venerdì 10 febbraio 2012

Avere musica

Oggi scuole e uffici pubblici chiusi. "Emergenza neve" hanno detto, eppure qui è più secco di un Martini. Fatto sta che l'ufficio è semideserto, sono alla mia scrivania e da tutta mattina cazzeggio su internet, mostly Youtube e blog vari, cercando di ridurre a icona la nausea da stanchezza che mi accompagna da quando mi sono svegliata - sono tre notti che mi do allo slalom del sonno e prima o poi dovevo inforcare.
Al momento ascolto James Blake, retaggio del penultimo Within, e mi piace un gran tanto. E' di quella musica che ti entra sottopelle e ti fa desiderare di stare nell'acqua a pancia in su, a fare il morto a galla. In quell'occasione, la colonna sonora del set era stata Limit to your love, ma una sera che mi stavo facendo massaggiare da una ragazza che mi viene direttamente a casa - lo so, è un lusso meraviglioso, del resto un modo per fare due foto in Purgatorio bisognerà pur inventarselo - ho messo inavvertitamente in loop un'altra traccia dello stesso album, Unluck. E così per cinquanta minuti abbiamo sentito solo quella. La ciclica ripetizione di quel brano, le cui percussioni elettroniche a tratti ricordano il ticchettio della pioggia sul davanzale (combinazione, sta iniziando proprio ora a piovere), mi ha fatto stringere con esso uno strano legame, e adesso ogni volta che iTunes me lo propone mi sento a casa, coccolata.

Unluck suona ora, ma è stata preceduta da una lunga sessione di musica per archi. Stanotte, mentre mi godevo i brividi che certe tracce mi producevano, ho pensato concretamente di comprarmi un violoncello. Qualcuno di voi sa quanto ami questo strumento, che sento molto più affine a me rispetto a quello che sono stata indirizzata a suonare da piccola - il pianoforte - e penso che prima o poi mi cimenterò. Oggi ho voluto approfondire un po' le differenze sonore tra cello e viola, che è uno strumento forse meno noto, vicino al violino ma di dimensione un po' più grande (circa 40 cm. o superiori, il che non la rende fisicamente comodissima da suonare) e soprattutto con una timbrica differente, più generosa e rotonda del suo fratello minore. E' anche ascoltando la viola che stanotte ho fatto le tre e mezza, precisamente con la Valse Sentimentale di Tchaikovsky. Non posso dire di amarne il compositore allo spasimo, ma questo valzer è così dolorosamente malinconico che mi arriva dritto alla pancia. Apprendo che fu scritto nell'estate del 1882 - più di un secolo fa... la musica è l'unica espressione artistica veramente eterna e incorruttibile, insieme alla letteratura - durante un periodo di profonda crisi dell'autore, come ultimo pezzo di una serie di sei, tutti dedicati a donne diverse e commissionati in origine dalla rivista musicale pietroburghese Nuvellist. Per una decina di anni Tchaikovsky aveva viaggiato continuamente, in preda a un'inquietudine che non lo faceva sentire a casa in nessun posto. Trovata momentanea pace in un cottage vicino alla cittadina russa di Kamenka, compose la Valse Sentimentale per tale Emma Genton, educatrice dei figli del suo avvocato e amico Nikolai Kondratev. Questi sei pezzi in realtà furono composti per pianoforte, strumento con cui - guarda caso - l'autore non sentiva particolare affinità.

Parlando di sentire personale, tra i vari blog di questa mattina sono andata a rileggermi un post di Toni T., presente nei miei occhi in questi giorni con le foto che sto selezionando per Within, perchè ricordavo che tempo fa aveva scritto qualcosa a proposito di un concerto dei Massive Attack, che sono stati la colonna sonora del suo ritratto. Quando iniziai a scattare gli chiesi perchè avesse scelto quella traccia e lui mi raccontò, per sommi capi, la storia che trovate anche nel post. In diretta mi disse però una frase che mi colpì molto, perchè parlò di quello in cui i Massive Attack entrarono nella sua vita come un periodo durante il quale non aveva musica. Trovo che sia un'espressione quanto mai efficace nel suo illustrare, in tre parole, con lo sguardo e le pause giuste, uno stato di smarrimento psicologico. Per gente come noi, non avere musica equivale a non sentire e non sentirsi, come se si fosse altro da se stessi: non riconoscersi in quello che si vive, avvertire di non volerne fare parte ma rimanendoci impantanati. La musica è quella meravigliosa, intangibile linfa che nasce da mondi interiori e li porta all'esterno, si mischia con il vissuto e ritorna dentro, e avanti così in un continuo circolo di indubitabile bellezza e pervasiva energia.
C'è un passaggio nel post che vi ho citato, che ritengo particolarmente significativo:

In Massive trovai le note oscure, minacciose, sospese che giustificavano i miei sogni e le mie immagini più personali, trovai la colonna sonora alle fotografie più intime del mio archivio, riconobbi le vibrazioni ossessive che dimoravano nascoste sotto alla mia pelle e nel mio inconscio. La musica di Massive Attack mi aiutò ad accettare la parte oscura di me stesso, a seguire i segnali del mio cambiamento, diventò la mia migliore alleata, il mio nutrimento, era mio fratello.

La stessa matrice di sensazioni io spesso la avverto con gli archi di cui sopra. Nell'ambito del progetto Within, solo in un caso ho potuto fotografare in compagnia del violoncello: in occasione del ritratto di Anders Petersen, anche lui amante di questo strumento. Forse è per quel motivo che alla fine fui così sopraffatta dall'emozione: avevo scattato con una musica che conteneva le mie note. Mia alleata, nutrimento, fratello.

2 commenti:

  1. Non conoscevo James Blake ed ora non riesco a togliere da youtube "Limit To Your Love".
    Grazie cara ;)

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    1. Figurati, ne "abbiamo" quanta ne vuoi :-)

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