati, le annunciatrici e gli annunciatori in televisione hanno cambiato faccia, sappiamo tutto sulle balene e sugli amori degli elefanti, i topi attraversano le strade, rivediamo Walter Chiari, Tognazzi e Vianello, i semafori segnano giallo, Bruno Martino canta: "E la chiamano estate, / questa estate, senza te...". La domenica poche macchine percorrono Roma come cani senza collare. Il solito delitto dell'estate continua a negarsi. Verso l'una il mare sul litorale comincia a tingersi di un bel giallo pipì.
Dalle case vuote abbaiano i cani e suonano inutilmente le sirene d'allarme. Sul "Corriere" Enzo Biagi scrive il solito articolo in cui dice che il seno è uno, ma per fortuna sono due. Fotografato in via dei Fori Imperiali, un romano vestito da antico gladiatore col figlio per mano che va al lavoro  davanti al Colosseo. A un'edicola un turista domanda: "Sa dov'è Via Gramsci?". Il giornalaio piegato dalla canicola, inondato di sudore, risponde a mezza voce: "Lo so, ma nun me va de dillo...". I ristoranti chiudono. La mia portiera va a Cuba, il mio barbiere alle isole Figi, la donna delle pulizie a Pechino. Io andrei a Fregene da amici, se non sapessi che hanno invitato il fiscalista coi suoi cinque figli. Mai ammalarsi da luglio a settembre. Mai morire di Ferragosto. I ladri non vanno in vacanza. Gli assassini sì. L'Ufficio Imposte aspetta che abbiate chiuso la valigia per farvi arrivare un tributo di qualche migliaio di euro per qualche omesso o carente versamento IRPEF e IVA nell'anno 1993.
Così va la vita nell'anno del Signore 2003. Il Tour è finito con la vittoria per il quinto anno consecutivo dell'americano Armstrong. Stragi in Liberia. E le donne hanno paura di ingrassare.

(Dino Risi, "I miei mostri", Mondadori 2004)

martedì 26 febbraio 2013

Chiaro di luna

A un saggio (avevo dieci anni) suonai il Chiaro di Luna di Beethoven. Presi male l'ultima nota ma la portai a termine, la gente rise, io buttai il violino e scappai, applauditissimo.

Parla Dino Risi, in un libro (bellissimo) che sto leggendo ora: I miei mostri. E immediatamente l'aneddoto ha fatto emergere un mio mostro.

Quel giorno, al mio saggio, suonai un Valzer di Chopin e, guarda caso, proprio il Chiaro di Luna di Beethoven. Non sbagliai l'ultima nota, ma qualcosa - non ricordo con precisione, credo un problema di audio all'inizio - andò storto. Nessuno rise di me, tutti applaudirono. Uscii dal palco da una quinta laterale, per tornare in sala dove mi aspettavano i miei genitori. Era il teatro dell'oratorio della Chiesa Rossa, sui Navigli. Non ci ero mai stata prima, e c'era un gran sole. Quel posto mi era subito piaciuto, immerso com'era in uno strano silenzio. E poi aveva il gusto della Milano che non vivevo, forse ci ero passata solo una volta in bicicletta. Qualche anno fa vi ho scattato un matrimonio, ma nessun ricordo di quel giorno lontano è affiorato. Troppo concentrata, probabilmente.
Dunque, uscii dal palco e passai per un cortile esterno - ricordo la luce di taglio, certe sagome di luce triangolari sul muro. E lo ricordo perchè quei triangoli li fissai, mentre da sola piangevo. La delusione per l'errore? La tensione? Rimasi lì qualche minuto, e poi con occhi rossi traditori tornai dai miei, che mi chiesero perchè mai avessi pianto. Anche il mio maestro mi rassicurò, dicendo che ero andata benissimo. In effetti, senza false modestie, avevo suonato meglio di tutti.
Lui si chiamava qualcosa come Bonetta, mi pare. Suonava il Tico-tico velocissimo - che cagata da pianobar. Non lo rividi più, dopo quel giorno. Non volli più andare a lezione da lui - teneva il corso di pianoforte alla KF Ricordi di Piazza Napoli - perchè, qualche giorno prima del saggio, era successo qualcosa che non avevo raccontato ai miei. I ragazzini hanno spesso grosse remore a farlo, quando si tratta di episodi di cui hanno in qualche modo vergogna. Avrò avuto tredici, quattordici anni al massimo. Non ero una donna, ma neanche una bambina. Ingenua, moltissimo. Davo per scontato che un insegnante dovesse essere una persona professionale e integerrima. Qualche giorno prima del saggio, erano le ultime prove. Andai allo studio un pomeriggio, e suonai entrambi i pezzi che avrei portato. Feci qualche errore. Suonavo troppo piano, le dita insicure. Il pensiero del saggio che si avvicinava mi aveva messo in tensione. Non mi è mai piaciuto suonare in pubblico. Anzi, l'ho sempre detestato. Ancora adesso, suono per qualcuno solo se è una persona molto, molto vicina a me. Insomma, quel giorno ero un po' tesa. Il maestro mi disse di fermarmi un momento. Di fare qualche respiro profondo. Mi diede una carezza sulla testa, ma sembrava un gesto rassicurante. E poi lo fece. Mi mise una mano sul petto. A mano aperta, impertinente. Senti come ti batte forte il cuore, disse viscidamente mellifluo. Aveva uno sguardo strano. Non saprei dire se sorridesse o fosse serio. Io mi scostai, lo guardai sconcertata. Confusa. Non capivo cosa fosse stato quel gesto, se avessi frainteso io. Sul momento non dissi niente, nessuna prontezza di riflessi - come avrei potuto averne? Forse suonai ancora una volta, e poi me ne andai, fredda, con addosso un forte disagio. Per giorni mi tenni tutto dentro, con la sensazione di essermi sbagliata. Il senso di colpa, in un minore, ce l'ha sempre vinta.
Nel tempo, seppi leggere perfettamente quel pianto, il giorno del saggio. Non era per la mia performance. Dissi ai miei che non volevo più prendere lezioni da lui, ma accampai una scusa - probabilmente la buttai sul tecnico, dissi che la sua didattica non mi piaceva.
Smisi del tutto di suonare. Aprii gli occhi, per la prima volta.
Ricordo ancora la sua faccia.

giovedì 7 febbraio 2013

At the movies

In quel piccolo cinema si arrivava sempre un po' in ritardo, scendendo a passi piccoli e affrettati verso il paese. Seguire l'andatura della mamma metteva il fiatone, e l'aria fredda lo rendeva divertente da guardare mentre usciva dalla bocca. Pareva di fumare, e ci si sentiva un po' grandi. Vagamente necessari.
Era inverno anche d'estate, là. Io credo che ogni luogo abbia la sua stagione genetica, un'indole climatica che ne rispecchia i tratti. Persino quando l'erba non era più bianca e le strade erano asciutte, si respirava la stessa aria nevosa dei mesi più freddi.
Al cinema si entrava da una porta di legno a lato della chiesa parrocchiale, in fondo a un breve vicolo stretto tra due alte pareti di pietra. Più di ogni altra cosa ricordo la cordigliera di teste dei bambini seduti davanti a me, e tanto rumore infantile: risa, chiacchiere, movimenti continui. Eravamo sempre in fondo, talvolta in piedi, appoggiati con la schiena alle ginocchia dei genitori. Vedi, ad arrivare in ritardo. 
Per un attimo tutto si spegne, e lo schermo frastagliato inferiormente da quel mare mosso di bambini prende vita.
Titoli di testa.

Incanto.

lunedì 28 gennaio 2013

Farina di Chaplin


C. Chaplin, 1916

Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho capito com'è imbarazzante aver voluto imporre a qualcuno i miei desideri, pur sapendo che i tempi non erano maturi e la persona non era pronta, anche se quella persona ero io. Oggi so che questo si chiama "rispetto".

Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso di desiderare un'altra vita e mi sono accorto che tutto ciò che mi circonda è un invito a crescere. Oggi so che questo si chiama "maturità".

Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho capito di trovarmi sempre ed in ogni occasione al posto giusto nel momento giusto e che tutto quello che succede va bene. Da allora ho potuto stare tranquillo. Oggi so che questo si chiama "stare in pace con se stessi".

Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso di privarmi del mio tempo libero e di concepire progetti grandiosi per il futuro. Oggi faccio solo ciò che mi procura gioia e divertimento, ciò che amo e che mi fa ridere, a modo mio e con i miei ritmi. Oggi so che questo si chiama "sincerità".

Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono liberato di tutto ciò che non mi faceva del bene: persone, cose, situazioni e tutto ciò che mi tirava verso il basso allontanandomi da me stesso; all'inizio lo chiamavo "sano egoismo", ma oggi so che questo è "amore di sé".

Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso di voler avere sempre ragione. E cosi ho commesso meno errori. Oggi mi sono reso conto che questo si chiama "semplicità".

Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono rifiutato di vivere nel passato e di preoccuparmi del mio futuro. Ora vivo di più nel momento presente, in cui tutto ha un luogo. E' la mia condizione di vita quotidiana e la chiamo "perfezione".

Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono reso conto che il mio pensiero può rendermi miserabile e malato. Ma quando ho chiamato a raccolta le energie del mio cuore, l'intelletto è diventato un compagno importante. Oggi a questa unione do il nome di "saggezza interiore".

Non dobbiamo continuare a temere i contrasti, i conflitti e i problemi con noi stessi e con gli altri perché perfino le stelle, a volte, si scontrano fra loro dando origine a nuovi mondi. Oggi so che tutto questo è la vita.


(Charlie Chaplin)

venerdì 4 gennaio 2013

Doppler

Un ritorno caloroso, non caldo. La casa è sempre troppo fredda.
Riconosco i volumi, ne riprendo misura. Mi sorridono un poco, mi pare.
L'occhio cade su un angolo tra pavimento e muro, raggiunto dal pensiero che in questo spazio mi è possibile scrivere. Non ci sono disturbi, e ciò che mi urta è solo mia responsabilità.
Non c'è molto da mangiare, apro la dispensa e trovo scatole di sapori noiosi. Li assumo ugualmente, come si fa con le medicine da prendere con cadenza regolare - al gusto penserò domani. Domani. Sono niente rispetto all'enormità del suono acerbo della sveglia, e quando salgo le scale verso l'ufficio mi sento un eroe. Davvero riesco a fare questo tutti i giorni?
E' il mio compleanno. Tantissime voci ovunque, anche quelle che non ho voglia di sentire. Ringrazio, continuamente. Pensano a me, è una bella cosa. Lego il motorino fuori dalla piscina e sorrido dell'automatismo inconscio del Ah è il tuo compleanno? Auguri! Auguri di cosa? L'importante è farli. Tutti quel giorno lì, strabordanti, e poi basta. La parabola discende verso la fine del giorno, malore e malessere. Cerco di affogarlo nell'acqua, ma è denso e galleggia bene. L'istruttrice mette della musica davvero tremenda, ogni volta mi riprometto di non andare alla lezione del giovedì, ma cosa vuoi. Basta avere quei dieci minuti di acqua bollente dopo, con il costume appeso davanti a me nella piccola cabina. Gocciola. Lo strizzo. L'acqua scende verso il cavallo e riprende a gocciolare. Lo strizzo di nuovo. E intanto penso, poi osservo. Le donne che escono dalle docce hanno corpi umani, imperfetti in un modo confortante. Ma non sono attraenti, non c'è femminilità nel portarsi. Sono tutte diverse e su ognuna la vita ha lasciato segni.
Non ero così magra da tempo. I jeans formano pieghe vuote prima inesistenti, si aggrappano ai miei fianchi come mani appese alle pareti di una roccia. Sono mani forti, non molleranno la presa.
Non spengo candeline, non soffio desideri. Non stappo bottiglie, non bevo ebbrezza. Ma per un attimo di fiori e baci sorrido, e il profumo resta a farmi addormentare.
Di nuovo in ufficio, sala d'attesa di un turno che non arriva. Quanti numeri mancano? Tutti quelli delle mie qualità inespresse. Occupo il tempo come fossi in doppia fila, con il senso di colpa del posto sbagliato al momento sbagliato. Prima o poi qualcuno andrà via e mi lascerà spazio. Ovviamente quel qualcuno sono sempre io.
Cosa devo dire. La luce attraversa i pensieri come un'auto in corsa nella notte. Effetto Doppler su buio inquieto.
Presto farà giorno.

mercoledì 2 gennaio 2013

Ultim'ora

L'ultimo banco, territorio del sotterfugio e del casino.
L'ultima fila in pullman, seduta più ambita nelle gite scolastiche.
L'ultimo giorno di scuola, cuscinetto tra il colpo di reni finale e la libertà.
L'ultimo anno di università, soglia di una vita che presto cambierà in tutto.
L'ultima sigaretta che ha accompagnato un dolore.
L'ultimo respiro che è la morte, già intravista così spesso tempo prima nei picchi più alti dell'arte.
L'ultima volta che hai visto chi ami, così piena di bellezza che non osi sfiorarla per non romperla.

In tutto ciò che è ultimo c'è un senso di desiderio. Un elastico che tira di qua e di là, dibattendo le sorti di presenti vicinissimi e indissolubili. Malinconia e smania, paura ed entusiasmo, conforto e ignoto.

Questa in cui scrivo è l'ultima ora dei miei trentatrè anni. Mi sento dentro tutta l'energia delle ultime cose, e non mi preoccupo delle prime a venire. Anche se spesso mi sento ultima, a rincorrere quello che non capisco e che credo di volere, io sono qui e ora. A ricordarmi che l'ultim'ora è quella delle notizie appena battute, delle cose colte da poco. Fresche ed eterne nel presente.

Vasco Rossi - Tabularasa

La mia copia di Tabularasa ha già gli angoli vissuti. Si fa guardare e consumare, e secondo me un po' rovinato è anche più bello. Per chi non lo conoscesse, sto parlando del libro fotografico su Vasco Rossi di Efrem Raimondi e Toni Thorimbert, edito da Mondadori e in vendita da circa un mese. Un libro da avere, e ora provo a dirvi perché.

Un viaggio di ventisette anni intorno a Vasco Rossi, si legge nella prefazione degli autori. Dal 1985 ai giorni nostri. Nessuna foto in copertina, dove i grandi caratteri del titolo la fanno da padroni su uno sfondo grigio. Ci passi sopra le dita e ti accorgi che sono stampati a impressione. Riconosci nei polpastrelli la sensazione piacevole che ti danno le cose curate nei particolari.
Innanzitutto si tratta di un libro di fotografia. Solo le immagini hanno quel particolare potere di attrazione immediata che "ti tira dentro", senza darti modo di uscirne finché non ti hanno raccontato tutta la storia almeno una volta per intero. Magari dovrai riguardarla ancora per capirne tutti i significati, ma questo libro il tuo fiato iniziale se lo prende tutto, senza disturbarsi a chiedertelo per favore. Con le parole non è la stessa cosa, quelle hanno modi più pacati e tempi più dilatati. Qua di parole, prefazione e didascalie a parte, non ce n'è neanche una.
Quindi un libro di fotografia, e su Vasco. Nelle sue diverse vesti: sul palco e fuori da esso. Un grande ritratto, fatto di molti ritratti. Gli sguardi sono quelli di due fotografi differenti per stile e contenuti, ma che tra queste pagine s'incontrano sul territorio di un linguaggio che ha le stesse caratteristiche di schiettezza ed efficacia.
Le immagini si muovono come chi le ha realizzate. A volte questo moto è simile a quello di un animale a caccia: davanti, dietro, di fianco alla rockstar. In altri casi è invece insieme all'uomo, come in un dialogo quasi intimo. Dietro all'immagine del Vasco che tutti abbiamo in mente - quella sul palco davanti a migliaia di fan - qui c'è tutto un mondo che non solo si mostra ma anche coinvolge. E questo a prescindere dalla passione che si può avere per il cantante e i suoi lavori: quella che si ha in mano con Tabularasa è la storia di un uomo e di un mondo, e la sola decisione sensata riguarda il volerla ascoltare o meno, senza (pre)giudicarla.
Dunque è questo che ho fatto: mi sono messa in ascolto, provando a sentire la voce di questa storia. Dapprima ho percepito il racconto, puro e semplice, nel suo insieme. Poi ho attivato altri canali, alla ricerca degli strumenti che componevano l'orchestra. Recentemente ho trovato spunti connessi a questo discorso in un libro di Daniel Barenboim (*), famoso pianista e direttore d'orchestra. Vi si legge: In musica, niente è indipendente. La musica esige un equilibrio perfetto fra intelletto, emozione e carattere. (...) La gerarchia che vige in tutta la musica rispetta l'individualità di ciascuna voce, che può non avere gli stessi diritti, ma certo ha la stessa responsabilità di tutte le altre.  Applicando questo concetto a Tabularasa, il senso di questa responsabilità delle voci è subito chiaro: ogni fotografia è individuale, ma non indipendente dalla musica che il libro sta suonando. Ed è il frutto di un incontro fra intelletto, emozione e carattere di chi la realizza. Il senso della gerarchia forse qui può sfuggire, perché le immagini di questo libro sono tutte molto forti. Come se l'orchestra fosse composta di strumenti che da un momento all'altro possono fare tutti i solisti. E allora diventa interessante ascoltarle tutte, queste voci. Per  capire fino a che punto siano soliste.
In un certo senso, dentro a Tabularasa, accanto a Vasco Rossi, ci sono altri due cantanti: Efrem Raimondi e Toni Thorimbert. La voce di un autore è il suono della sua storia, ed è ciò che la rende viva. Nel concetto di voce ho trovato la chiave di lettura alle peculiarità delle fotografie dell'uno e dell'altro.
Le foto di Toni hanno una voce colloquiale, quelle di Efrem una informale. Mi spiego meglio, anche attraverso alcune immagini tratte dal libro.

Quando si parla in modo colloquiale, si va abbastanza a ruota libera, accantonando volutamente certe forme. Non è però una modalità senza regole, anzi. Così come fotografare colloquialmente non significa tralasciare il senso dell'inquadratura o altri elementi che contribuiscono a fare la foto. Quello colloquiale è un tono che presuppone una certa confidenza con chi guarderà l'immagine, ed è un atteggiamento che rispecchia una personalità di un certo tipo, un modo molto diretto d'intendere le cose. Come se intercorresse una conversazione con lo spettatore, per cui il fotografo dicesse, più o meno con queste parole: sono dentro una storia, vedo queste cose e le fotografo: la storia diventa la mia e te la porto. L'arco temporale delle immagini di Toni è quello tra il 1985 e la fine degli anni novanta, quello quindi di un Vasco nel pieno del suo essere rockstar. Le foto che risultano dalla colloquialità di Toni sono ritratti intensi, situazioni spesso raccontate con uno stile da reportage: vive, ironiche, sudate, dannate. Ti mettono lì anche se pensavi di essere altrove. Una potenza.









Efrem: voce informale. E' un tono che non è eccessivamente confidenziale, forse più timido, senza tuttavia essere formale. Nell'informalità c'è molto spazio di manovra, e infatti vi s'intrecciano immagini caparbie e irriverenti con altre d'impostazione se vogliamo più tradizionale. Il gioco delle parti tra Vasco ed Efrem è diverso da quello tra Vasco e Toni. Efrem parla attraverso molti primi piani, le sue foto sono più vicine alla ritrattistica in senso stretto che al reportage. Mi pare che Efrem faccia emergere da una parte un lato più teatrale di Vasco, dall'altro la coscienza della sua maturazione di uomo, oltre che di cantante. Questo è acuito anche dal fatto che le foto di Efrem partono dal 2000, dunque un'epoca più recente, sempre rock ma in un modo un po' diverso. Ancora, sentiamo lo sguardo penetrante di Vasco che ci incrocia e arriva attraverso le fotografie di Efrem in tutta la sua verità. Efficacissimo.








Toni ed Efrem mostrano un approccio alla spettacolarità e all'intimismo differente, con un denominatore comune: quello di provare a mettercisi dentro completamente. Questa interessante commistione dà corpo e ritmo alla sequenza delle immagini, che diventano libro perché si amalgamano come gli elementi di un'orchestra, pur conservando ognuna la propria individualità e la propria voce. I due autori sono fra loro complementari, e non solo per ragioni prettamente cronologiche. Il libro non potrebbe esistere se mancasse uno dei due - almeno, non in questa forma. Sarebbe un'altra cosa, e sarebbe come monca. Una melodia non armonizzata.
Un'esecuzione unica e irripetibile quella di Tabularasa. E meno male che Vasco odia essere fotografato.


(*) D. Barenboim, La musica sveglia il tempo, Feltrinelli 2007